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NESSUNA SOLUZIONE

La chiusura di Radio Radicale: una perdita grave per tutti

Media e new media | 22 Maggio 2019

Radio Radicale, l’emittente fondata tra gli altri da Marco Pannella nel 1976, non ce l’ha fatta. E Massimo Bordin, scomparso un mese fa, almeno non ha dovuto assistere a questo clima di smobilitazione, che fa male a tutti, e a tutti dovrebbe far male. Perché come chi ha un minimo di onestà intellettuale ben sa, Radio Radicale non era solo la radio di un movimento politico, ma un’emittente di servizio per tanti, con le sue dirette, i suoi live prima dell’era dei live sui social, il suo archivio sconfinato. Ora è vero che non c’è più necessità di alcuni dei suoi servizi, che si ottengono con meno soldi e più facilmente in quest’era moderna che consente altri modi per fare dirette, più economici. Ma il valore di servizio di questa radio è indubbio e se non fosse esistita, di tante storie, incontri, confronti avremmo perso del tutto traccia. A iniziare, per dirne una, dai congressi di partito o dalle assemblee monotematiche di movimenti e associazioni. Oltre al fatto che il segnale che arriva – chiudere una radio storica perché si è deciso che la stampa non debba più essere finanziata – è pesante.

Il no dei cinque stelle

Decisivi, purtroppo, ieri, per disintegrare le briciole della storica emittente, sono stati i voti del Movimento 5 Stelle. La convenzione con il ministero dello Sviluppo  scaduta ieri sera  non sarà rinnovata e le commissioni Bilancio e Finanze della Camera hanno detto no all’ammissibilità degli emendamenti, presentati all’interno del Decreto crescita, che chiedevano di prolungarla di sei mesi. Per procedere serviva il sì unanime dei deputati, ma è arrivato purtroppo e inspiegabilmente il no dei grillini contro il parere di tutti gli altri gruppi, con relativa bagarre in commissione, con il Pd che finge di difendere la libertà di stampa. Un siparietto deprimente.

L’andamento delle commissioni del resto non ha fatto altro che confermare la decisione della mattinata. I presidenti Ruocco e Borghi avevano infatti ritenuto inammissibili tutte le proposte di proroga della convenzione per Radio Radicale, a partire dall’emendamento della Lega a firma Massimiliano Capitanio (prevedeva il prolungamento della convenzione per 6 mesi, con 3 milioni e mezzo di fondi). Una decisione contro cui gli stessi leghisti avevano presentato il ricorso bocciato ieri sera.

Eppure il vicepremier Luigi Di Maio si era detto vicino a una soluzione, nemmeno un mese fa,  nonostante il muro alzato dal sottosegretario all’editoria Vito Crimi che ha voluto tagliare il finanziamento di 10 milioni di euro l’anno per trasmettere le sedute integrali del parlamento italiano. Ora resteranno a piedi cento persone, tra giornalisti, tecnici e amministrativi, già senza stipendio da giugno.

Un pezzo  di storia del Paese

Radio Radicale oltre a fare storia ha fatto scuola. Nell’estate del 1986, per un mese, l’emittente decise di far fronte al rischio chiusura mandando in onda senza filtro i messaggi registrati dagli ascoltatori: ovviamente quelli che oggi chiameremmo hater o troll si scatenarono, ma “Radio Parolaccia” raggiunse lo scopo: il governo decise di estendere anche alle emittenti il finanziamento pubblico, destinato fino a quel periodo solo ai giornali.  Nel 1994, poi,  Radio Radicale vinse un bando per trasmettere le sedute parlamentari a pagamento. Da allora, l’emittente riceve ogni anno un finanziamento  pari a 10 milioni di euro. Ma quel servizio non serve più: c’è Rai Parlamento che già trasmette ogni cosa. Eppure, ed è quanto dice Emma Bonino, in questi anni Radio Radicale ha saputo essere altro:  “servizio pubblico di interesse generale riconosciuto dall’Agcom e dalla gran parte del mondo politico, accademico, della cultura, dell’informazione e dalla società civile”.

E inoltre non si sembra che ci sia stato un concreto tentativo di salvare il salvabile. A conferma che viviamo tempi bui… bui assai.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 22 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Maggio 2019

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