giovedì 20 giugno 2019
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“NOTE A MARGINE”

Uno sguardo per tutto ciò che è destinato all’oblio. Da oggi la nuova rubrica di Chiara Reale su Identità Insorgenti

Cultura | 10 Gennaio 2019

Se fossi una fotografa, o un’artista in generale, ci sarebbe un argomento a cui dedicherei almeno un mio progetto. Le cose trascurate o, per meglio dire, le cose che non hanno mai avuto visibilità: messe da parte, dimenticate, quelle che non hanno mai avuto un’occasione.

Senza alcuna motivazione di indagine sociale, attenzione, solo perché penso spesso al fatto che c’è tutto un mondo di piccole cose su cui nessuno poserà mai gli occhi. I giovani fili d’erba sul ciglio di una strada ad alto scorrimento.

Le elaborate ragnatele di seta che si ingrandiscono nelle crepe dei muri delle case abbandonate. Due iniziali ricamate, sulla manica di un abito strappato, conservato per ricordo e appartenuto ad una persona cara che non c’è più.

Il fatto che ci sia qualcosa che esiste nonostante nessuno ne abbia la benché minima coscienza non mi intristisce ma, al contrario, mi dà una sensazione di sicurezza. Come se tutte queste piccole cose siano salve nella loro bellezza sconosciuta proprio per il fatto di non essere viste.

Nel mio immaginario conservano, loro sole, un immenso potenziale inespresso e, sebbene non possa essere testimone della loro esistenza, è bello sapere che nel mondo c’è qualcosa che gode di questo “stato di grazia”.

Mi capita di pensarci, per deformazione professionale, anche in riferimento alle opere d’arte. Penso a tutte quelle opere di cui c’è traccia in letteratura, ma che sono scomparse: ad esempio, le opere mai più ritrovate sottratte a tanti musei italiani e francesi durante il sacco germanico della Seconda Guerra Mondiale.

Immagino la pastosità dei colori sulla tela, una piccola area in cui il tratto incerto, la scalfitura dell’indoratura della cornice. Immagino tutto questo con una perversa e sensuale vertigine di emozione, nell’intima speranza che non siano andate distrutte ma che riposino in silenzio, da qualche parte.

Ho visitato solo pochi giorni fa al Museo di Capodimonte la mostra “Depositi”,  raccoglie (il titolo certamente non è criptico) molte opere generalmente non esposte e che erano state conservate nei depositi del Museo per moltissimo tempo.

Passeggiando a passo lento, in quella danza rituale e auto-ipnotica che ben conosce chi frequenta i musei, fra le stanze e lungo le gallerie, posando lo sguardo sui dipinti, le sculture e gli innumerevoli oggetti, pensavo a quando tutte quelle meraviglie erano chiuse nei loro imballaggi, nelle loro casse, poggiate sugli scaffali, nel silenzio e nell’ombra del deposito 131, del Palazzotto, del Deposito 85 e del Farnesiano.

Anche loro in quel mondo che ogni tanto sogno e in cui tutto è possibile, testimonianza della sua esistenza ma anche, in tutta la loro bellezza svelata, testimonianza del suo fallimento. Nel momento stesso in cui il primo curatore ha tirato via il telo che ricopriva il primo quadro, nel momento in cui il suo sguardo ha sfiorato le linee e le curve del disegno per la prima volta dopo decenni, senza che io lo sapessi, qualcosa si stava irrimediabilmente spezzando. Dal mondo dell’oblio a quello della luce: per la gioia di molti occhi mi si spezza qualcosa nel cuore.

Chiara Reale

A cosa ci riferiamo:

Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere

Museo e Real Bosco di Capodimonte – Via Miano 2, Napoli

Fino al 15 maggio 2019

Biglietto: 12 euro (ridotti: 8 e 4 euro)

Info: www.museocapodimonte.beniculturali.it

 

Per restare in argomento:

David Foster Wallace – Oblio (Ed. Einaudi, 18 euro)

 

 

Un articolo di Chiara Reale pubblicato il 10 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 10 Gennaio 2019

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