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NEL NOME DEL CIUCCIO

Elogio di Marek Hamsik, Capitano silenzioso

Identità, Sport | 14 Febbraio 2019

Quando, poco più di dieci giorni fa, abbiamo inaugurato “Nel nome del Ciuccio”, avevamo inizialmente deciso di escludere Marek Hamsik dal nostro viaggio nella storia del Calcio Napoli. Per l’attualità storica del personaggio e per il carattere di specialità – vivo e tutt’ora palpabile – che lo contraddistingue, inserire il nostro Capitano in un percorso narrativo che guarda a ritroso nel tempo poteva apparire una scelta forzata e ridondante.

Le cose, però, cambiano. E spesso lo fanno sorprendendoci, senza segnali o preavvisi ai più riconoscibili. Ad onor del vero, qualche avvisaglia c’era già stata la scorsa estate, quando Hamsik aveva palesemente mostrato il desiderio di provare una nuova esperienza e di lasciare Napoli.

Lo aveva fatto al termine di una stagione logorante, vissuta tra l’illusorio disincanto di uno Scudetto sfumato sul più bello, dopo il blitz di Torino in casa della Juventus, e la frustrazione per un rendimento altalenante, ai limiti dell’annichilimento per quelle ripetute sostituzioni che, quasi sistematicamente, avevano ridotto la presenza in campo di Hamsik a dei canonici 60 minuti.

Fenomenologia di un addio

Uno stato d’animo che lo stesso Hamsik ha descritto e riversato nel capitolo conclusivo della sua autobiografia, “Marekiaro”:

“Napoli è per me la vera capitale dell’Italia e ogni volta che immagino di partire per un’altra esperienza mi prende subito la nostalgia. Stavolta, però, avevo quasi deciso di andare da un’altra parte. […] La delusione bruciava, dopo un campionato straordinario, in cui abbiamo raggiunto il record di punti della società ma non il tanto atteso scudetto. Mi son detto: forse a trentun anni è giusto darsi una nuova possibilità.

Sentivo di aver dato tutto per una maglia che ho sentito addosso come una seconda pelle, dopo una stagione grandiosa che non mi ha visto protagonista al meglio delle mie possibilità. In quasi tutte le partite ho ceduto il posto a gara in corso e – pur rispettando sempre le decisioni dell’allenatore – ho vissuto momenti di grande sconforto.

[…] Non ho mai considerato i soldi e le opportunità calcistiche che mi offrivano da altre parti, mi sarei sentito un traditore. Ma in Cina, un mondo estremamente affascinante, avrei potuto andarci senza tradire nessuno. Non avrei mancato di rispetto al mio Napoli”.

L’allarme rientrò nel giro di poche settimane. Dalla Cina, l’offerta in grado di soddisfare il Napoli non arrivò. Ad arrivare, invece, fu la telefonata di Ancelotti, divenuto nel frattempo il nuovo allenatore azzurro. E il cielo tutto d’un tratto tornò sereno. Almeno per qualche mese.

Sia chiaro, non sono state di certo le sostituzioni di Sarri ad indurre Hamsik a lasciare Napoli. Anzi, lo stesso Marek ha più volte definito il tecnico toscano una figura centrale nella sua crescita professionale (“ciò che mi ha dato Sarri non me lo ha dato nessun allenatore”, si legge nella sua autobiografia).

Ma è altrettanto evidente come, nella sua mente, avesse ormai preso piede la profonda convinzione di non essere più il centro di gravità permanente del progetto tecnico partenopeo. Di non avvertire dentro di sé le stesse motivazioni che, per dodici anni, gli hanno consentito di anteporre il proprio senso di appartenenza all’azzurro alle tante possibilità di guadagno – e di maggiori vittorie, diciamocelo chiaramente – che gli si erano presentate.

Luci soffuse: cala il sipario

Il Napoli senza Hamsik si è materializzato senza che noi quasi ce ne rendessimo conto. Il momento giusto in cui passare il testimone, affinché la squadra non ne risentisse e perdesse di colpo la bussola, era semplicemente giunto. E Marek, quel momento, non ha fatto altro che interpretarlo e coglierlo. Assecondandolo.

Ci saremmo aspettati un esito diverso, scandito da un roboante riconoscimento in pompa magna con cui celebrare questa splendida storia d’amore e di calcio. Magari in un San Paolo stranamente pieno in ogni ordine di posto, con le lacrime a rigare i volti di un pubblico accorso in massa per uno spettacolo di commozione e sofferenza.

Sarebbe stata la chiosa perfetta per salutare ed omaggiare l’Uomo e il Campione. Sarebbe stato l’epilogo perfetto soprattutto per noi – tifosi e narratori – che nella retorica linearità degli eventi troviamo e ricerchiamo spesso riparo e conforto.

Perfetto per tutti, ma non per Hamsik.

Non per lui, che dell’essere Capitano – il più giovane di sempre nella storia del Napoli – ha confezionato un modello capace di amalgamare senso di responsabilità e leadership. Non per lui, che ha sempre affermato ed evidenziato il proprio status di colonna portante con la sola forza dell’esempio. Dentro e fuori dal campo.

Non per lui, che nella sua uscita di scena ha preferito l’ombra del sipario alla ribalta delle luci del palcoscenico. Come a non voler disturbare e ad attirare l’attenzione su di sé, a voler rendere meno amara l’idea della sua partenza.

Simbolo di una rinascita, icona di un’intera generazione

Hamsik, Napoli e il Napoli si sono lasciati nello stesso modo in cui si sono incontrati, conquistati e infine amati. Sottotraccia e sottovoce, lontani nel modo di essere e di vivere ma imprescindibili l’uno per l’altro. Hamsik è stato Napoli senza mai essere Napoli. O, più semplicemente, non ha mai rappresentato, rincorso o ricercato la Napoli del popolo blasfemo, idealmente colorata e spesso folkloristica.

Hamsik è stato Napoli riuscendo a rappresentare la sua parte più nascosta, ma ugualmente viva e presente. Quella che, indefessa, ama e lavora in silenzio. Che preferisce la tranquillità di Pinetamare alla mondanità di Posillipo. Quella che non fa proclami, che non si aggrappa al capopopolo di turno. Quella che resta mentre tutti gli altri vanno via, calzando il numero 17 sulle spalle nella patria per antonomasia della cabala e della scaramanzia.

Cresta alta e fascia al braccio, Hamsik è diventato icona ed eroe di una generazione – quella nata negli anni di e dopo Maradona – che ha saputo trascinare fino alle porte del Sogno, sfidando nemici e rivali in battaglie prima immaginate soltanto alla PlayStation.

Più di tutto, Hamsik ha rappresentato il simbolo di una rinascita calcistica che ha stabilmente riportato il Napoli nell’élite del calcio italiano e nel salotto buono europeo. Ha vissuto e interpretato le diverse fasi della sua evoluzione, oscillando tra le luci di una rapida ascesa e le contraddizioni di un grande successo a lungo inseguito, ma puntualmente sfuggito. E che Hamsik, anche più di noi tifosi, avrebbe sicuramente meritato di conquistare e di festeggiare.

Un trionfo che avrebbe dato ancor più prestigio ad un’epoca che ha comunque riscritto la storia del Napoli e dei suoi record. L’epoca del calciatore col maggior numero di presenze con la maglia del Napoli (520) e col più alto numero di reti realizzate in azzurro (121).

L’epoca, semplicemente ed intensamente, di Marek Hamsik.

Antonio Guarino

Nell’illustrazione che accompagna l’articolo, realizzata da Maura Messina, l’omaggio di Identità Insorgenti al nostro Capitano, ritratto accanto alla sirena Partenope intenta nel donargli una bussola per “guidarlo” e “proteggerlo” nella sua nuova avventura in Cina.

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 14 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 14 Febbraio 2019

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