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NEGOZI STORICI

Simeoli a San Pietro a Maiella: tempio della cultura musicale partenopea

Identità | 11 Giugno 2020

Parlare della ditta Salvatore Simeoli di via San Pietro a Maiella a Napoli, di fronte allo storico conservatorio di musica, significa raccontare la storia della cultura musicale di Napoli, quella di un tempo ormai passato in cui in ogni casa di nobili e borghesi esisteva un pianoforte, e ai figli era affidata la cura e la competenza di uno strumento musicale, così da poter tramandare una conoscenza, quella musicale, che valesse quale legame con la tradizione oltre che come metodo didattico per poter sviluppare doti e forgiare il carattere attraverso lo studio paziente e la curata attenzione per quello strumento.

Era abitudine, quando non esistevano mezzi di comunicazione e ancor prima dell’introduzione della radio, trasformare le serate in casa in momenti di incontro musicale, in cui ogni membro della famiglia imbracciava il suo strumento e tutti insieme si dilettavano a suonare, spartiti alla mano, brani musicali più o meno noti in base al numero di strumenti presenti del nucleo; capitava addirittura che più famiglie si incontrassero per poter “allargare” il giro degli strumentisti e cimentarsi in partiture più impegnative, e questo aiutava a rafforzare i legami sociali e i rapporti di buon vicinato.

Gli insegnanti di canto o di strumento erano professionisti stimati e rispettati, anche perché erano spesso ingaggiati tra i professori che ogni sera si esibivano al teatro San Carlo e detenevano una cattedra di strumento in Conservatorio “San Pietro a Majella”, una fucina di professionisti realizzata dalla fusione, secoli addietro, dei quattro conservatori storici atti ad accogliere per lo più fanciulle orfane o senza possibilità di un futuro economico e sociale, e che venivano avviate all’arte della musica o del ricamo al fine di trovare un inserimento nell’ambiente lavorativo e magari familiare.

Una storia centenaria, per cui Napoli deteneva il ben meritato titolo di Capitale Culturale, oltre che per le varie botteghe artigiane e scuole di pittura che facevano capo ai maestri della pittura mondiale: chi voleva affermarsi nel mondo dell’Arte di qualsiasi branca doveva passare necessariamente completare il suo apprendistato e la sua formazione a Napoli, dove già nel ‘600 l’Arte era rappresentata da maestri del calibro di Caravaggio che, pur non napoletano, qui creò una vera scuola, e di lì a poco Giovan Battista Pergolesi creò in ambito musicale un genere del tutto nuovo: l’opera buffa, che prendendo spunto dalle storie di vita contemporanea, si contrapponeva a quella “seria” che prendeva spunto dalle vite dei miti e degli eroi antichi; Leo, Tritto, Traetta, Jommelli, Scarlatti … Da quel momento, e per oltre due secoli, Napoli produsse musica come nessun’altra città al mondo grazie anche all’intervento di sovrani mecenati che fecero dell’ambiente musicale il più alto valore musicale: fu a Napoli che nel 1771 nacque il primo teatro in senso moderno per volere di Carlo di Borbone, e addirittura Mozart, il compositore prodigio di Salisburgo, già da ragazzo affermava che occorreva che si recasse a Napoli così da comporre qui un capolavoro che lo rendesse famoso in tutto il mondo, e per il teatro San Carlo, che ha visto succedersi nel’incarco di Direttore Artistico nomi del calibro di Donizetti e Bellini, Giuseppe Verdi compose alcune delle sue opere più famose! Liuterie e fabbriche di strumenti musicali erano in pieno fermento, Via San Sebastiano, a pochi metri dal Conservatorio, era conosciuta fino a qualche decennio fa come  “la strada degli strumenti musicali”, perché qui si producevano e vendevano i ferri del mestiere, e fino ai primi decenni del Ventesimo secolo Napoli contava la bellezza di centoventi fabbriche di pianoforti.

Ovviamente, non mancavano le case editrici per la stampa degli spartiti, che spaziavano dalla canzone classica famosa fin nelle Russie all’Opera lirica passando per le composizioni di matrice sacra, essendo comunque la chiesa una delle principali fruitrici dell’opera di valenti Maestri di Cappella, e Napoli era conosciuta come “la città dalle duecento cupole”, il che implicava lavoro a profusione per compositori ed esecutori (chi vi scrive è in tal senso testimone oculare,essendo figlio dell’ultimo professionista che si occupava di questo tipo di organizzazioni musicali relative a messe solenni, concerti sacri o semplici commenti musiali a matrimoni in ogni chiesa di Napoli, grazie alla collaborazione di valenti professionisti che erano impegnati ogni giorno dell’anno tra Napoli, provincia e addirittura fuori regione!).

Il negozio che forse si affermò maggiormente per la stampa e la vendita di tali capolavori piccoli e grandi fu proprio la ditta Simeoli, che vendeva tra l’altro anche partiture stampate da Bideri ed altri editori locali: la sua principale fortuna fu la scelta della posizione, esattamente di fronte al conservatorio. Proprio quell’istituzione che vide il formarsi di nomi di spicco tra i grandi maestri di musica (uno per tutti, Vincenzo Vitale, che sviluppò una tecnica pianistica che fece scuola e che fu il trampolino di lancio per nomi poi affermatisi nella musica a livello mondiale, quali tra gli altri, Sergio Fiorentino e Riccardo Muti). Una volta entrato nel negozio, ogni allievo sapeva che bastava dire al signor Simeoli o ai suoi incaricati con quale maestro studiasse perché gli venissero forniti gli spartiti di cui necessitava per intraprendere a casa lo studio degli esercizi di volta in volta assegnati dall’insegnante.

Una tradizione che ha attraversato guerre e terremoti e che proprio quest’anno festeggia il suo secolo di vita, ultimo baluardo di una tradizione pluricentenaria di magnifica arte musicale nonché di professionalità in ambito strumentale. Ma la musica è ahimè cambiata, soprattutto in senso metaforico, e se è più affermata l’abitudine di acquistare on line dagli strumenti agli spartiti, è anche vero che al musica classica non è più di moda, le famiglie che possono permettersi un pianoforte o un semplice violino sono sempre meno e di certo, siccome la cultura non assicura più una carriera e il titolo di studi sembra destinato a rimanere un classico “pezzo di carta” appeso alla parete. La musica è passata in secondo o terz’ordine, subalterna a esigenze più immediate nonché effimere, e soprattutto ha ceduto il posto alla tecnologia e ai mezzi di comunicazione e ai social, più immediati e meno costosi anche per lo studio. Con la fine delle esigenze di stampatori e rilegatori, un semplice programma musicale permette di rielaborare a casa su una tastiera un intero brano musicale ed eseguirlo tramite mezzi tecnologici e metodi di diffusione del sonoro talmente avanzati da poter quasi sostituire quelli reali.

La musica è ormai appannaggio di pochi volenterosi, eroici nel loro impegno a sfidare la modernità, e non tutti sono disposti a perdere di vista la relazione umana anche col negoziante.

Ecco forse il morivo per cui la ditta Salvatore Simeoli dopo cento anni è ancora là, unica sopravvissuta, baluardo di un tempo glorioso per Napoli e per la Musica con la maiuscola.

Diversamente da quanto riportato sui social da qualche voce tratta in inganno dalla difficoltà del momento, Salvatore Simeoli, che ha ereditato anche il nome del grande fondatore, non ha intenzione di chiudere a fine anno la sua dita: “Con il Covid 19 – ci racconta – si è interrotto anche il “dialogo” degli strumenti zittendo teatri e conservatori, e anche la nostra, come tante piccole realtà locali, sta affrontando seri problemi, risentendo notevolmente dal clima greve che si è creato, ma non me la sento di fare previsioni; per gli studenti di San Pietro a Majella le attività didattico sono a tutt’ora interrotte, e da lunedì prossimo saranno nuovamente in funzione unicamente gli uffici di segreteria e di gestione del complesso, e posso solo cercare conforto nella vendita di spartiti e libri di studiosi e appassionati del settore. Al momento non c’è che da aspettare una vera ripresa delle attività didattiche e concertistiche”.

Ciò che però Salvatore Simeoli chiede è soprattutto soprattutto rispetto, dai napoletani e ancor più dalle istituzioni, per la storia che il suo piccolo tempio di storia rappresenta:  “Il negozio è aperto, ma sono oramai costretto a gestire da solo la ditta, così da poter affrontare i costi vivi dei locali e del magazzino, controllando come posso le poche economie a fronte di spese di mantenimento non indifferenti; però ciò che mi disturba maggiormente è lo stato di degrado ed abbandono in cui sono costretto a confrontarmi ogni giorno: al mattino, puntualmente, per accedere al negozio e aprire le saracinesche sono costretto a scavalcare qualche deiezione canina non prelevata dai proprietari degli animali, e cercare poi di rimuoverla a colpi di secchiate d’acqua. Poi mi tocca affrontare la solitudine di giornate che passano lente, in attesa dei pochissimi clienti, facendo e rifacendo i conti relativi ai costi di gestione che stanno ora divenendo davvero pesanti: purtroppo non bastano i pochi contati fedelissimi clienti interessati a qualche spartito in particolare, o che si fermano ad acquistare anche solo uno dei gadget esposti in vetrina. Sono davvero pochi i passanti in questo tratto di strada, che risente anche della mancanza di quel fiume di turisti che invadevano Napoli fino a pochi mesi fa: una rarità ormai vedere qualcuno passare da queste parti in orari diurni, mentre la vita dei baretti e dei ritrovi affolla la movida dell’attigua Piazza Bellini e dintorni … E’ davvero dura. Però nonostante tutto e anche se non è per nulla facile, resistiamo”.

La musica non è finita, ma urge non interrompere un dialogo con la storia e col nostro passato, e occorre uno sforzo comune delle autorità e dei cittadini stessi affinché questa taciturna e importante testimonianza di un passato glorioso della città non si spenga nel silenzio e nell’indifferenza generale.

Sergio Valentino

Un articolo di Sergio Valentino pubblicato il 11 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 11 Giugno 2020

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