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L’oro di Napoli: quando i napoletani credettero di assistere alla fine del mondo

L'oro di Napoli | 9 Maggio 2017

“Fu bisogno ricorrere all’intercessione del nostro protettore San Gennaro glorioso, portando la sua statua in processione, nel mentre da napoletani si credeva quello non solo essere l’ultimo giorno di Napoli, ma l’ultimo del mondo.” B. Quaranta.

Il Vesuvio come funesto monito. La Montagna, sempre lei, come una Sentenza implacabile. La sua ingombrante presenza a scandire le vicissitudini, gli avvicendamenti, le sommosse e i tormenti di quel ritaglio di terra placidamente adagiato sulle sue pendici infuocate. Era il 1707 e gli Austriaci insediatisi da appena un giorno in città furono accolti dal boato immondo dello Sterminator Vesevo, un fragore immateriale esalato dal grembo infernale della terra, presagio funesto e insindacabile per una dominazione che si sarebbe esaurita di li a poco, schiacciata anch’essa dai travagli della storia.

A seguito dello scompiglio generato dalla guerra di successione spagnola all’alba del XVIII secolo, il Regno di Napoli passò nelle mani degli austriaci, con Carlo VI d’Asburgo assiso sul trono partenopeo. Il 31 luglio del 1707, il giorno successivo all’insediamento, la città era agghindata a festa per le celebrazioni, e il nuovo viceré, l’ignaro Georg Adam von Martinitz, sfilò tra le strade di Napoli elargendo sorrisi e monete d’argento al popolino.

Il Vesuvio non gradì la pomposa messinscena, e come un dio iracondo e vendicativo reclamò con furia le sue pretese su quella zolla di terra ostinatamente abbarbicata ai suoi piedi. L’inferno precipitò sulla terra accompagnato dai convulsi e immateriali rigurgiti della Montagna, mentre la notte si infranse inevitabilmente in un’abbaglio artefatto e terribile che avvolse l’intero golfo.

Dissolte le fiamme, il giorno seguente una nube impenetrabile e nera come la pece oscurò il cielo costringendo gli austriaci ad accendere pire in ogni angolo della città. I nuovi reggenti, tramortiti dalla furia del vulcano, domandando a gran voce l’intervento divino del santo dei santi, il patrono massimo della città: San Gennaro. Sulla scia della celebre processione del 1631, l’arcivescovo Pignatelli e il viceré Martinitz portarono il busto di Faccia Gialla tra le strade di Napoli fino a porta Capuana, laddove oggi di erge la più bella edicola votiva dalla città, dinanzi alla splendida chiesa di Santa Caterina a Formiello.

Al comparire del santo – si legge sulle pagine del libro Un giorno a Napoli con San Gennaro, di Maurizio Ponticellocessò in un istante il fremere, le saette e i tuoni, e verso le ore due si videro nel cielo poche stelle, e la notte cessò affatto il fuoco, e da un vento di tramontana furono le ceneri disperse, e svanite con ammirazione di tutti. 

Nel 1708, per commemorare le magnifiche gesta del santo patrono, la Reale Deputazione di San Gennaro commissionò l’edicola di marmo bianco e piperno che ancora oggi svetta a ridosso di porta Capuana. La più bella e prestigiosa edicola della città realizzata per omaggiare Il patrono più amato di sempre. Il busto del santo sembra quasi sporgersi dal monumento, come se dovesse prendere vita da un momento all’altro, magari per benedire il variopinto teatro che va in scena da secoli ai suoi piedi; eppure, nonostante tutto, il suo sguardo ammonitore e vigile non perde mai di vista quella montagna inquieta che gli si erge dinanzi a smorzarne l’orizzonte.

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 9 Maggio 2017 e modificato l'ultima volta il 9 Maggio 2017

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