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NATIVI D’AMERICA

No Dapl: i Sioux in guerra contro i colossi petroliferi che inquinano le loro riserve

Altri Sud, Ambiente, Attualità, Battaglie, Beni Culturali, Identità, Mondo | 11 Ottobre 2016

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A guardare dalle immagini sembrerebbe la riproposizione di un vecchio film western, ma invece è ancora solo la triste realtà: nativi d’America a difesa delle loro terre contro i bianchi capitalisti.

Ci troviamo nel Nord Dakota, terra dei Sioux, la più famosa tribù indiana del Nord America, discendenti diretti di Toro Seduto che si oppongono alla compagnia petrolifera texana Energy Transfer Partners e al suo progetto per la costruzione di un oleodotto, noto come DAPL (Dakota Access Pipeline)  lungo 1172 miglia.

Ed è lungo questo oleodotto che passeranno le bakken shale , ovvero gas naturale e petrolio estratto da formazioni rocciose ricche di combustibili fossili. Una mole di prodotto che equivale a 570.000 barili di petrolio al giorno.

La pipeline attraverserà quattro stati e 50 città , dal Nord Dakota alle raffinerie dell’ Illinois, portando con se seri e concreti pericoli di contaminazione delle terre circostanti, perché sarebbe assurdo non provare ad immaginare che una tale quantità di petrolio, dovendo compiere un così lungo tragitto, non possa incappare in complicazioni come perdite che andrebbero a compromettere seriamente la vita degli abitanti di quelle terre.

Energy Transfer Partners ha deciso infatti di deviare il percorso originale del “serpente nero” che sarebbe dovuto passare in un primo momento per zone umide, verso il fiume Missouri, principale fonte d’acqua potabile per gran parte del Dakota e per le nazioni tribali, non curandosi dei rischi ai quali sottopone l’approvvigionamento idrico e trascurando la scarna preparazione ad eventuali emergenze di una portata devastante.

Il tutto snobbando le leggi del 1868 riportate nel Trattato di Fort Laramie in cui il governo americano si impegnava a «garantire per sempre l’utilizzo indisturbato delle risorse idriche» ai nativi e soprattutto col permesso dell’army corps of engineers, alla quale l’EPA (’Environmental protection agency  Usa)e altre due agenzie federali, avevano sollevato una serie di valide obiezioni ambientali e di sicurezza chiedendo una revisione del progetto.

Progetto che costerà 3,8 miliardi di dollari e che per la sua realizzazione procede spedito macinando ogni forma di civiltà e risorsa di vita che incontra lungo il suo cammino, senza limiti etici e morali.

Il serpente nero infatti si è spinto fino alla riserva di Standing Rock Sioux Tribe calcando barbaramente il suolo sacro delle popolazioni native, profanando così i luoghi di riposo degli antenati della tribù dei Sioux e intaccando alcuni siti di grande valore storico- culturale.

Ma i Sioux non si sono fatti cogliere impreparati e, dopo aver presentato le loro istanze in tribunale, hanno cominciato a combattere il nemico storico, chiamando all’attenzione, a suon di tamburi, i membri di 80 tribù provenienti anche dagli Stati più lontani, Nevada e Washington, dando vita al più grande raduno di Indiani d’America dagli anni ’70. Un’ iniziativa che ha permesso di abbattere le barriere culturali che separavano ogni tribù rinforzando i valori di ogni identità scesa in campo. Questa volta però, a loro fianco ci sono anche dei bianchi, attivisti ambientalisti della regione che raddoppiano l’eco di una lotta che appartiene a tutti.

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La particolarità di queste manifestazioni sta nel fatto che i resistenti non si definiscono “protestanti”, bensì “protettori” della Madre Terra.

Nelle settimane precedenti il dispiegamento di polizia ha eretto una barricata lungo la strada principale che porta ai cantieri, ma ha dovuto cedere quando si è visto assalire da indiani a cavallo che lanciavano urla con mano alla bocca.

Diversi sono stati gli arresti per chi provasse a prendere parte alle manifestazioni, inclusi alcuni capi di tribù, sebbene le proteste fossero pacifiche e caratterizzate da canti, preghiere e rituali che ricordavano la ancora profondissima ferita tra il popolo nativo e i bianchi invasori.

E le motivazioni dei fermi? Violazione di domicilio. Eppure i Nativi  manifestavano sul loro stesso suolo, all’interno della riserva.

Tra i nomi di coloro che hanno cercato di silenziare le proteste compare quello del governatore del Nord Dakota, Jack Dalrymple, nonché consigliere di Donald Trump, che ha prima ordinato posti di blocco e poi di tagliare l’acqua al campo  per disperdere i manifestanti. Ma il suo non è stato un intervento puramente governativo, tutt’altro.

Si è scoperto infatti che Jack Dalrymple è coinvolto anche in un conflitto di interesse per avere delle quote nella società dell’oleodotto. La stessa società che ha cercato una mediazione ignobile con un popolo dai valori inestimabili, ma costretto a condizioni di vita precarie, promettendo loro grossi introiti per l’economia locale. Facendo leva quindi sulle problematiche sociali più gravi. I soliti interessi, le solite promesse.

Ma la retorica è stata vana. Ad aderire alle lotte anche alcuni personaggi del mondo dello spettacolo come Leonardo di Caprio e Susan Sarandon.

I Lakota chiedono di far conoscere la situazione a tutto il mondo e necessitano di donazioni urgenti per sostenere le spese del campo (cibo e altro) e le spese legali degli arrestati.

Firma la petizione online: https://www.change.org/p/jo-ellen-darcy-stop-the-dakota-access-pipeline

Donazioni alla nazione Lakota Sioux di Standing Rock
: http://standingrock.org/

Donazioni per il fondo legale: https://fundrazr.com/d19Af

Facebook: No Dakota Access/ Camp of the Sacred Stone

Si tratta dunque di lotte identitarie, ambientaliste ed anti capitaliste che nel nostro immaginario accorciano le distanze ricordandoci quanto le subalternità siano tutte gemelle, figlie dello stesso male, ma soprattutto incoraggiando le pratiche di autodeterminazione che appartengono a chi è nato per resistere.

Elena Crispino

Un articolo di Elena Crispino pubblicato il 11 Ottobre 2016 e modificato l'ultima volta il 30 Aprile 2017

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