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NELLA RETE

Care Sardine, vi ricordiamo chi è Benetton e perché vi ha resi poco credibili

Altri Sud, Politica, Senza categoria | 4 Febbraio 2020

La presenza delle Sardine nel Belpaese ha sorpreso tutti, o quasi. Una brezza di rivoluzione gentile ha avvolto l’Italia e, diciamoci la verità, per un pò ne abbiamo respirato a sazietà.

Qualche mese di manifestazioni con giovani o meno giovani a salire sul pulpito, la parola libera stile sessantottino che si diffonde e il marchio di movimento a-politico e antipolitico impresso prima a fuoco e poi man mano sfumato all’henné.

Poi la prima vittoria sul campo: una campagna elettorale positivamente influenzata a favore del candidato Pd Stefano Bonaccini (comunque virtuoso e preparato), qualche giorno di festeggiamenti e addirittura “la chiamata” di Joshua Wong (leader della protesta di Hong Kong) al frontman del movimento Mattia Santori.

Nell’ambito del colloquio con Wong il co-fondatore delle Sardine ha ribadito i pochi punti alla base della loro battaglia, dal ritrovato senso civico degli Italiani: ”Le Sardine sono semplicemente state un modo con cui si è risvegliato un sentimento profondo della società civile…”.

Alla battaglia contro l’uso spropositato dei social:“…contro tante finte verità raccontate sui social network, le sardine si incontrano fisicamente, perché i corpi non sono manipolabili e così non lo diventano neanche i cervelli”.
Fino ad arrivare, scomodando Che Guevara, al grido rivoluzionario di libertà: Siamo l’urlo del popolo che per troppi anni è stato soffocato, ora però è possibile udirlo a centinaia di chilometri di distanza.

Parole belle, anche se ridondanti, che hanno colpito il giovane leader hongonkiano il quale ha esortato a lottare per questi valori e soprattutto a non darli per scontati.

Tutto andava a gonfie vele fino a che il movimento, dalla protezione delle piazze, si è buttato in mare aperto.

Le sardine nella rete del clan Benetton

Così, una mattina di inizio febbraio il Mangiafuoco di turno, interpretato da Oliviero Toscani, ha offerto “cinque monete d’oro” a Mattia Sartori invitandolo nel suo centro di formazione ‘Fabrica’ di Treviso col pretesto di incontrare i suoi giovani collaboratori.

Invito prontamente accettato dall’headquarter bolognese del movimento delle Sardine, probabilmente ingannato dalla lente fumè e dalla sciarpetta rossa del fotografo benettoniano.

Era un’imboscata.

All’appuntamento Toscani si presenta con Luciano Benetton simbolo tangibile di un Italia vecchia e decrepita, craxiana e corrotta, lassista e sfruttatrice, insomma un cancro capitalistico che – parafrasando proprio le parole di Sartori alla conferenza con Joshua Wong – “per troppi anni ha soffocato il popolo” e non solo quello Italiano.

A questo punto le Sardine avrebbero potuto avvalersi del libero arbitrio e tornare a Bologna, provando a diventare un movimento rivoluzionario con gli attributi, oppure cedere alle lusinghe del burattinaio ed aiutarlo e ripulire l’immagine media-socialista del gruppo Benetton falcidiato dalla vicenda del ponte Morandi e non solo.

Quello che è successo dopo lo sappiamo: il leader Sartori che fa mea culpa dicendo “in quella foto con Benetton siamo stati ingenui”, i media che criticano la scelta e La Bestia che gira forte la ruota schizzando fango su chiunque e gridando il solito “ve l’avevo detto”.

Ma non è stata un’ingenuità Mattia, tutti abbiamo una scelta e tu hai deciso, voi avete deciso.

Non siete dei ragazzini, siete uomini e donne trentenni. Nessuno vi chiede di essere perfetti ma una cosa è imprescindibile: “conoscere il proprio nemico” senza concentrarsi solo sull’evanescenza salviniana.

Conosci il tuo nemico…o fatti da parte

Certo non è giusto strumentalizzare un vostro errore alla stregua dei vari sciacalli destrorsi ma bisognava fare attenzione, questo è fuori discussione.

Come diceva il filosofo Sun Tzu nel suo iconico libro “L’arte della guerra”, “Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali”.

Voi però avete dimostrato di non conoscere il vostro nemico e probabilmente nemmeno voi stessi viste le frizioni e scissioni interne che si sono verificate nel post ‘Fabrica’.

Quando avete stretto la mano a quell’uomo con i folti capelli bianchi e gli occhiali tondi non potevate non conoscerlo, non potevate non sapere che quando ripetiamo il famoso mantra anticapitalistico: “nel mondo ci sono solo 2000 ricchi possiedono quanto il 60% della popolazione mondiale”, quell’uomo è uno di quei duemila ricchi (precisamente il n°877) e fa di tutto per peggiorare la situazione e aumentare il divario.

Non potevate ignorare il dramma del Ponte Morandi e il fatto che prima di quel ponte ne erano crollati altri 9 in Italia, in 10 anni.

Dieci ponti crollati sotto la gestione monopolistica della società Autostrade per l’Italia, un colosso con un fatturato di 4miliardi di euro l’anno e un utile da 900 milioni da destinare al suo azionista principale, il gruppo Atlantia, controllato dalla famiglia Benetton. Gruppo a cui l’Italia ha concesso la gestione esclusiva della sua rete autostradale con le sole richieste di “manutenzione e sviluppo”.

Un monopolio che con una gestione indulgente e piena di ombre soffoca il popolo o peggio: lo uccide.

Così come non potevate non conoscere le “United Victims of Benetton” un’associazione di ex-commercianti che accusano il signor Luciano Benetton&famiglia di “Abuso di dipendenza economica”.

Il gruppo, come si evince dal programma Report in un’inchiesta di fine 2019, sfruttando la propria posizione di vantaggio ha forzato la chiusura di 2000 punti vendita dal 2010 ad oggi (lasciandone aperti poco meno di mille). A farne le spese sono stati centinaia di piccoli imprenditori sparsi in tutto il paese e tutti i loro dipendenti e collaboratori. Persone che hanno investito nel marchio Benetton centinaia di milioni di euro ed oggi si trovano sul lastrico prive di qualsiasi forma di tutela.

Ma le vittime del gruppo Benetton purtroppo non si fermano entro i confini italici care sardine e voi dovevate saperlo.

I Benetton e Globalizzazione “United Colors of Profit”

Sulla spinta di uno slogan antirazzista e solidale come “United Colors of Benetton” e una campagna fotografica statica (ma vincente) volta a rimarcare gli stessi principi, il gruppo, in tempi di globalizzazione industriale, ha immediatamente varcato i confini nazionali delocalizzando la produzione in Bangladesh e lasciando senza lavoro migliaia di operai tessili nostrani.

Proprio nel paese asiatico il lato oscuro del ricco imprenditore trevigiano ha raggiunto il suo apice tra paghe misere e sfruttamento di lavoratori senza alcun diritto, per non parlare dell’enorme impatto ambientale.

È il 24 aprile 2013 quando tra foto di caprette, di donne incinte e giovani ragazzi a rappresentare i cinque continenti uniti, il gruppo si trova ad affrontare un nuovo scandalo globale.

A Dacca l’eccessivo sfruttamento dei lavoratori e la mancanza di tutele e normative porta al più grande danno della globalizzazione capitalistica: il crollo un palazzo di 8 piani che ospitava 5000 operai, tutti impiegati nelle confezioni di abbigliamento.

Un disastro che verrà ricordato come “Il Crollo del Rana Plaza di Savar” in cui morirono 1129 operai tra uomini, donne e bambini mentre confezionavano indumenti per conto, tra gli altri, del gruppo Benetton per meno di un euro al giorno.

Si dice che quegli operai erano ammassati proprio come sardine e sono morti schiacciati l’uno sull’altro.

Questo non potevate ignorarlo, non dovevate ignorarlo.

Così come non potevate ignorare la storia della Comunità Mapuche, una popolazione indigena originaria della Patagonia argentina, che nel 1991 è stata letteralmente sradicata dalla propria terra dalla famiglia Benetton che ne ha acquisito 900.000 ettari di terra sfollando l’intera comunità perché “incompatibile con il progetto economico”: il progetto di allevamento intensivo di ovini da lana e bovini da macello.

Gli autoctoni non si sono mai arresi al gruppo trevigiano scatenando una dura lotta, culminata con la ri-occupazione delle terre ancestrali prima e in una repressione sanguinosa poi, scatenata dalle denunce e pressioni dei Benetton sul Governo Argentino.

Da quel momento è in atto una violentissima repressione. La resistenza Mapuche racconta di quotidiane percosse da parte della polizia argentina con persone ammanettate, trascinate per i capelli, percosse, case distrutte, animali uccisi. Violenze denunciate da molte Ong tra cui Amnesty International in un rapporto del 2017.

Questa è attualità care sardine, è vita.

È quel sistema capitalistico che mangia i piccoli imprenditori, che sfrutta i lavoratori lanciandogli le briciole e che ha il solo obiettivo della massimizzazione del profitto lasciando marcire ponti e piloni autostradali, sfrattando popolazioni indigene e ricorrendo alla violenza senza mai sporcarsi le mani.

E’ contro questo sistema che che da 75 anni ci ribelliamo, non certo solo intonando “Bella ciao”: perchè è da loro che dobbiamo liberarci. La Rivoluzione non si ferma alla politica, la Rivoluzione passa prima di tutto attraverso la conoscenza del contesto sociale e della sua storia.

Quindi la prossima volta che vi ergerete a “voce del popolo” magari chiedete prima se per noi va bene. Non ne possiamo più di ascoltare frasi del tipo “siamo stati ingenui” perchè sono le stesse, identiche parole che abbiamo dovuto ascoltare dopo il crollo del ponte Morandi. E là sotto sono morti dei nostri fratelli… morti di Italia, morti di speculazione, morti di capitalismo…

E noi non lo dimenticheremo, non li dimenticheremo mai…

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 4 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 4 Febbraio 2020

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