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OMICIDIO FLOYD

Quell’ultimo respiro che vuole cancellare l’apartheid

Razzismo | 5 Giugno 2020

Sono passati ormai dieci giorni da quei maledetti 8,46 minuti in cui George Floyd perse la vita. Da allora quell’ultimo respiro è rimasto in gola ad una parte di America che non riesce più subire l’onnipotenza delle forze di polizia verso i cittadini neri e lo fa gridando “Black lives matter” in ogni città da Washington a Miami. Domani anche a Napoli sotto l’Ambasciata Americana è previsto un presidio alle 15 per Floyd.

L’origine della rivolta

Le strade di oltre 200 città si sono riempite di persone che chiedono giustizia con rabbia e determinazione. Le richieste sono un pugno nello stomaco verso l’intoccabile istituzione della polizia americana:

Richieste dei manifestanti a Brooklyn. Foto di Eleonora Privitera

Richieste non negoziabili per le quali i manifestanti sono pronti a rimanere in piazza a tempo indeterminato sfidando ogni ostacolo istituzionale, dal coprifuoco all’esercito.

Determinazione che ha portato al raggiungimento del loro primo, e finora unico, obiettivo: ieri infatti sono stati arrestati tutti e quattro i poliziotti che hanno partecipato all’assassinio di Floyd per i quali sono previste pene fino a 40 anni.

Ma il prezzo pagato è già altissimo.

Gli scontri e la risposta della gestapo americana. È guerra civile?

Man mano che aumenta la repressione, gli scontri si intensificano e le dimostrazioni, seppur il più delle volte pacifiche, assumono la forma di vere e proprie rivolte atte a mettere fine ad un razzismo di stato che ormai rappresenta il sottobosco di quell’America benpensante e repubblicana che per anni si è resa complice di qualsiasi ingerenza della polizia verso afroamericani, sudamericani o comunque diversi senza mai pagarne il prezzo.

Il paese delle libertà “vigilate” sta provando per l’ennesima volta a spezzare le catene.

Auto in fiamme, attività distrutte, morti, feriti e saccheggi di quelli che sono definiti simboli del capitalismo, sono la fotografia del momento.

Dall’inizio delle proteste il bilancio è gravissimo: 11 persone (cinque solo nelle ultime 48 ore) sono state uccise dalle forze dell’ordine e circa 9500 arrestate.

L’altro ieri un giovane di 22 anni, Sean Monterrosa, è stato ucciso in California da un poliziotto intervenuto per un saccheggio in un supermercato. L’agente l’ha freddato “per sbaglio” convinto che avesse un’arma da fuoco mentre il ragazzo era, arreso, in ginocchio.

Neppure la stampa è stata risparmiata dalla violenza della polizia che ha arrestato e ferito molti giornalisti nell’esercizio del proprio lavoro.

Oltre 200 riots stanno scuotendo gli Stati Uniti tanto da essere considerate “le più grandi manifestazioni di dissenso anti-stato dai tempi della guerra in Vietnam”.

Nelle città dove la protesta si è infiammata di più, tra cui Washington DC e New York, è stato decretato il coprifuoco armato, il cui rispetto è garantito da ronde di squadracce che non esitano ad usare la forza al solo sentore di minaccia.

Per limitare l’escalation di violenza è intervenuto anche il fratello di George, Terrence Floyd, che pur appoggiando pienamente le proteste, ritiene che possano far il gioco di Donald Trump e sminuire il senso della lotta: “mio fratello non approverebbe il vostro comportamento”.

Insomma la situazione è sfuggita di mano a tutti tanto che il sindaco di New York, Bill de Blasio, ha deciso un nuovo coprifuoco dalle 20 dello scorso martedì : “Le proteste sono potenti e hanno un grande significato. Ma nella notte abbiamo visto gruppi che le usano per incitare la violenza e distruggere le proprietà”.

La “distruzione della proprietà” però in questo caso non è fine a se stessa ma deve essere considerata un atto eroico in quanto tesa a colpire il sacro graal degli states “la proprietà privata” con l’obiettivo di conquistare quei capisaldi Made in USA, fino ad ora solo propagandistici come libertà, fratellanza e uguaglianza.

La reazione di Donald Trump

Dall inizio degli scontri l’area che circonda la Casa Bianca è diventata il teatro delle manifestazioni pacifiche e di durissimi scontri . Un occhio di bue acceso su un presidente che viene ricordato in ogni accadimento deprecabile del suo paese come fosse il suo avatar in stile “Essere John Malkovic” e in effetti si stenta a trovare differenze sostanziali tra Darek Chauvin e Donald Trump, due facce della stessa medaglia.

L’insistenza dei contestatori a Washington DC ha costretto le forze di sicurezza del presidente a ripiegare, per i primi giorni, nel bunker della Casa Bianca. E proprio da quel bunker il tycoon anzichè dissuaderle ha continuato ad incitare le forze dell’ordine ad incrementare il numero di arresti lasciandosi andare anche a commenti confusi e insensati come l’attacco ai cosiddetti ANTIFA (letteralmente “antifascisti”) che in realtà più che essere “gruppo organizzato” rappresenta un’educazione fortunatamente diffusa in gran parte del pianeta…dal 1945 (ma vaccelo a spiegare).

Ma non è l’unica dichiarazione goffa e evanescente del presidente. La risposta più famosa alle proteste è stato l’attacco ai manifestanti fuori dalla Casa Bianca, in cui le truppe federali hanno sgombrato l’area in stile in stile Tienanmen in modo che Trump potesse compiere la sua importante missione di stare di fronte a una chiesa e di tenere in mano una Bibbia e al contempo minacciare l’uso dell’esercito.

Ormai puntare una telecamera su quell’uomo è diventato un rischio per gli stessi Stati Uniti: populismo e annunci al limite del ridicolo sono ormai un pericolo per il paese.

Non ultimo il suo tweet sulla comunità che dai più è definita con l’irritante parola “afroamericana” in cui ha affermato “La mia amministrazione ha fatto più di qualunque altro presidente per la comunità degli afroamericani dai tempi di Abraham Lincoln. E il meglio deve ancora venire”.

Dimostrando ancora una volta di non capire cosa gli sta succedendo intorno. Non importa che la comunità sia afroamericana, ispanica, cinese, indiana o italiana.

Le persone sono in strada per chiedere di essere una sola, grande, comunità a prescindere dalla provenienza dei propri avi.

Antonino Del Giudice

Ph Eleonora Privitera

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 5 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 7 Giugno 2020

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