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NORD LADRO E MOSE

Le intercettazioni: così furono rubati i fondi Fas del Sud

Ambiente, Economia, Italia, Politica | 15 Giugno 2014

mose

I fatti sono ormai noti a tutti e per giunta non è la prima volta che si verifica che fondi destinati al Sud vengano dirottati al Nord. Stavolta oggetto del dirottamento è il Consorzio Venezia nuova, guidato dal grande burattinaio delle tangenti Giovanni Mazzacurati, tanto potente da riuscire addirittura a farsi scrivere le leggi su misura per mettere le mani sui finanziamenti dei fondi Fas (Fondo aree sottoutilizzate). Una storia che ci ricorda ancora una volta come siamo trattati da colonia. Ma vediamo i fatti.

Nell’inchiesta del gip Alberto Scaramuzza è spiegato che il consorzio in questi anni si è comportato come una vera e propria lobby o gruppo di pressione per ottenere le modifiche normative d’interesse. Per raggiungere lo scopo e ottenere una deroga al tetto del 15 per cento dei fondi Fas per il Nord, Mazzacurati le ha provate tutte (ha incontrato anche Letta, ad esempio, Gianni, che però non risulta indagato). E sono volate anche le mazzette. Addirittura codificate, secondo l’accusa, con la retribuzione stabile di alcuni big della politica. Almeno 20 milioni, del resto, sono finiti sui conti esteri preparati dalla rete creata dall’ex top manager della Mantovani, Giorgio Baita, fra i primi ad essere arrestato.

E sono pronti per soddisfare le diverse esigenze. Galan è in testa alla lista: l’ex governatore avrebbe ricevuto «900mila euro nel periodo fra il 2007 e il 2008, per il rilascio dell’adunanza della commissione di Salvaguardia del 20 gennaio 2004, del parere favorevole e vincolante al progetto definitivo del sistema Mose» e ancora 900mila euro nel periodo fra il 2006 e il 2007 per il rilascio nell’adunanza del 4 novembre 2002 e del 28 gennaio 2005 del parere favorevole della commissione V.i.a. della Regione Veneto, su progetti delle scogliere esterne alle bocche di porto di Malamocco e Chioggia». Dunque, in conclusione Galan, «in qualità di presidente della Regione Veneto» si sarebbe adoperato più di una volta «per compiere atti contrari ai suoi doveri d’ufficio», ovvero per sbloccare pratiche care al Consorzio Venezia Nuova, ricevendo di fatto «uno stipendio annuale di un milione di euro». Il tutto fra il 2005 e il 2012.

Nell’inchiesta c’è di tutto, anche magistrati della corte dei conti, come Vittorio Giuseppone, ora ai domiciliari. Identica la destinazione per il sindaco Giorgio Orsoni arrestato per un reato meno grave: un finanziamento illecito di 110mila euro. La somma sarebbe arrivata in vista delle amministrative del 2010, quelle in cui sconfisse Renato Brunetta. Orsoni «beneficia di un contributo elettorale sì formalmente deliberato di 110mila euro, ma attraverso passaggi effettuati per impedire che risultasse il vero finanziatore, ossia il Consorzio Venezia Nuova, trattandosi quindi di finanziamenti illeciti». Insomma, Orsoni avrebbe mascherato l’imbarazzante contributo. Formalmente a pagare sarebbero state alcune aziende – dalla Mazzi alla Mantovani alla Covela – che a loro volta avrebbero ottenuto il denaro dal Consorzio Venezia nuova sulla base di false fatturazioni.


Fra gli arresti eccellenti c’è quello di Roberto Meneguzzo, il finanziere vicentino di Palladio finanziaria, crocevia di molti affari nel Nordest. Meneguzzo è «a conoscenza dell’illecita finalità perseguita da Giovanni Mazzacurati – scrive il gip – e «lo metteva in contatto» con l’ex ufficiale della Gdf ed ex deputato del Pdl Marco Milanese. Milanese è «il consigliere politico dell’allora ministro Giulio Tremonti. Mazzacurati gli consegna «personalmente» 500mila euro, «al fine di influire sulla concessione dei finanziamenti del Mose, in particolare nel far inserire fra gli stanziamenti inclusi nella delibera Cipe n. 31 2010 e nei decreti collegati anche la somma relativa ai lavori gestiti dal Consorzio Venezia Nuova, inizialmente esclusa dal ministro».ì

Tornando ai finanziamenti “dirottati”, per Venezia l’anno “critico” nella ridistribuzione dei fondi del Fas, il Fondo per le aree sottosviluppate. Era il 2010 e il governo aveva stabilito che l’85% dei finanziamenti fosse destinato al Sud. Per questo i vertici del Consorzio Venezia Nuova (Cvn), che per la costruzione del Mose intascava risorse pubbliche da cui “ritagliarsi” il 50% di fondi neri, fecero pressioni sul governo perché la percentuale venisse ripartita diversamente. Così cominciano i contatti con politici e funzionari per portare al Nord ciò che era destinato al Sud.

Spiegano i pm Stefano Buccini, Stefano Ancilotto e Paola Tonini che per “sbloccare” i fondi Fas, Mazzacurati trova un interlocutore, Lorenzo Quinzi, direttore del Gabinetto del Mef. Quest’ultimo spiega che «…le soluzioni che sono un po’ drastiche dovrebbero essere o che loro spostano i 400 milioni sulle risorse della legge obiettivo, che ovviamente non hanno paletti dell’85 e del 15%…». Più tardi Mazzacurati riferisce alla propria segreteria l’avvenuto incontro con Milanese, sottolineando «l’efficacia dell’attivazione di quest’ultimo con i funzionari del ministero delle Infrastrutture» (allora era ministro Altero Matteoli). I fondi si sbloccano dopo poco. Si parla di 400 milioni per il Cvn.

Come si legge nelle carte, la cricca sul Mose dunque si era già mossa nel maggio del 2010, sotto il governo di Silvio Berlusconi, per ottenere una modifica al tetto del 15% al dello stanziamento dei fondi Fas (Fondo aree sottoutilizzate) per avere 400 milioni di euro per il sistema delle dighe mobili attraverso una delibera Cipe.

Dalle intercettazioni telefoniche citate dal Gip nell’ordinanza si legge che «Meneguzzo chiama Mazzacurati» e «si capisce che Meneguzzo avvisa Mazzacurati che il giorno dopo (12 maggio 2010) il Cipe delibererà il finanziamento al Mose, come dettogli dal “nostro amico”, l’appellativo di Marco Milanese».

Inoltre, nella stessa telefonata, emerge che Milanese, attraverso l’ad di Palladio e dal 2008 anche consulente del Consorzio Venezia Nuova, «sollecita Mazzacurati di interrompere i contatti con il ministero delle Infrastrutture, facendo capire che ormai è lui (Milanese) che si occupa della questione».

Un’ora dopo «aver ricevuto le rassicurazioni da Meneguzzo, Mazzacurati – continua il Gip – prosegue i contatti con i principali consorziati del Mose, sempre al fine di raccogliere i soldi, frutto delle retrocessioni, per pagare la tangente a Milanese e Meneguzzo per il loro proficuo interessamento per lo sblocco dei finanziamenti del Mose».

Il 13 maggio 2010 il Cipe effettivamente adottò la delibera per lo stanziamento dei fondi da destinare al Mose e Paolo Emilio Signorini, capo del Dipe, il braccio operative del Cipe, «chiama Mazzacurati e gli spiega il contenuto della delibera (…) risultando in definitiva che l’intervento di Milanese è stato determinante ai fini dell’introduzione di una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni di euro per il Mose».

400 milioni destinati al Sud, manco a dirlo. Ora si aspettano gli sviluppi dell’inchiesta, ma alla fine non pagheranno i veri responsabili. Quelli che, accettando le pressioni esterne, hanno modificato come sempre la legge ai danni del Mezzogiorno destinando altrove le risorse. Dove quell’altrove va letto come aziende del Nord, politica corrotta e soliti lobbisti noti.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 15 Giugno 2014 e modificato l'ultima volta il 21 Ottobre 2014

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