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Oltre la pandemia: Luigi, 15 anni, costretto in carrozzina a vivere da recluso

Luigi Riccio
Diritti e sociale | 27 Marzo 2021

Luigi Riccio, 15 anni, vive in provincia di Napoli. Vulcanico, aggrappato all’esistenza con un entusiasmo da fare invidia a chiunque. Chi lo conosce sa benissimo quanto la sua gioia sia contagiosa. Fin da piccolissimo, Luigi ha dovuto accogliere la carrozzina come la sua più fedele compagna di vita. E ha dovuto imparare, suo malgrado, fin da subito, a convivere con un disagio che, in questi nostri territori più che altrove, si amplifica ogni giorno di più.

Se pure volessi andare a messa da solo, come ci arrivo?”, lo sentiamo affermare mentre siamo al telefono con la mamma, Anna Verdone, che per suo figlio ha messo a disposizione tutta la sua esistenza. Anna è un’estetista che, da quando è nato Luigi, ha rinunciato a larga parte del suo tempo, a quel lavoro che era anche la sua passione, perché, di fatto, si è trovata da sola ad affrontare tutte le difficoltà e le esigenze che vive ogni madre con un figlio diversamente abile.

L’ho sempre fatto col sorriso”, tiene a precisare Anna, “mio figlio viene prima di tutto”. Benché una madre sarebbe disposta a sacrificare qualsiasi cosa per il bene dei propri figli, resta l’ingiustizia di un contesto sociale e culturale che sembra non tenere affatto in considerazione coloro che, come Luigi, avrebbero bisogno di strutture e servizi adeguati alle loro esigenze.

Per Luigi (e per molti altri) anche la salute è un Diritto a Distanza

Nel periodo più caldo dell’emergenza, quando siamo stati tutti costretti a recluderci in casa, Luigi si è sottoposto ad una serie di lunghi e delicati interventi. Come già in altre occasioni, ha dovuto affrontare il viaggio che dalla provincia di Napoli lo ha condotto a Genova. Nel capoluogo ligure, infatti, Luigi affida ormai da anni la sua vita alla competenza e alla cura dei medici, aggiungendosi in questo modo alla numerosa schiera di donne e uomini che, da Sud, sono costretti a viaggiare verso il settentrione per curarsi.

D’altronde, e da queste parti lo sappiamo bene, il diritto alla salute per alcuni italiani sembra rovinare su qualche remoto ponte che attraversa il Garigliano. Da qui e fino allo Ionio, centinaia di famiglie si accollano spese di viaggio, vitto e alloggio a chilometri di distanza da casa per ricevere cure adeguate e sperare di ottenere la migliore assistenza possibile.

Si tratta di un vero miracolo”, ricorda la mamma con un velo di commozione. “Luigi è rimasto in sala operatoria anche per quattordici ore e io ero sola ad attenderlo all’esterno, a chilometri di distanza da casa”.

Un viaggio, quello dalla provincia napoletana a Genova, che Anna ha spesso affrontato da sola. Il papà di Luigi, Biagio, non può permettersi lunghe assenze da quel lavoro che rappresenta l’unico reddito della famiglia. E anche in questo senso molto poco le istituzioni sono riuscite a fare per sostenerli: “Gli spostamenti, le sedute dallo psicologo, le visite specialistiche, il doposcuola sono tutte cose che paghiamo di tasca nostra”, ci dice Anna. “E non vi nascondo che alcune volte ci siamo tutti privati di qualcosa pur di venire incontro alle esigenze di Luigi. Anche quando c’è qualche sussidio disponibile, spesso la burocrazia diventa un ulteriore ostacolo da superare che qualche volta mi ha costretta a rinunciare finanche di provarci”.

Solitudine e pandemia: l’emergenza non è democratica

In Campania, fino a questo momento, le lezioni in presenza si sono tenute per un periodo di sole sei settimane. Per molti ragazzi sono proprio le aule scolastiche gli unici spazi di socialità possibile. Qualcuno può, senza dubbio, cogliere l’opportunità di incontrarsi con gli amici anche fuori scuola, ma per tanti giovanissimi questo periodo è paragonabile a una pena da scontare ai domiciliari.

Luigi appartiene a quest’ultima categoria. Da un lato, vive come molti la necessità di rispettare le restrizioni vigenti. Dall’altro, però, sente di essere particolarmente solo. Senza alcun desiderio di girare intorno al problema, pensiamo sia ancora molto difficile per le persone diversamente abili riuscire a tessere una rete di relazioni significativa. Soprattutto a questa età. Soprattutto in un contesto territoriale che ancora fa fatica a offrire spazi di aggregazione inclusivi, capaci di favorire la relazione tra pari.

Così, se gli adolescenti hanno avuto la sfortuna di vivere una parte dei loro anni migliori impantanati in una pandemia, per Luigi le restrizioni sono diventate un’ulteriore barriera tra la sua vita e il resto del Mondo.
Sono dispiaciuta“, afferma amareggiata Anna, “alla fine, mio figlio è rimasto solo. Non ha amici con i quali trascorrere il proprio tempo libero e in quest’ultimo periodo le cose sono peggiorate”.

La realtà non cambia da sola

E come Luigi, sono tantissimi i ragazzi chiamati a lottare contro la solitudine e l’isolamento. Un disagio che si aggiunge a quello di dover vivere in un contesto che, a causa delle numerose barriere architettoniche, limita fortemente l’autonomia delle persone diversamente abili.

Per decenni siamo stati tutti colpevoli di negligenza e menefreghismo. Cittadini e istituzioni. E mentre noi attendiamo pazienti i tempi della politica, questi ragazzi crescono, diventano grandi e si ritrovano costretti ad accettare le briciole di diritti che la collettività si ricorda, di tanto in tanto, di gettare loro come fossero avanzi per randagi.

“Questo tempo ci renderà migliori”, dicevamo qualche mese fa. “Andrà tutto bene“, affermavamo in tanti. La realtà, tuttavia, sempre dura e cruda, ci ricorda che se non ci muoviamo per cambiare le cose, andrà tutto dannatamente come sempre. O forse peggio. Tanto ci sarà sempre qualcuno che pagherà le negligenze di questa società più di altri. E di solito, a farsi più male, sono sempre le persone più deboli.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 27 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 27 Marzo 2021

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