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Napoli ha marciato compatta contro la camorra. E adesso, che si fa?

News | 5 Maggio 2019

Puntuale riappare dopo ogni manifestazione. In realtà, la senti arrivare già sul finire dell’evento, quando la grande massa di persone torna ad essere un agglomerato di individui, ciascuno per la sua strada a raccontare – si spera – nell’impegno di tutti i giorni, quanto vissuto.

I giornalisti abbassano microfoni e telecamere. I telegiornali propongono un nuovo palinsesto e spengono le luci su quanto, solo qualche ora prima, era stato inserito tra le notizie di apertura.

Napoli, questa mattina, respira la stessa aria di ieri e dei giorni precedenti. Gli ambulanti hanno risistemato la merce abusiva sui marciapiedi del quartiere e i residenti continuano ad attraversare piazza Nazionale, ormai gremita solo nel ricordo, tra un sospiro di speranza e l’altro di rassegnazione. E mo, che succede?

La domanda raccoglie un sentimento diffuso. Le strade di Napoli hanno visto marciare troppi piedi vagabondi. Donne e uomini accorrono da ogni parte, fanno scudo il tanto che basta per sopperire, solo per qualche ora, ad una condizione di mancanze diffuse e ferite ancora troppo profonde.

La città è di chi la vive, si dice di solito, ma stavolta è diverso.
Durante la manifestazione di ieri, proprio alle spalle della piazza, qualcuno aveva scelto di festeggiare (o provocare) con dei fuochi d’artificio.

La Napoli civile ed onesta che ha chiesto il ‘permesso’ per poter esercitare il proprio diritto di manifestare ha dovuto fermare la propria attività, attendendo che passasse il frastuono di botti fatti esplodere illegalmente al centro di una carreggiata occupata – molto probabilmente – senza autorizzazione alcuna.

Ecco, da queste parti è spesso così. Gli onesti sono molti di più, ma non vivono sempre in un collettivo stabile. Vanno a lavoro, fanno la spesa, guidano la propria automobile, come chiunque in questo mondo, sentendosi soli, senza essere affiancati costantemente da migliaia di persone pronte a sostenere qualsiasi atto di denuncia e protesta.

Contro quei fuochi d’artificio, nella domenica della manifestazione, sono stati in molti a fischiare, ad inveire, ad urlare che non fosse possibile si continuassero a tollerare gesti di tale inciviltà. E ciascuno avvertiva il dolce sapore del coraggio di dire che, no, non ci sta bene che le cose continuino ad andare come sempre, e la certezza che, sì, insieme si può davvero cambiare.

Oggi, però, sembra tutto diverso. Come se mancasse la forza di alzare la voce contro i prepotenti. Come se ci si sentisse incapaci di reagire all’arroganza criminale di un manipolo di vigliacchi che si atteggiano a padroni della città.

Ancora una volta, come sempre chiediamo da queste parti, lo Stato deve ricominciare a far sentire il reale abbraccio delle istituzioni.
C’è bisogno che gli uomini della politica lascino che sia la piazza a lanciare slogan mentre loro tornano ad occuparsi seriamente di questo territorio.

Napoli e la sua provincia sono ancora ostaggio della camorra ed è questa una realtà ben nota a tutti.
Ciascuno, a modo suo, faccia la propria parte. I cittadini onesti, quelli che sono scesi in piazza, continueranno a condurre le loro esistenze nel pieno rispetto delle regole. Lo hanno sempre fatto e continueranno anche oggi.

La paura, adesso, è legata alla certezza che se ci lasciamo sfuggire anche questa occasione, saremo ancora costretti a preparare lettini d’ospedale e sale operatorie per tentare di curare le ferite di innocenti colpiti “per sbaglio”. O peggio, getteremo ancora terreno sull’ennesima bara appesantita dal senso di colpa di non essere stati capaci di agire in tempo.

Proviamo, adesso che è già tardi, a ripartire da ciò che di buono abbiamo visto. Curiamo il seme gettato da Antonio Piccirillo, il figlio del boss che non ha seguito le orme del padre camorrista.

Ripartiamo dagli occhi incuriositi e spaesati dei bambini che hanno preso parte alla marcia, senza comprenderne fino in fondo le motivazioni.
Scegliamo di far fiorire quei semi di bene gettati sulle strade invase dalla manifestazione.

Facciamolo adesso che siamo in ritardo, ma ancora in tempo. Facciamolo tutti.

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 5 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 5 Maggio 2019

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