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L’oro di Napoli – La leggenda della Sibilla Cumana

L'oro di Napoli, News, Rubriche | 25 Novembre 2016
A ridosso delle rovina di Cuma, tra gli sbuffi sulfurei dei campi ardenti, risuona la leggenda della sacerdotessa sacra ad Apollo: la Sibilla Cumana.

Impresso a fuoco nella letteratura antica, e assurto a leggenda dal dotto Virgilio e dai letterati romani, viene tramandato un culto misterioso professato a ridosso di Cuma e del lago d’Averno, un culto antichissimo e affascinante, capace di imbrigliare in un alone occulto e profondamente esoterico l’intera area flegrea. Parliamo della Sibilla Cumana e dell’antro dal quale la sacerdotessa si lasciava guidare dal dio Apollo nell’arte oscura della mantica, spandendo al vento i suoi sibillini e controversi vaticini.

La leggenda narra che il dio Apollo si fosse a tal punto invaghito della profetessa cumana che si convinse ad offrirle qualsiasi dono in cambio del suo amore. Deifobe di Galuco, come la chiama Virgilio, pretese allora di vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia che poteva racchiudere la sua mano. Tuttavia la profetessa, corrosa dall’orgoglio, peccò di accortezza e dimenticò di esigere dal dio la giovinezza eterna.

Mentre Apollo cercava di corrompermi con i doni, dice: Fanciulla di Cuma, scegli ciò che desideri. Io raccolsi e mostrai un mucchio di polvere, altrettanti natalizi io, sciocca, chiesi che mi toccassero in sorte; mi sfuggì di chiedere gli anni giovanili fino alla fine. E quello me li avrebbe concessi insieme alla giovinezza eterna, se avessi accettato il suo amore: ma, avendo disprezzato il dono di Febo, rimango senza nozze (Metamorfosi, Ovidio).

La sacerdotessa visse tanti anni quanti erano i granelli di sabbia racchiusi nel palmo della sua mano, ma il suo corpo continuava ad appassire e a raggrinzirsi anno dopo anno, fino a sfumare nella polvere, eroso, proprio come i granelli di sabbia, dallo scorrere impietoso del tempo. Di lei, si narra, sopravisse solo la voce, e le sue sibilline predizioni.

Una leggenda di struggente fierezza, sopravvissuta ai millenni, e che ancora oggi sprigiona un fascino irresistibile che fatalmente travolge i visitatori delle rovine di Cuma arroccate sul promontorio flegreo. E proprio su questo ermo colle che il periegeta Pausania, scrittore e geografo greco vissuto nel II secolo, nella sua Periegesi della Grecia, ci segnala la presenza di un’urna funeraria destinata a contenere le ceneri della Sibilla nel tempio cumano dedicato ad Apollo:

I Cumani non avevano alcun responso di quella donna da mostrare, mostravano invece una piccola urna di pietra nel tempio di Apollo, dicendo che lì giacevano le ossa della Sibilla.

La Sibilla Cumana era dunque legata a doppio filo con Apollo, il dio del Sole e di tutte le arti, dalla medicina alla musica, ma anche il dio della profezia, un’arte portentosa che però richiedeva di uno strumento percettivo che intercedesse tra dèi e uomini. Attraverso il soffio vitale Apollo prendeva dunque possesso della Sibilla Cumana che invasata dal furore divino e in preda a febbrili convulsioni consegnava agli astanti le sacre sentenze.

Celebre ci giunge a noi un’ambigua sentenza della sacerdotessa cumana, una testimonianza emblematica che ancora oggi risuona come leggenda: la Sibilla usava spargere al vento le foglie di palma sulle quali venivano riportate le parole della profezia; pare che in passato, un uomo assai fedele, chiese udienza alla sacerdotessa di Apollo prima di partire per la guerra. Il soldato, accolto il sacro responso, si preparò a ricomporre il vaticinio assemblando le foglie di palma sparpagliate dal soffio divino, ma quando lesse la predizione della Sibilla Cumana si accorse della sua duplice interpretazione.

Una predizione inquietante, che dava luogo a due interpretazioni totalmente discordanti a seconda della punteggiatura: Ibis, redibis, non morieris in bello – Andrai, tornerai, e non morirai in guerra -, se la virgola anticipa la negazione; Ibis, redibis non, morieris in bello – Andrai, non ritornerai, e morirai in guerra –, se invece viene posizionata dopo la negazione. Un responso vago e inafferrabile che, immaginiamo, deve aver infestato le notti insonni del giovane soldato.

Chissà poi come sarà andata a finire…

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Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 25 Novembre 2016 e modificato l'ultima volta il 25 Novembre 2016

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