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NIENTE DA FESTEGGIARE

Sede legale al Nord: il federalismo made in Italy

Speciale 17 marzo | 17 Marzo 2015

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Fissiamo un punto: l’emigrazione biblica dei meridionali al nord negli ultimi due decenni non è una sciagura piovuta dal cielo, né men che meno un retaggio atavico che ci trasciniamo dietro dalla notte dei tempi, ovvero la genetica inettitudine del meridionale ad intraprendere secondo il falso storico di stampo risorgimental-lombrosiano. Solo entro una certa misura è conseguenza della crisi-truffa operata dalla finanza globalizzata.

In prima istanza è il frutto di scelte ciniche scientemente attuate dai governi – tutti – a trazione padana sulla pelle del Sud e ad esclusivo vantaggio del nord. Più precisamente, è la risposta italiota alla crisi internazionale: concentrare tutte le risorse al nord fottendosene delle desertificazione economica ed umana del Mezzogiorno, anzi addossandogliene con razzismo le colpe e additandolo come palla al piede e vergogna “nazionale”. Tra le suddette scellerate decisioni, la svendita al nord di quasi tutte le banche del sud, progettata con la legge Amato 218/1990 ed attuata dall’ex governatore di Bankitalia Fabio Fazio, oppure il federalismo energetico (D.Lgs. 185/2008), grazie al quale, dati Terna alla mano,  produciamo più energia di quella che consumiamo (+37.4%), ne smistiamo l’eccesso al Nord ed in cambio paghiamo bollette più salate (+15%), con punte in Sicilia del +60%. Nell’arco temporale tra queste due leggi si inseriscono il furto perenne dei FAS, i fondi CIPE dirottati in padania in percentuali intorno al 99%, e il famigerato federalismo fiscale.

La cosiddetta “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.” Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

Traducendo dal burocratese spinto alla vita quotidiana di ciascun meridionale: ogni volta che compri un pacco di pasta o caffè di una marca con sede legale al nord, il reddito lo generi in Campania o Sicilia, ma le tue tasse per il 55% finiscono in Lombardia o Piemonte, come se l’acquisto fosse stato effettuato lì e non sotto casa tua. Grazie ai tuoi soldi le regioni settentrionali hanno più risorse per scuola, trasporti e sanità, soldi sottratti ai servizi della regione in cui vivi. E poiché più risorse significa anche maggiori assunzioni, ogni anno un esercito di meridionali vi emigra per lavoro.

Non fa nessuna differenza che l’azienda abbia lo stabilimento al sud: molte che i più reputano del tutto meridionali, Ferrarelle, Lete o Auricchio solo per citare i casi più famosi, hanno la sede legale al nord. Gli effetti sono ancor più disastrosi se si considera che buona parte della spesa effettuata nella nostra terra è prodotta al Nord: circa il 94%, secondo un’inchiesta del quotidiano Terra. D’altro canto non c’è di fatto una sola azienda settentrionale, statale o privata che sia, con sede legale al sud: bravi a sottrarci risorse, restituire il favore mai.

Fin qui abbiamo parlato della busta della spesa, ovvero di quei casi in cui almeno in teoria e grande distribuzione permettendo, dovremmo avere libertà di scelta per comprare meridionale: per tutta una serie di servizi irrinunciabili siamo invece pressoché costretti a comprare nord, dato che Enel, Eni, Snam Gas, Poste Italiane e Trenitalia non hanno mai la sede legale più a sud di Roma. Analogo discorso per assicurazioni e banche, del resto.

Compri in Puglia e paghi le tasse come se l’acquisto fosse avvenuto in Veneto, grazie al giochetto della sede legale. A tale riguardo, nel dossier “La finanza locale in Italia. Rapporto 2011”, redatto da Ires, Irpet, Srm, Eupolis e Ipres, si legge: “L’IVA, nelle sue attuali modalità di dichiarazione, lascia una distinta traccia territoriale: il luogo (fino al dettaglio comunale) del domicilio fiscale del contribuente IVA. Il problema è che questa informazione è del tutto inutilizzabile per ripartire la compartecipazione IVA: il domicilio fiscale del soggetto IVA spesso non coincide con il luogo dello scambio, e ciò è vero soprattutto per le grandi imprese che hanno una rete di distribuzione articolata sul territorio. Utilizzare questo criterio come guida della compartecipazione IVA porta a risultati paradossali, con una drammatica concentrazione del gettito della compartecipazione nei territori dove esistono grandi comuni (Milano, Roma, Torino) in cui hanno sede le imprese medio-grandi.

Lo studio si riferisce ai soli effetti della quota destinata ai comuni, e in tal senso ci è ancor più utile a capire. Se un “misero” 2% produce, su base regionale, una drammatica concentrazione del gettito nei grandi comuni, che conseguenze ha quel 52% a livello “nazionale”?

La risposta è tanto ovvia quanto drammatica: nel rapporto Svimez 2013    è documentato che “negli ultimi venti anni sono emigrati dal Sud circa 2,7 milioni di persone. Nel solo 2011 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 114 mila abitanti.” Altri dati avvalorano la tesi per cui federalismo fiscale, energetico ed altri orrori a nostro danno sono la “soluzione” italiota alla crisi internazionale: tenere a galla il nord affossando il sud. Nel rapporto Svimez 2013 si legge che “dal 2007 al 2012, il Pil del Mezzogiorno è crollato del 10%, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%)”, mentre in quello datato 2014 si afferma che “nel 2001, all’inizio del federalismo fiscale, le entrate correnti dei Comuni del Centro-Nord erano pari a 944 euro per abitante, mentre quelle del Mezzogiorno ammontavano ad 815 euro (- 13,7%): al 2013 i valori sono 1.018 euro per i primi e 756 euro per i secondi (- 25,7%)“. Riassumendo: c’è crisi internazionale, anche nelle regioni settentrionali il Pil diminuisce, ma come per incanto aumentano le entrate dei loro comuni. Delle due l’una: o in quelle lande nebbiose risiedono, ignoti ai più, maghi della finanza e dell’impresa, oppure molto più banalmente la spiegazione è che con la crisi la coperta è diventata corta, e la  soluzione è stata rubare al sud altre risorse per il nord.

E poiché alla propensione padana all’accattonaggio non vi è fine, va aggiunto che  il federalismo prevedeva, almeno in teoria, i cosiddetti meccanismi di perequazione, che da qui in poi chiameremo “elemosina coloniale“, ovvero prima rubo le risorse del Sud con la truffa legalizzata della sede legale, poi prometto di mandare il contentino, una piccola percentuale del maltolto. Ebbene pure l’elemosina ci hanno rubato, dato che i suddetti meccanismi sono rimasti del tutto inattuati, e la stessa Svimez parla in tal senso di  “vera e propria frode a danno dei cittadini del Mezzogiorno”.

Il federalismo fiscale ha effetti tossici per la nostra terra anche a livello politico e imprenditoriale. “Dopa” il Pil delle regioni settentrionali ascrivendo loro reddito prodotto al sud, e ciò offre la sponda al politico italiota di turno per rubarci ulteriori risorse: inutile investire da noi se è il nord la “locomotiva” del paese. E’ sufficiente dare un’occhiata ai miliardi di euro a noi sottratti in poco più di un anno dal duo Renzi – Del Rio con questa vergognosa argomentazione per inorridire. Per un imprenditore del sud spostare in padania la sede legale significa pagare meno interessi sui crediti bancari e avere più facile accesso agli appalti, come dimostra il caso eclatante, e poi fallito, di affidare i lavori per Expo 2015 alle sole aziende con sede nel raggio di 350 Km da Milano. E poi c’è il “non detto ufficialmente”, ovvero un più facile accesso alla grande distribuzione e ai canali pubblicitari: paghi il pizzo alla camorra italica e vendi di più, altrimenti per il loro sistema semplicemente non esisti, questo è quanto.

Diciamoci una verità, è il nord che vive a spese del sud, e non da oggi: lo dimostrano i dati Bankitalia 2012, in base ai quali su 4,5 milioni di imprese settentrionali attive solo il 4% aveva l’estero come mercato di riferimento. Il restante 96% fallirebbe senza il Sud come mercato di sfogo dei propri prodotti, leggi pure colonia interna. Sebbene non per nostra volontà, sono 154 anni che manteniamo a nostre spese questo nord straccione: dal furto delle nostre industrie e dell’oro del Banco di Napoli quando il Piemonte era sull’orlo della bancarotta con il 565,4% di debito pubblico, fino ai giorni nostri, passando per la truffa della Cassa del Mezzogiorno. E’ venuto il momento di lasciare che il nord provi a farcela da solo: o impara a nuotare, oppure affoga.

Del resto 17 Marzo 2015 per noi significa questo: 154 anni da colonia interna e nulla da festeggiare.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 17 Marzo 2015 e modificato l'ultima volta il 17 Marzo 2015

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