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NAPOLI NEI SECOLI

Dalla peste al Covid: l’epidemia di oggi è senza Dio

Identità | 10 Aprile 2020

Nelle affollate strade napoletane intorno alla grande Piazza Mercato era tutto un brulicare di gente, il popolo era in fermento, almeno quanto restava del popolo decimato dalla peste.

La gente si accalcava intorno ad alcuni monaci o sedicenti tali che portavano la “scarabattola”, il reliquiario dei santi offerto al bacio dei fedeli in cambio di una moneta. La grande basilica del Carmine Maggiore spalancava le sue porte ai fedeli, inevitabilmente attratti dalle sacre immagini, come la grande cona della Vergine e il Cristo miracoloso svelato.

La gente moriva di quel terribile morbo che sembrava non dovesse avere mai fine, intere famiglie distrutte, comunità intere decimate. La società stessa rifiutava il contagio rifiutando i suoi figli, abbandonandoli moribondi per le strade o gettandoli nelle fognature ancora vivi.

Non vi era modo di seppellire tutti i morti i quali venivano interrati in fosse comuni o bruciati per strada oppure abbandonati fuori le porte cittadine, non vi erano più addetti alle sepolture, morti anche loro. Furono liberati i galeotti, resi liberi in cambio di quel triste lavoro che presto li avrebbe uccisi.

Restarono i sopravvissuti, quelli che avevano sviluppato l’immunità, quelli che Alessandro Manzoni poi chiamò monatti.

Era l’annus orribilis 1656, quando la peste imperversò in tutta Europa accanendosi su Napoli in maniera particolare. I primi, sporadici casi a Gennaio poi il cataclisma fino a Dicembre, quando di una popolazione di circa 450.000 abitanti non ne restarono più di 60.000 forse 100.000.

Tanti oscuri presagi ed eventi clamorosi precedettero o accompagnarono l’epidemia: l’eruzione del Vesuvio del 1631, Masaniello nel 1647 che ormai era identificato come l’anticristo, il terribile terremoto del 1648 e l’eclissi solare del 1655 che gettò il popolo nel panico e nello sconcerto quando nel cielo si credettero di vedere tre soli, accompagnati in un turbine di luce da una mano ed un flagello, che circondavano un cuore trafitto da una spada, il sanguinante cuore di Maria. E ancora l’eclissi di Luna e una cometa luminosa che rischiarava il cielo. Terribili messaggi divini che annunziavano il Giudizio Universale, che annunziavano la peste nera.

Come sempre ci si affidò ai santi, a quella Vergine del Carmine, a quel Crocifisso miracoloso, a San Gaetano da Thiene, a San Gennaro.

A determinare questo scenario era una Napoli che a metà del XVII secolo contava ben 41 parrocchie, alle quali erano affidate le cure di circa 250 chiese, per la maggior parte insediate nei quartieri più popolari di Porto, Mercato, San Giuseppe, Vicaria e San Lorenzo, dove il morbo si accanì fieramente.

Sopra tutti era l’arcidiocesi guidata dal Cardinale Ascanio Filomarino al quale spettò l’arduo compito di fare da mediatore tra il popolo, stremato ma bigotto, irrequieto e superstizioso e i santi cittadini. Il Cristo del Carmine restò svelato un anno intero, le sacre reliquie di Gennaro perennemente esposte e portate in processione venivano offerte ai superstiti come unica fonte di salvezza, come unico modo di arrestare l’epidemia.

E il popolo seguiva i cortei, si affannava a seguire le sacre processioni. Fiaccato ma non domato dal male agognava il miracolo del Sangue. Il miracolo avvenne.

Intorno alla metà di agosto la peste sembrò meno virulenta, i contagi diminuirono per poi finire intorno alla fine del mese di Dicembre.

Il prodigio si era compiuto e quel popolo fattosi figlio lagrimoso dinanzi al padre, potè finalmente abbandonarsi al pianto di gioia. Vennero allora sciolti i voti. Si costrì la grande guglia di San Gennaro dinanzi all’ingresso laterale del Duomo, che dovra essere ricca e sfarzosa, e da Bergamo viene chiamato Cosimo Fanzago.

I teatini invece costruirono la grande statua bronzea di San Gaetano nella piazza dei Tribunali, su un grande basamento di marmo dove il Santo guarda il Cielo e con la mano indica il popolo in ginocchio.

Mattia Preti dipinse invece sulle porte cittadine la Madonna con Gesù bambino e i Santi. Il pittore napoletano Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro, il cronista dell’epoca, dopo averci lasciato testimonianze dell’eruzione del Vesuvio e della rivolta di Masaniello anche stavolta creò una sua opera pittorica con una sconvolgente testimonianza del Largo del
Mercatello, l’odierna Piazza Dante, trasformata in un lazzaretto.

Anni dopo anche il grande Luca Giordano dipinse la bella pala d’altare della chiesa di Santa Maria del Pianto eretta proprio sulle sepolture degli appestati. Raffigura San Gennaro che invoca Cristo, la Vergine e Dio padre, ai suoi piedi la gente che muore.

Ed oggi? Cosa resta oggi di tutto ciò?

Sono trascorsi quasi 400 anni da quei giorni drammatici e ci accorgiamo che la società è cambiata profondamente ed è cambiato radicalmente il modo di affrontare la vita e la morte.

La nostra esistenza non è più un continuo confronto col trascendente ma una perenne gara con l’immanente, un continuo rincorrere la vita dietro le cose, come se non vi fosse un domani. È il destino delle società secolarizzate dove, pur credendo magari, si vive come se il divino non esistesse.

La natura ci sottopone ancora una volta a una grande prova, una di quelle prove che un tempo sarebbe stata definita “un castigo divino”.

Viviamo la prima grande epidemia della storia post moderna che ci flagella e ci impone lutti e sofferenze: e le nostre armi sono cambiate.

Non abbiamo più San Gennaro e la Vergine del Carmelo, non abbiamo San Gaetano che invoca il Signore. Il Cristo del Carmine è svelato nel silenzio di una chiesa vuota.

Abbiamo invece il giusto distanziamento sociale, abbiamo i grandi luminari della medicina che non riescono a uscrine, abbiamo le conferenze stampa con i morti ed i malati snocciolati come freddi numeretti, abbiamo scienziati e medici e infermieri che ci accorgiamo poi essere mortali anche loro, come e più degli altri. Abbiamo lo spread e i conti pubblici, la politica e il politichese, i giornalisti e i giornalai.  I morti, quelli, sono rimasti gli stessi.

E i riti sacri non servono più, anzi in questo periodo sono vietati, sono pericolosi perché potrebbero diffondere il contagio.

Così non saranno officiate né la processione di San Gennaro del 2 Maggio, né i tradizionali riti pasquali, né quelli dell’11, 12 e 13 Maggio legati alla Madonna dell’Arco, fujenti compresi. Non saranno sciolti i voti quindi, non dipingeremo nulla né costruiremo nulla ad epidemia terminata.

Ciò non ci sconvolge, perché i tempi sono cambiati, noi siamo cambiati. Quel che ci sconvolge e ci invita alla riflessione non è tutto questo ma è ben altro. Quel che turba e sconvolge è l’assordante silenzio di Dio.

Enzo Di Paoli

Nell’immagine in alto un momento delle celebrazioni di san Gennaro del 1973, anno del colera a Napoli

Un articolo di Enzo Di Paoli pubblicato il 10 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 10 Aprile 2020

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