martedì 22 gennaio 2019
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ODE AL SUPER SANTOS

In attesa dei Mondiali, un elogio alla gioventù e allo sport popolare

Sport | 10 Giugno 2018

Ma se non l’hai vissuto, come lo spieghi.

Il primo giorno di vacanza dopo la fine della scuola.
E per di più nell’estate dei Mondiali.
Nella testa di un ragazzino napoletano.

Ma se non l’hai vissuto, come lo spieghi.

9.00-21.00.
12 ore di luce.
720 ideali minuti per una partita quotidiana infinita,
con una sola “obbligata” pausa pranzo (imposta con la “democrazia dei paccheri” dalle madri).

Ma se non l’hai vissuto, come lo spieghi.

Un’ estate da sogno,
fatta di asfalto, Super Santos (bucati a decine e ricomprati in forma “collettivizzata”), sole cocente, maglie fradicie e piccoli sorsi d’acqua vicino ad una sola bottiglia da condividere in non meno di 10 “compagni”.

Ma se non l’hai vissuto, come lo spieghi.

Che era esattamente quello che ti faceva diventare l’estate passata a Napoli a giocare a calcio in strada:
Compagni.
Di gioco.
Di sogno.
Di sorso.
Di vita.
Ed essere “cumpagn'” a Napoli, vale molto ma molto di più che essere “n’amic'”.

Ma se non l’hai vissuto, come lo spieghi.

Che correvi.
Ti ammazzavi di fatica.
Ridevi se vincevi.
Piangevi se perdevi.
Per una partita di calcio in strada, fatta con due pietre per porte e rincorrendo un pallone di plastica arancione.

Ma non si correva, ci si ammazzava di fatica, si rideva o piangeva per la partita.
Quello era il nostro modo di rendere poetica l’infanzia.
E non si rincorreva così forsennatamente un pallone,
ma la vita.
E ne eravamo ogni giorno avidamente affamati.

Ma se non l’hai vissuto,
un pó del senso della Vita
ti è sicuramente sfuggito via,
proprio come spesso faceva quel Super Santos.

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 10 Giugno 2018 e modificato l'ultima volta il 10 Giugno 2018

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