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NEL NOME DEL CIUCCIO

Intervista a Luis Vinicio: classe, temperamento e innovazione al servizio dei colori azzurri

Identità, Sport | 9 Marzo 2019

Scrivere di Luis Vinicius De Menezes, in arte Vinicio, equivale a ripercorrere decenni di storia calcistica campana e napoletana. Una storia densa di aneddoti, innovazioni e personaggi, che raccoglie al suo interno epoche diverse tra di loro, ma tutte ugualmente importanti e significative.

Da calciatore, prima, e da allenatore, poi, Vinicio le ha praticamente attraversate tutte. Da Achille Lauro all’avvento di Corrado Ferlaino, passando per Pesaola, Clerici, Eraldo Monzeglio e il coriaceo Antonio Sibilia, imprenditore natio di Mercogliano che rese grande l’Avellino negli anni ’80.

A tu per tu con la Leggenda

Ad aprirci la porta di casa De Menezes è proprio lui. Luis Vinicio, meglio noto come “O’Lione”.

Un soprannome che nasce in Brasile, dove giovanissimo, con la maglia del glorioso Botafogo di Rio de Janeiro, si distinse per lo strapotere fisico e l’ardore agonistico nelle battaglie con i difensori avversari. E che a Napoli, quando giunse nell’estate del 1955, fu trasformato nella naturale declinazione linguistica partenopea.

Ai nostri occhi si palesa una figura umana fiera e imponente, che pare farsi beffe degli acciacchi dell’età che inevitabilmente fanno visita anche ai più grandi e ai più forti di sempre. Vinicio ci accoglie con un sorriso spalancato e a dir poco contagioso. Un bastone di legno, stretto nella mano destra, ne cadenza dolcemente il passo. Al suo fianco, la moglie Flora ci fa gentilmente strada verso il soggiorno della loro abitazione.

Nel mentre, scorgiamo dal balcone una splendida vista su Napoli. La nostra attenzione cade sul profilo ben visibile e distinguibile dello stadio San Paolo, che proprio Vinicio battezzó con il gol vittoria (2-1) nella partita inaugurale, contro la Juventus, del 6 dicembre 1959.

Le sorprese non finiscono qui. La sera precedente alla nostra visita, O’Lione ha festeggiato il suo 87° compleanno in un noto ristorante della Riviera di Chiaia. Nel corso della serata, ha ricevuto in omaggio da un giovane tifoso azzurro una tela bianca, riportante una foto di Vinicio con la maglia del Napoli, accompagnata da alcuni versi in napoletano per lui composti.

Ce la mostra fiero ed inorgoglito, con accanto la sua Flora. Li leggiamo: la dedica riguarda il suo esordio con il Napoli del 18 settembre 1955, contro il Torino, allo stadio “Collana” del Vomero , in cui Vinicio andò a segno dopo appena quaranta secondi dall’inizio della partita.

Anche noi sapevamo del suo compleanno e, proprio come il giovane tifoso che ci ha preceduti, avevamo preparato qualcosa di speciale per lui: un disegno realizzato a mano dalla nostra Maura Messina – che fa da copertina a questa nostra intervista – in cui Vinicio, raffigurato nell’atto del calciare in porta, è sormontato da un enorme leone stilizzato.

A far da cornice, un’immagine del golfo di Napoli e del Vesuvio, dalla cui bocca fuoriesce una delle frasi più significative pronunciate da Vinicio nel corso della sua carriera: “la Bellezza domina sul Mondo e la gente ricorda quella, non solo chi vince”.

Giunti in soggiorno, O’Lione opta per la sua poltrona bianca di fiducia. Noi ci accomodiamo frontalmente a lui, su delle sedie, pronti a pendere dalle sue parole nello stesso modo in cui dei nipotini frementi aspettano di ascoltare i racconti dei propri nonni.

Rompiamo gli indugi: “Possiamo chiamarla Mister?”. Sorride, acconsentendo. Il nostro viaggio nel tempo può adesso iniziare.

Il primo Napoli che fece sognare Napoli

Il nostro input indirizza la chiacchierata su di un binario ben preciso: l’esperienza da allenatore, sulla panchina del Napoli, tra il 1973 e il 1976. Prima dell’epopea maradoniana e della squadra “verticale” di Maurizio Sarri, l’immaginario collettivo della Partenope calcistica era dominato da quella fantastica creatura messa in piede da O’Lione.

Il Napoli di Luis Vinicio, infatti, è stato il primo esempio di applicazione, in Italia, del “calcio totale” all’olandese, che in quegli anni dominava la scena calcistica europea con l’Ajax di Cruijff, vincitrice di tre Coppe dei Campioni consecutive tra il 1971 e il 1973.

“Avevo creato un gruppo solido e sano,  uno spogliatoio pulito composto da ragazzi disponibili a seguire le mie idee. Tutti – ci racconta il Mister – si sentivano partecipi e coinvolti nel nostro progetto, davano il massimo in ogni allenamento. Per fare bene nel calcio, questo è un elemento fondamentale e indispensabile”.

Oltre ad incantare e a divertire, nel 1975 quel Napoli andò vicinissimo alla vittoria del primo Scudetto della storia azzurra, giungendo secondo in campionato a soli due punti dalla Juventus. Titolo che sfumó nello scontro diretto del 6 aprile 1975, giocato a Torino e deciso a favore della Vecchia Signora da un gol dell’ex José Altafini, che divenne “Core ‘ngrato” per i tifosi napoletani.

Se è vero che il tempo cura tutte le ferite, è altrettanto vero che quelle più profonde probabilmente non saranno mai in grado di rimarginarsi del tutto. Quando affiora il ricordo di quella partita, Vinicio corruga la fronte, sorride amaramente. La sensazione è che non voglia parlarne più di tanto. L’argomento è soltanto sfiorato (“fu un vero peccato perdere a Torino”).

O’Lione preferisce concentrarsi sulla riconoscenza e sugli attestati di stima che, ancora oggi, la gente di Napoli continua a tributare alla sua squadra.

“Non siamo riusciti a vincere, ma abbiamo lasciato un buon ricordo. Questo è il riconoscimento più importante per l’onestà e la professionalità dimostrate dai miei ragazzi. Anche perché la gente non si ricorda soltanto di me, del Mister, ma anche di tutti loro”.

A volerlo sulla panchina azzurra, nell’estate del 1973, è Corrado Ferlaino. Luis ha già dato la sua parola al Palermo, ma l’ingegnere non si perde d’animo. Nell’accordo con il club siculo, infatti, c’è una clausola sospensiva che consente a Vinicio di svincolarsi dall’impegno preso con la formazione rosanero.

C’è un problema: la clausola scade alla mezzanotte del giorno in cui O’Lione e Ferlaino si incontrano a Capri. I due trovano subito l’intesa, ma tocca inviare una raccomandata in Sicilia per far decadere il contratto di Vinicio col Palermo.

“Quel giorno gli uffici postali erano in sciopero. Non ci restava altro che andare alla Posta Centrale di Napoli. Serviva un miracolo. Partimmo alle 10 di sera da Capri con un motoscafo. Il mare era anche abbastanza agitato, ma riuscimmo ad arrivare a Napoli prima della mezzanotte”.

La raccomandata per Palermo partì in tempo: O’Lione, il centravanti purosangue che tra il 1955 e il 1960 emozionò il pubblico del “Collana” e tenne a battesimo il San Paolo di Fuorigrotta, divenne così il nuovo allenatore del Napoli.

La ricetta vincente: idee chiare, disciplina e senso del lavoro

La creatura perfetta messa in piedi da Vinicio fu figlia di un lavoro certosino, in cui la maniacale cura del dettaglio la faceva da padrone. A Napoli, però, non furono subito (e soltanto) rose e fiori. Anzi, il connubio tecnico tra la realtà partenopea e l’allenatore brasiliano iniziò in maniera tutt’altro che idilliaca. L’applicazione dei suoi metodi di lavoro richiedeva abnegazione e, soprattutto, delle sane abitudini di vita.

Il primo tassello del nuovo Napoli di Vinicio viene messo in Toscana, al Ciocco, in provincia di Lucca, dove la squadra svolgeva il consueto ritiro estivo pre-campionato.

“Avevo ereditato un gruppo indisciplinato sotto il profilo della disciplina. I ragazzi erano abituati diversamente. Lavoravamo molto, ma fuori dal campo erano incontrollabili”.

Vinicio si fa serio. Spalanca gli occhi come se stesse rivedendo in quel preciso istante ciò che ci sta per raccontare. Dopo i primi dieci giorni di ritiro – ci confessa – la sua permanenza in azzurro rischió di concludersi prematuramente.

“Andammo a giocare una gara amichevole a Montecatini. Dopo la partita, cenammo insieme alla squadra avversaria. Loro erano precisi, ordinati e mai scomposti. I miei ragazzi, invece, facevano tutto quello che gli passava per la testa: si alzavano per andare al bar, addirittura si passavano il vino di nascosto sotto il tavolo. Vedevo quelle scene e tremavo di rabbia. In quelle condizioni, non potevo lavorare come avrei voluto”.

In ritiro col Mister c’è anche la moglie Flora, che affianca teneramente il marito anche nelle prime battute dell’intervista, fornendo importanti dettagli nella ricostruzione di quei giorni tribolati.

“Rientrati in albergo verso le due di notte, urlai tutta la mia rabbia alla squadra. Sembravo un forsennato. Dovevano dirmi se volevano continuare con me o meno. E dovevano farlo entro mezzogiorno del giorno seguente. Chiesi ad Antonio Juliano, il capitano, di riportarmi la loro decisione. Se anche uno solo di loro non sarebbe stato d’accordo, sarei andato via all’istante”.

La squadra si ravvide, schierandosi interamente dalla parte del Mister. Nacque un vero e proprio patto di ferro, capace di resistere per tre anni ad ogni tipo di ostacolo e difficoltà.

Di queste, la più significativa giunse l’anno successivo, quello dello Scudetto sfiorato. Il 15 dicembre 1974 il Napoli riceve al San Paolo la Juventus. È la gara d’andata del match, poi decisivo in chiave tricolore, andato in scena a Torino qualche mese più tardi.

Dopo nove giornate, gli Azzurri sono secondi in classifica, a due sole lunghezze dalla capolista Juventus. I ragazzi di Vinicio sono reduci da un faticosissimo ottavo di finale di Coppa UEFA ad Ostrava, in Repubblica Ceca, giocato su di un campo pesante e mal messo, con temperature esterne di molto sotto lo zero.

Oltre alla cocente eliminazione, la squadra si ritrovó a dover affrontare un viaggio di ritorno turbolento e estenuante.

“Andammo in Repubblica Ceca con un aereo noleggiato dalla società. Dopo la partita, finimmo di cenare verso mezzanotte. Il velivolo che ci avrebbe riportati a Napoli, però, arrivó molto più tardi, verso l’una e mezza di notte. L’equipaggio del volo aveva finito il proprio turno poche ore prima, costringendo l’aereo a partire da Praga solo una volta che il nuovo personale di volo avesse sostituito quello precedente.

A causa di questo inconveniente, atterrammo a Roma alle quattro di mattina. Poi, in pullman, giungemmo a Napoli praticamente alle nove e mezza del mattino successivo. La domenica, contro la Juventus, i calciatori risentirono tantissimo della fatica del viaggio”.

A Fuorigrotta, infatti, la Vecchia Signora passeggia e vince nettamente 6-2. Sugli spalti, il pubblico contesta pesantemente la squadra. Alcuni oggetti lanciati dal settore Distinti colpiscono uno dei due guardalinee, costringendo l’arbitro Agnolin a fischiare la fine dell’incontro con qualche minuto di anticipo.

Una pagina di certo poco felice, che O’Lione riuscì però a trasformare in un’occasione da sfruttare per migliorare la coesione della squadra e per testare l’unione di intenti del suo spogliatoio.

“Finita la partita, organizzai immediatamente una riunione con i giocatori. Chiesi loro se fossero contenti di continuare a giocare nel modo che gli avevo proposto o se avessero intenzione di cambiare. Quasi mi rincuorarono. Volevano proseguire lungo quella strada. Mi dissero che giocare a calcio in quel modo li divertiva e che, mai prima di allora, gli era capitata una cosa del genere”.

Quella splendida cavalcata alla guida del Napoli, purtroppo, non si concluse come avrebbe meritato. Non ci fu modo né di salutarsi, né di ringraziarsi, giacché Vinicio andò via sbattendo la porta.

Accadde nella stagione successiva a quella dello Scudetto sfiorato, pochi giorni prima della finale di Coppa Italia col Verona, poi vinta dagli Azzurri con in panchina il suo vice, Rivelino. Il rapporto con Ferlaino, che tre anni prima spinse a mille i motori di un motoscafo pur di strappare O’Lione al Palermo e vestirlo d’azzurro, era chiaramente ai minimi storici.

Ad innescare la frattura fu la cessione di Clerici al Bologna nell’ambito della trattativa che, nell’estate del 1975, portò Savoldi in azzurro per ben due miliardi delle vecchie lire.

“Quell’anno ero in vacanza in Brasile, a Paragominas. Mi telefonò Ferlaino per dirmi che stavamo per prendere Savoldi. Ero contento, ma mi raccomandai di non vendere Clerici. Per noi era un calciatore fondamentale. E invece, per prendere Savoldi, lo diedero proprio al Bologna.

Savoldi era forte, fortissimo. Ma era un calciatore statico e tipicamente d’area. Cosa me ne facevo di lui se, al suo fianco, non potevo avere la vivacità e la classe di Clerici. Non mi diedero ascolto. Smontarono una squadra che poteva essere perfetta!”.

Il legame si ruppe definitivamente a fine stagione, quando Vinicio e Ferlaino si incontrarono per discutere il rinnovo del contratto del tecnico brasiliano.

“La sua offerta non mi soddisfava: ero andato vicino a vincere lo Scudetto, la società aveva fatto il record di abbonamenti (tutt’ora imbattuto, ndr). Mi aspettavo un riconoscimento: mi disse che, se non avessi accettato, potevo anche gettarmi dalla finestra. Andai via, due ore più tardi firmai per la Lazio: mi offrirono venti volte quello che mi propose Ferlaino”.

La forza dell’innovazione

Qual è stato l’esatto momento in cui Vinicio ha pensato che fosse giunto il momento di cambiare, in Italia, il modo di giocare al calcio? Da dove nasce l’interesse per il calcio totale e la difesa a zona?

“Dalla mia esperienza da calciatore”, ci risponde senza tanti fronzoli. “In Brasile, ad esempio, la marcatura a uomo non esisteva. Durante la mia carriera da attaccante in Italia, avevo sempre un difensore avversario che mi veniva dietro. Superato quell’uomo, alle sue spalle c’era il libero, che forniva copertura.

E mai, nessuno dei due, prendeva parte all’azione in fase offensiva. Mi chiedevo: possibile che nessuno si rendesse conto che, in quel modo, si giocava sempre in dieci o addirittura in nove?”.

Le sue convinzioni incontrarono una prima resistenza già a Coverciano, dove Vinicio frequentò il corso da allenatore pochi mesi dopo aver chiuso la sua carriera da calciatore a Vicenza. Nel corso delle lezioni – ricorda O’Lione – i suoi interventi erano spesso accolti con scetticismo o addirittura bollati come errati.

Un’idea, per quanto innovativa e teoricamente valida possa essere, necessita giocoforza di capacità persuasive e comunicative tali da convincere un gruppo di lavoro ad applicarla e a concretizzarla nel modo giusto. La reale capacità di Vinicio è stata esattamente questa: conquistare la fiducia di dirigenti e calciatori circa la validità delle sue idee. E, di conseguenza, avere la possibilità di realizzarle in campo.

E’ il caso di Carlo Del Gaudio, dirigente dell’Internapoli conosciuto proprio a Coverciano, che affidò a Vinicio la panchina dello storico sodalizio cittadino subito dopo aver preso superato l’esame per il “patentino” da allenatore. Fu così soprattutto con Tarcisio Burgnich, marcatore coriaceo a tutto campo della leggendaria Inter di Helenio Herrera trasformato, a fine carriera, in un libero affidabile, veloce e dallo spiccato acume tattico cui affidare la guida della difesa del Napoli.

“La qualità principale di Burgnich – spiega il Mister – era l’umiltà. Venne a Napoli dopo aver vinto praticamente tutto con l’Inter e si rese disponibile ad imparare un nuovo modo di giocare e di difendere. Con calciatori così intelligenti, fai poca fatica a mettere in pratica ciò che vuoi fare”.

Gli amici, i presidenti, i giocatori

Quarant’anni di carriera sono difficilissimi da ripercorrere e riassumere in una chiacchierata di un paio d’ore. Le curiosità da soddisfare sono molteplici. Vinicio pennella i suoi racconti con la stessa dovizia di particolari con cui schierava in campo le sue squadre. E delinea ritratti di amici, presidenti e giocatori con la medesima chirurgica precisione con cui sentenziava i portieri avversari, calciando a rete.

La passerella che ci propone è ricca di aneddoti. L’emozione s’insinua fitta nelle sua parole quando parliamo di Bruno Pesaola. Col Petisso, Vinicio strinse un profondo rapporto d’amicizia. Per Luis, infatti, Pesaola fu amico sincero, compagno inseparabile e guida fidata: lo introdusse nello spogliatoio e lo guidò alla scoperta della Città, aiutandolo ad ambientarsi in una realtà che, per un giovanissimo sudamericano di poco più di vent’anni, poteva essere ricca di svaghi e divertimenti, ma altrettanto tortuosa e ricca di insidie. 

C’è spazio anche per momenti esilaranti. Come gli schiaffoni presi a Palazzo San Giacomo da Achille Lauro, allora Sindaco e Presidente azzurro, per battezzarne l’arrivo a Napoli dal Brasile. O ancora l’incontro ravvicinato con Chinaglia, ai tempi dell’Internapoli, con l’ex campione della Lazio che si ritrovò attaccato per il collo della maglietta all’appendiabiti dello spogliatoio dopo aver mandato a quel paese lo stesso Vinicio durante una partita amichevole.

Come non citare, nella stagione del terremoto vissuta ad Avellino, l’incontrollabile e passionale euforia del patron Sibilia, personaggio vulcanico che Vinicio, però, fu costretto a cacciare dagli spogliatoi pur di preservare e legittimare il proprio lavoro e il rapporto con la squadra. In Irpinia, O’Lione centrò una storica salvezza nel 1980/81 (partendo da una pesante penalizzazione di 5 punti) e ottenne, nel 1986/87, un ottavo posto in Serie A che, ancora oggi, rappresenta il miglior risultato di sempre nella storia dei Lupi.

Si tratta di traguardi di altissimo prestigio che lo rendono una vera e propria istituzione calcistica. Perché raccolti in piazze calcisticamente ritenute meno nobili e al di fuori dei circoli privilegiati. E perché ricordati e celebrati, ancora oggi, come delle vere e proprie imprese di un calcio in cui, di spazio per le favole, pareva ancora esserci.

Dopo quasi due ore, ci salutiamo. Nel congedarci, approfittiamo per chiedergli un rapido parere sul Napoli di oggi.

“Mister, cosa ci manca per essere davvero forti e completi?”

“Due terzini. Di quelli che corrono, che spingono e che scaricano in area palloni come se fossero bombe da buttare in porta”.

Corsa, sacrificio, velocità e qualità. Ieri, come oggi: il calcio secondo Luis Vinicio.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 9 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Marzo 2019

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