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Prima puntata della storia di Napoli attraverso le epigrafi antiche

Beni Culturali | 22 Gennaio 2020

Girando per le strade ed i vicoli di Napoli è possibile imbattersi in lapidi sporche o sbiadite affisse sui muri dei palazzi: alcune di esse ancora oggi ci raccontano spaccati della vita quotidiana della Napoli di alcuni secoli fa.  Si tratta di banni ed editti incisi su lastre di marmo e poi affissi ai palazzi in modo che tutti potessero leggere.  In realtà, dato che a saper leggere erano davvero in pochi, l’editto veniva proclamato dopo il suono di tromba e ad alta voce dall’ “ordinario trombetta” al popolo che frequentava la strada o la piazza interessata dall’editto. La figura dell’ordinario trombetta (il banditore) dette luogo al detto popolare “Pare a trummetta a Vicaria”.

Dal XVIII secolo si abbandonò pian piano il latino e subentrò l’italiano come lingua ufficiale per questi editti.

Si tratta di documenti dall’eccezionale valore storico, che già a inizio ‘900 erano viste come epigrafi destinate a scomparire, oramai quasi illeggibili (da leggere alcune osservazioni dell’esperto di topografia Giovanni de Muralt contenute nel volume XIII di Napoli Nobilissima). Se una singola epigrafe può raccontare qualcosa della vita di un tempo, messe insieme, le diverse epigrafi giunte fino a noi costituiscono un documento storico di grande importanza, ancorché dimenticato da troppi, che andrebbe recuperato sia attraverso interventi di restauro, laddove necessario, sia attraverso un percorso di ricostruzione e di mappatura dei banni ancora presenti sui muri dei palazzi.  Obiettivo della rubrica “ La storia di Napoli attraverso le epigrafi antiche” è proprio questo.

Una prima epigrafe è in via Banchi Nuovi e risale al 1773. Dalla lettura, resa un po’ difficoltosa dai segni del tempo, non solo si evince quali fossero le pene per chi occupava abusivamente il suolo pubblico o sporcava, ma si delinea un colorito quadro realista di quel che accadeva in piazza. Basta chiudere gli occhi per vedere il largo – oggi noto come piazzetta Monticelli – animarsi.  E’ il 1773, il largo è stato interessato da profonde mutazioni urbanistiche da pochi decenni, dato che al rinascimentale palazzo Penne si sono aggiunti, in sostituzione di edifici precedenti, da una parte la chiesa dei SS. Demetrio e Bonifacio dei padri somaschi e dall’altra il palazzo Palmerice progettato dal Sanfelice. Il largo è “comune” fra il principe Palmerice e la congrega di San Demetrio e la vita deve essere frenetica ai banchi nuovi, fra gente che si intratteneva in strada a mercanteggiare o a svolgere le proprie attività, con particolare riferimento ai “sediari”. Non è immediato capire a quale tipo di sediari il banno si riferisse, in quanto fra gli antichi mestieri oramai perduti in piazza si esercitava sia quello di chi andava a vendere o aggiustare sedie per strada, magari in vicinanza di palazzi nobiliari, sia quello di chi fittava le sedie ai fedeli che si recavano alla messa, in prossimità dell’ingresso delle chiese.  Probabilmente, per la presenza della chiesa in piazza, si trattava di questi ultimi.

Il risultato fu che, per venire incontro alle richieste del principe o della congrega e per mettere ordine nel caos regnante, la Gran Corte della Vicaria, attraverso il suo “gran maestro giustiziero” (magnus magister iustitiarus”) Giovanni Maria IV, signore della famiglia Guevara-Sardo, promulgò il banno il cui testo è pervenuto fino a noi: carcerazione per chi ardisca o presuma di occupare o imbrattare il largo o per quei sediari che osino “tenervi le sedie avanti il largo della Casa Palaziata dell’illustre principe di Palmerici”.  L’occupazione di suolo pubblico e il lasciare sporca la piazza con i residui delle proprie attività sarebbe stata punita con il carcere.

Promulgare un editto del genere non doveva essere banale e richiedeva l’intervento di più figure, alcune alquanto colorite: l’editto fu comandato dal Gran Maestro Giustiziero, promulgato da Marcello Fero (il cui nome appare accanto al “locus sigilli”, la parte di un editto in cui andava apposto il sigillo), proclamato ad alta voce e dopo il suono di tromba da parte dell’ “ordinario trombetta” Domenico Zito e riportato a imperitura memoria su una enorme lapide da Gaetano e Giacinto Bova.

Ecco il testo del banno così come incisa sull’epigrafe:

“Banno, ordine e comandamento da parte della G.C. della Vicaria e del suo Gran Maestro Giustiziero, signori regente e giudici di quella, per il quale si fa ordine e mandato a tutte e qualsivogliano persone di qualunque grado o condizione si siano, che dal giorno della pubblicazione del presente banno non ardiscano, né presumano di occupare, né impedire, né tampoco imbrattare né alli sediari tenervi le sedie avanti il largo della Casa Palaziata dell’illustre principe di Palmerici, sito in questa città di Napoli, per essere comune detto largo tra esso illustre principe ed il venerabile collegio di S. Demetrio della congregazione sommasca, come consta dagli atti, sotto pena della di loro carcerazione nel caso di controvenzione al presente banno.

Verum se qualche persona si sente gravata comparisca in questa G.C. e nella sottoscritta banca fra lo spazio di giorni sei decorrendi dal giorno della pubblicazione in avanti, che se li farà complimento di giustizia, altrimenti si procederà in contumacia,  Napoli, lo dì 19 luglio 1773

Locus Sigilli    Marcellus Ferro

A Di ventiquattro luglio 1773 Napoli. Io sottoscritto Domenico Zito ordinario trombetta della G.C. della Vicaria refero di aver pubblicato il sopraddetto banno nel largo di S. Demetrio e avanti il palazzo dell’illustre principe di Palmerici a suono tromba ad alta ed intelligibile voce more praeconis ut moris est.

Domenico Zito ho pubblicato ut supra

Cajetanus Bova actorum magister

Hyacintus Bova scriba

Fabrizio Reale

Un articolo di Fabrizio Reale pubblicato il 22 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Gennaio 2020

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