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NEL NOME DEL CIUCCIO

Andrea Carnevale: il tempo come alleato, la pazienza come virtù

Identità, Sport | 11 Maggio 2019

Se provassimo a sovrapporre il palmares del Napoli con i successi conquistati in carriera da Andrea Carnevale, vi ritroveremo una quasi perfetta coincidenza, soprattutto in corrispondenza dei trofei più scintillanti, importanti e sentiti di tutta la storia azzurra.

In quegli anni densi di vittorie e di gioie, Carnevale ebbe un ruolo di fondamentale e strategica decentralità. Ci spieghiamo: non fu un gregario, secondo quell’accezione più diretta che può lasciar intendere il possesso di minori capacità tecniche rispetto agli altri campioni dell’attacco partenopeo, ma seppe continuamente e straordinariamente reinventarsi, di stagione in stagione, in una veste ogni volta nuova. E puntualmente decisiva per le sorti del Napoli.

La strada verso l’azzurro

Per Carnevale, quella di rinnovarsi non fu una dote propriamente innata, quanto invece una prerogativa sviluppata e alimentata sin da giovane. Troppo giovane.

Fu la vita, ancor prima che il calcio, ad imporgli la ricerca di nuove strade. Furono la follia e il raptus del padre, che uccise sua madre a colpi d’ascia quando Andrea aveva appena 13 anni, a spingerlo a cercare una disperata via di fuga da un destino che avrebbe potuto farlo sprofondare in basso da un momento all’altro.

Di necessità, virtù. Con la sola forza delle proprie gambe e del proprio spirito, alimentato da quella vorace voglia di riscatto che sa renderti famelico, ma anche pratico e incisivo in ogni circostanza, facendoti emergere. Carnevale sul campo era così: non rubava la scena per le sue doti tecniche, tutt’altro che ridotte, ma per la sua abnegazione, il suo impegno e la totale disponibilità.

Elementi e caratteristiche che non sfuggirono a Luis Vinicio, che fece esordire Carnevale in Serie A con la maglia dell’Avellino. E’ l’11 maggio del 1980, Andrea ha soli 18 anni e una sola stagione alle spalle da professionista, con la maglia del Latina, in Serie C1.  In Irpinia, in quasi due anni, colleziona poco più di 11 presenze e segna un solo gol, ma la sua carriera ha appena vissuto uno snodo decisivo.

Nelle due successive annate, Carnevale si mette in mostra in B, con la Reggiana, dove trova continuità di impiego e un certo feeling con le reti avversarie (16 marcature in 66 presenze). Gli emiliani retrocedono in C1 e Andrea – dopo un breve passaggio di pochi mesi al Cagliari – ritorna al Sud, al Catania neopromosso in Serie A allenato da Gianni Di Marzio, ex tecnico di Napoli, Internapoli e Juve Stabia. In una stagione deludente e martoriante, che gli etnei concludono sul fondo della classifica con soli dodici punti all’attivo, Carnevale è tra i pochi a salvarsi e a mettersi positivamente in mostra.

Vinicio, che lo aveva lanciato e battezzato ad Avellino, lo vuole con sé ad Udine. Ariedo Braida, al tempo direttore sportivo dei friulani, lo accontenta. Con l’Udinese, Carnevale si consacra definitivamente come uno degli attaccanti più completi del panorama calcistico italiano: sa farsi rispettare nell’area di rigore, è fortissimo di testa, sa mandare a rete i compagni di squadra e, soprattutto, sa segnare.

Di gol, in bianconero, ne realizza 16 in 55 presenze. Due di questi, nella stagione 1985/86, anche al Napoli di Diego Armando Maradona, sconfitto in Friuli da una sua doppietta il 23 marzo 1986. E’ il biglietto da visita di Carnevale ai tifosi azzurri: poche settimane prima di quella partita, il club partenopeo lo aveva acquistato per 4 miliardi di lire, battendo la concorrenza di Juventus, Milan, Roma e Torino.

Si sarebbe trattato di un buon affare. E il Napoli ne ebbe una prima conferma proprio sulla sua pelle.

Il dodicesimo uomo

L’approdo in azzurro di Carnevale avvenne nell’anno in cui il Ciuccio si lanciò con decisa e caparbia determinazione all’appuntamento con la storia. Maradona era al terzo anno di Napoli e, dopo un campionato di assestamento e un altro di semina feconda, era giunto il momento di raccogliere i frutti tanto attesi e desiderati. Andrea si inserì nello scacchiere partenopeo in punta di piedi, subito dietro il duo delle meraviglie composto da Diego e da Bruno Giordano.

Definirlo “riserva di lusso” è a dir poco riduttivo, perché Carnevale si rivelò un asso nella manica mortifero e letale. Per gran parte della stagione, abbandonò il classico ruolo di punta centrale per essere schierato prevalentemente sull’ala sinistra. Dopo una partenza sull’acceleratore, con tre gol nelle prime otto gare dell’anno tra Coppa Italia, Coppa UEFA e campionato, il rendimento di Andrea conobbe un piccolo calo. Nel girone di andata i suoi sussulti si limitano ad una doppietta all’Empoli, il 23 novembre 1986.

Il tempo, però, è spesso galantuomo. Soprattutto con chi, come Carnevale, ha sempre saputo aspettare. Il Napoli vola in classifica, a fine marzo batte la Juventus in casa 2-1 e allunga a +5 su Inter e Roma. Ad aprile, però, gli Azzurri rallentano bruscamente e pericolosamente pareggiando ad Empoli (0-0) e perdendo a Verona (3-0): a quattro giornate dal termine, l’Inter è lontana appena due punti.

Ottavio Bianchi lo getta nella mischia con Maradona e Giordano, affidandogli la maglia numero 7 di Caffarelli e il ruolo di prima punta. Carnevale risponde in grande stile, realizzando quattro reti negli ultimi quattro decisivi incontri contro Milan, Como, Ascoli e Fiorentina. Il più iconico di tutti, neanche a dirlo, è proprio quello segnato ai viola nell’indimenticabile pomeriggio del San Paolo del 10 maggio 1987, che consegnò matematicamente al Napoli il primo Scudetto della sua storia.

Il picco di una carriera, le mani sull’Europa

L’anno successivo, Carnevale si ritrova ulteriormente chiuso dall’arrivo dal Brasile di Antonio Careca e dalla permanenza in azzurro di Giordano. La Ma.Gi.Ca. rende la sua annata 1987/88 avara di soddisfazioni: Andrea parte spesso dalla panchina, racimola appena 19 presenze e realizza due soli gol, nella “sua” Avellino alla quarta giornata e al San Paolo, contro la Sampdoria, nell’ultimo turno.

Il canovaccio di fondo resta sempre lo stesso: tempo al tempo. L’amaro epilogo del campionato precedente porta ai ferri corti il rapporto tra la società, Ottavio Bianchi e quattro pilastri dello spogliatoio azzurro, tra cui Bruno Giordano, che lascia il Napoli per andare ad Ascoli.

La partenza del forte centravanti romano spianò letteralmente la strada proprio a Carnevale. L’occasione è ghiotta e Andrea non se la fa scappare, realizzando ben otto gol già nelle prime undici partite stagionali. L’inizio scoppiettante rimane una costante per l’intero arco dell’annata partenopea. In campionato, Carnevale segna ben tredici reti, stabilendo il proprio record personale di marcature in Serie A. Il suo apporto fu determinante anche nella conquista della Coppa UEFA, in cui mise a referto tre reti: al Bordeaux, in Francia, nella gara di andata degli ottavi di finale (1-0); alla Juventus, nella suggestiva rimonta (3-0) del San Paolo ai supplementari nel ritorno dei quarti di finale; al Bayern Monaco, nella semifinale di andata di Fuorigrotta vinta dagli Azzurri per 2-0.

Non chiamatele “Notti Magiche”

La parabola sportiva di Andrea Carnevale andò di pari passo con quella del Napoli. L’ultimo grande acuto di Andrea coincise con il secondo sigillo tricolore degli Azzurri che, nel 1990, misero le mani sullo Scudetto dopo un lungo testa a testa con il Milan degli olandesi guidato da Arrigo Sacchi. Il rendimento sotto rete di Carnevale fu più scarno – 9 gol stagionali tra campionato e coppe – ma comunque sufficiente per conquistare la chiamata della Nazionale per i Mondiali italiani.

Il CT, Azeglio Vicini, era rimasto folgorato da Carnevale durante le Olimpiadi di Seul del 1988, decidendo così di lanciarlo in pianta stabile con la selezione maggiore. Andrea si presentò alla rassegna iridata come uno dei protagonisti più attesi. Nelle “Notti Magiche” di Roma, però, deluse. Parte titolare nelle prime due partite del girone con Austria e Stati Uniti, ma viene puntualmente sostituito. Nella seconda occasione, non fa nulla per celare il suo malcontento, rivolgendo un fragoroso epiteto proprio a Vicini.

Stavolta non ci sarebbe stato altro tempo da spettare e in cui confidare. Totò Schillaci gli sfila la maglia da titolare e non la perde più, ponendo fine in maniera definitiva all’avventura in Nazionale di Carnevale. Poche settimane dopo, Andrea lascia anche l’azzurro del Napoli, trasferendosi alla Roma dopo aver vinto – in quattro anni – due Scudetti, una Coppa Italia e una Coppa UEFA.

All’Inferno, poi il ritorno

A Roma, la carriera di Carnevale vive il suo momento più tribolato e movimentato. Delle pastiglie anti-obesità gli costano una lunga squalifica per doping per assunzione di fentermina, un farmaco anoressizzante venduto negli Stati Uniti ma vietato in Italia.

Lo stop forzato termina nel 1993. A 32 anni, il suo percorso da calciatore è alle battute finali. Andrea ritorna ad Udine, prima di chiudere al Pescara, in Serie B, nel 1996.

Appese le scarpette al chiodo, la vita torna nuovamente a tormentarlo. Iniziano a circolare alcune voci che lo vogliono coinvolto in un traffico di stupefacenti: il suo matrimonio con la bella showgirl, Paola Perego, entra in crisi e sfocia nel divorzio.

Nel 2002 scattano le manette, un anno dopo finisce ai domiciliari in una vasta operazione anti-droga che vede coinvolti un gran numero di vip.

Carnevale tocca il fondo, ma ricostruisce di nuovo, riaffidandosi nuovamente al tempo e alla pazienza. Non è mai troppo tardi per ripartire, per fare la scelta giusta.

Si ripulisce dalla cocaina e torna alla passione di sempre, il calcio. Udine lo riaccoglie di nuovo, stavolta da dirigente, affidandogli nel 2010 la guida del settore giovanile e della rete di osservatori.

È l’inizio di una nuova vita, che scorre scovando talenti in giro per l’Italia e per il Mondo. Tra questi il nostro Alex Meret, scoperto da all’età di 15 anni e portato in Prima Squadra poco più che maggiorenne.

“Tempo e pazienza, Alex diventerà fortissimo”. Se lo dice Andrea Carnevale, c’è da fidarsi ad occhi chiusi. E un piccolo, grande assaggio lo abbiamo avuto già quest’anno.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 11 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Maggio 2019

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