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Nicola Manzò e i “Sette cavalieri d’oro”: giallo avvicente che parla napoletano

Dicono di me | 16 Aprile 2015

DICONODIME2015

Nicola Manzò
Sette Cavalieri D’Oro
(i delitti del barbiere)
Tea Narrativa, euro 14

Nicola Manzò ama Napoli, visceralmente, lo si capisce da come scrive di questa città nel suo romanzo “Sette cavalieri d’oro. I delitti del barbiere”.

L’autore ci porta per mano, ci guida , ci segue e ci precede tra i vicoli e le piazze della nostra città, tra la gente di quartiere, così diversa ma con sangue nobile e verace al tempo stesso, gente con il cuore pulsante di caffè e sole.

Ogni rigo, ogni capoverso, ogni piccola sfumatura diviene necessaria per tessere un romanzo intriso dell’anima napoletana.

La storia si incentra su sette statuine d’oro, sette cavalieri forgiati da Bernardo Corradini su ordine di Lorenzo de Medici come dono al Re di Napoli Ferrante I d’Aragona.

Questi  sette cavalieri sono per leggenda portatori di sventura e sventura infatti sarà per la famiglia Maffei, legata in qualche modo a queste statuine,  che verrà presa di mira da uno spietato serial killer, che lascerà sui corpi delle vittime della famiglia dei messaggi in spagnolo “cupi e minacciosi”.

Il caso verrà affidato al commissario Renzi, milanese di nascita ma napoletano d’adozione e di cuore.

Renzi è scaramantico, ama il mare che gli ricorda la sua donna “perduta”, capace di rasserenarlo anche da lontano, è un buongustaio e apprezza il calore partenopeo.

Renzi, come ogni buon napoletano, compie scrupolosamente i suoi riti giornalieri, come quello di prendere un buon caffè bollente al bar di fiducia, il Bar Murzillo, talmente piccolo che il caffè va preso fuori dalla porta  o l’insaponatura rilassante dal suo barbiere-amico.

Proprio nel salone di Ettore, a San Biagio dei Librai, nel ventre di Napoli, si delineano i personaggi di Nicola Manzò: acuti, ironici, sentimentali, estrosi e originali, insomma in tutto e per tutto napoletani!

Ettore il barbiere che non si tira mai indietro; Mirella la sua fidanzata, giornalista de “Il Mattino”, arguta e bella ma, soprattutto, “capatosta”; la Zia Mariuccia veggente e cartomante che fa parlare la Napoli del  “non è vero ma ci credo”; Tatillo detto Gùgol per le sue capacità di reperire informazioni attraverso Internos, “la rete dei vicoli ” da lui capeggiata.

Nicola Manzò “gioca” a raccontarci aneddoti  della nostra Napoli, aneddoti pieni di amore, storia e mistero, aneddoti che incuriosiscono, affascinano e colpiscono il lettore dritto al cuore.

Ci viene raccontata la storia del Maschio Angioino, la leggenda del Monaciello e anche quella della Napoli delle “4 Giornate”  che non si piegò all’oppressore tedesco e che, anche grazie all’aiuto di Don Vincenzo, sacerdote della chiesa di Santa Maria dell’acqua,  riuscì a salvare dalla deportazione nazista migliaia di ebrei, facendo quello che meglio riesce ad ogni napoletano che possa essere definito tale: aiutare il prossimo incondizionatamente.

L’autore accarezza la lingua napoletana, la usa con caparbia, passione e ironia, si serve di proverbi e “cuntranomme”,  ed ecco allora che ci troviamo rapiti da personaggi come il già citato Tatillo Gùgol, Gigino capa ‘e vacca, Ciccio Taekwondo, Peppe  ‘o surdo, Gennarino ‘o sorice (topo d’appartamento ma dall’animo buono) e Vincenzo o’ sebillo, così  soprannominato proprio per la sua capacità di parlare esclusivamente per proverbi.

Lo scrittore come un moderno Cicerone ci scorta e ci fa ammirare le bellezze della città.

Si sofferma, non tralascia mai uno spunto,  uno scorcio, un angolo,  per far “carpire” al lettore la grandezza e lo splendore napoletano, nonostante il suo sia un giallo, anche molto avvicente.

Eccoci quindi “catapultati” attraverso l’intera città, dal Vomero verso Posillipo,  a Marechiaro, passando per lo splendido mercatino di antiquariato della villa comunale, proseguendo per il Lido Mappatella  e fermandoci  poi per pranzo a  Via Foria, nella trattoria abituale del grande Eduardo situata proprio tra quello che fu il suo teatro: il San Ferdinando e il magnifico Real Ortobotanico.

Gran parte del romanzo però si svolge al centro storico, dove aleggia il clima di mistero caratteristico di ogni giallo, dove i vicoli si intrecciano, le vite si accavallano e i misteri trovano nutrimento nelle caverne della Napoli sotterranea.

Queste grotte anguste e nascoste danno un’immagine di Napoli ancestrale ed esoterica, Napoli che a differenza di altre città non si vive solo in superficie, Napoli che per amarla e comprenderla va scavata a fondo, fino a comprenderne il suo animo celato.

L’autore  è riuscito attraverso mille espedienti, tutti dettati da un’adorazione verso le proprie radici, a renderci  questo giallo ancora più avvincente e benvoluto , proprio per la cura che mette nel trattare con i guanti una città troppo spesso maltrattata e demonizzata.

Altra cosa che colpisce tantissimo sono le note  di chiusura in cui l’autore non si perde in autoelogi o simili, ma ancora una volta vuole lasciarci delle perle su Partenope e conclude con le parole che Libero Bovio desiderò avere scritte sulla lapide:

 “Addio Marì, Salutammella  Napule pe ‘mme, Dille ch’è stata tutta a vita mia,

dille che l’aggio amata quanto a te ”

Parole condivise e amate da ogni innamorato di questa città.

Un grazie quindi accorato e sentito a Nicola Manzò che  è riuscito a dare a questo romanzo “giallo”, edito da Tea, tutti i colori della nostra Napoli: il rosso dell’amore, il nero del mistero, l’azzurro del mare, il verde della speranza e infine ancora il giallo, anche quello del nostro sole.

Viviana Trifari

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 16 Aprile 2015 e modificato l'ultima volta il 16 Aprile 2015

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