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NUOVE SCOPERTE

Pompei, Regio V: la Fortuna e la Malasorte nei monili ritrovati

Beni Culturali | 12 Agosto 2019

La Regio V continua a stupire e a raccontare la vita quotidiana della colonia romana più famosa al mondo. Ancora cristallizzata in quello che fu il momento dell’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, il quartiere della città recentemente portato alla luce traccia storie di vita quotidiana e di personaggi che abitavano ai piedi del vulcano in un’epoca lontana quasi 2000 anni.

La Casa con giardino ci racconta la superstizione 2000 anni fa

Così, dalla Domus chiamata semplicemente “Casa con giardino”, diventata famosissima a ottobre scorso per una iscrizione al carboncino che daterebbe l’eruzione a ottobre invece che ad agosto di quell’anno, riemergono 10 scheletri di donne e fanciulli e dei monili particolari che ci raccontano dell’uso da parte dei romani degli amuleti contro malocchio e sfortuna, o per attirare a sé la buona sorte. Una usanza che, seppur trasformata (ma non troppo), è sopravvissuta fino ai giorni nostri, dove la superstizione, spesso a braccetto con  la religione, è ancora assai presente.

Custoditi in una cassa di legno, e da poco restaurati e riportati al loro splendore dalle restauratrici del Laboratorio di Restauro del Parco archeologico di Pompei, i monili ritrovati erano probabilmente una parte dei preziosi di famiglia, che forse gli abitanti della casa non riuscirono a portare via prima di tentare la fuga.

La traccia della cassa in legno che conteneva i reperti, le cui cerniere bronzee si sono ben conservate all’interno del materiale vulcanico, a differenza della parte lignea decompostasi, è stata individuata accanto all’impronta di un’altra cassa o mobile nell’angolo di uno degli ambienti di servizio, probabilmente usato come deposito.

Sul fondo dell’impronta sono stati rinvenuti i numerosi oggetti preziosi, tra cui due specchi, diversi vaghi di collana, elementi decorativi in faïence, bronzo, osso e ambra, un unguentario vitreo, amuleti fallici, due frammenti di una spiga di circa 8 cm e una figura umana, entrambi in ambra, probabilmente dal valore apotropaico, e varie gemme (tra le quali una ametista con figura femminile e una corniola con figura di artigiano). Diversi pezzi si contraddistinguono per la qualità pregiata dei materiali, oltre che per la fattura. Tra le paste vitree straordinarie sono quelle con incise da una parte la testa di Dioniso e dall’altra un satiro danzante.

 

L’influenza degli amuleti nel mondo greco e romano

Nel mondo greco e romano si attribuiva agli amuleti il potere di preservare dalle malattie, dai malefici e di deviare i cattivi influssi dalle persone alle quali erano diretti (la parola “amuleto”, forse di origine orientale, si trova in latino per la prima volta in Plinio il Vecchio). L’uso degli amuleti nacque dalla medicina e ha origine dalla superstizione che attribuisce a potenze occulte i mali che non possiamo spiegare. Di solito si ricorreva a essi per alleviare i mali fisici e per prevenirli. Sulle pietre che avevano una certa influenza c’è un poemetto orfico, intitolato “Liticà”, che ne celebra le virtù misteriose. Da esso, citato da Plinio il Vecchio, sappiamo che l’agata, nei suoi vari colori, aveva effetto contro i morsi degli scorpioni e dei ragni, gettava discordia in famiglia e rendeva un atleta invincibile; il diamante aveva influenze benefiche e scacciava la malinconia; il cristallo propiziava la divinità; il corallo e l’ambra avevano grandi virtù profilattiche. Tra i metalli, invece, il ferro aveva proprietà magiche e l’oro virtù profilattiche. La maggior parte degli amuleti era sotto forma di gioielli ed ornamenti di tutte le specie: di pietra e di metalli preziosi che si portavano in molte maniere: sospesi al collo o al petto come collane e pendagli isolati o anche passati in cinture attraverso il capo o in un dito (ànulus), in braccialetto (inàuris). Gli amuleti che non potevano essere portati come ornamento (come quelli in pietra), erano fermati in sacchetti o capsule d’oro o di bronzo chiamate “bùllae”, che si portavano sospese al collo, a un braccio o al petto, attaccati spesso a collane e che contenevano anche formule magiche o raffigurazioni di vario significato. Piccoli amuleti, infatti, erano decorati con una figura femminile stante, nuda, con una mano alla bocca e con l’altra dietro, che doveva preservare contro ogni parola imprudente che potesse attirare una sorte malvagia. Si trovano pure figure virili nello stesso atteggiamento ed altre con una doppia testa rappresentante, da una parte una faccia umana, dall’altra quella di un leone. Molti amuleti hanno forma di teste di animali feroci, come il leone, il lupo; o inoffensivi, come il cavallo e l’asino. Le stesse figure immaginarie, come il grifone, la sfinge, la sirena, vennero adattate su tutti i mobili, sulle armi, sui vestiti, portati come gioielli, sui muri, sulle porte, dappertutto per preservarsi dalla cattiva sorte. Simboli apotropaici per eccellenza erano la maschera della Gorgone, le rappresentazioni dei genitali maschili e femminili, figure di satiri e di sileni ed altre immagini legate al culto bacchico.

Gli oggetti che raccontano storie di vita quotidiana presto esposti alla Palestra Grande

I monili trovati alla Regio V erano in perfetto stato e quindi è bastata una semplice pulitura e il consolidamento con materiali reversibili per ridargli nuova vita.

Presto i monili saranno esposti, con altri gioielli pompeiani, presso la Palestra Grande, in un’esposizione che si propone come seguito di “Vanity”, la mostra da poco conclusasi, e dedicata finora al confronto di stile e manifattura di gioielli dalle Cicladi e da Pompei, oltre che da altri siti campani.

“Si tratta di oggetti della vita quotidiana del mondo femminile e sono straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione. – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna – Nella stessa casa, abbiamo scoperto una stanza con dieci vittime, tra cui donne e bambini, di cui stiamo cercando di stabilire le relazioni di parentela e ricomporre la biografia del gruppo familiare, attraverso le analisi sul DNA. E chissà che la cassetta di preziosi non appartenesse a una di queste vittime. Particolarmente interessante è l’iconografia ricorrente degli oggetti e amuleti, che invocano la fortuna, la fertilità e la protezione contro la mala sorte. E dunque i numerosi pendenti a forma di piccoli falli, o la spiga, il pugno chiuso, il teschio, la figura di Arpocrate, gli scarabei. Simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione”.

Che gli amuleti appartenessero agli abitanti della casa è da considerarsi una cosa normalissima senza per forza dover attribuire poteri magici a una fattucchiera – serva capace all’occorrenza di usare formule segrete. Ciò comunque non stupisce se ancora oggi nel napoletano soprattutto una tradizione popolare attribuisce “poteri” benefici a donne capaci di allontanare il malocchio con semplice olio da cucina e frasi irripetibili che si tramandano da generazioni.

Susy Martire

 

 

 

 

 

 

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 12 Agosto 2019 e modificato l'ultima volta il 13 Agosto 2019

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