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PALESTINA

La black-list ONU sulle aziende operanti nelle colonie illegali spiazza Israele e UE

Altri Sud | 21 Febbraio 2020

Le Nazioni Unite dopo aver rappresentato per anni un passe-partout per l’espansionismo israeliano hanno finalmente fatto un passo verso la Palestina. Un piccolo passo in realtà, ma che ha avuto il merito di far tornare l’Europa a parlare di apartheid, anche se in maniera fugace e superficiale.

L’ Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha infatti diramato la lista di 112 società che svolgono attività nelle colonie illegali israeliane.

La pubblicazione è stata accolta con entusiasmo dalla società civile palestinese e dal suo leader Mustafa Barghouti il quale, in un’intervista al quotidiano Al Jazeera, ha dichiarato soddisfatto:” il rapporto dimostra che le società indicate stanno operando intenzionalmente in violazione delle leggi internazionali”.

Di tutt’altro avviso invece il ministro degli esteri israeliano Israel Katz il quale in un delirio di onnipotenza ha dichiarato di aver ordinato: “misure eccezionali e severe” contro l’organismo delle Nazioni Unite riorganizzando l’assetto della giurisdizione mondiale.

Reazioni internazionali

La lista rappresenta il riconoscimento di un crimine perpetrato dal Governo israeliano dal 1967. Israele infatti ha occupato illegalmente la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme est dopo la “guerra dei 6 giorni” del 1967 (contravvenendo agli accordi di Rodi) e da quel momento ha costruito centinaia di insediamenti illegali per i suoi cittadini ebrei, questi insediamenti sono considerati appunto “territori occupati”.

Purtroppo la black-list dell’ONU in Europa, anzichè portare ad un dibattito costruttivo e risolutivo sull’apartheid, è stata ampiamente criticata.

Il nostro viceministro degli Esteri, Marina Sereni, ha confermato la contrarietà dell’Italia e dell’UE in quanto minerebbe la reputazione delle aziende coinvolte:”in linea con i partner UE, abbiamo espresso contrarietà a tale pubblicazione, sia perché un simile esercizio appare oltrepassare le competenze dell’Alto Commissario, sia perché comporterebbe danni commerciali e reputazionali a quelle imprese che operano in un quadro giuridico di legalità”.

Il viceministro ha chiuso spendendo anche parole di “compassione” verso gli autoctoni che, a suo avviso, perderebbero garanzie lavorative: “questa lista porterà danni agli stessi palestinesi molti dei quali lavorano e sono impiegati nelle imprese listate”; che poi sarebbe come astenersi dal combattere le mafie con la scusa di tutelarne l’indotto.

In definitiva, nonostante il lustro e l’imparzialità presunta dell’UNHCR, sia l’Italia che l’Unione Europea ne hanno preso le distanze per motivi, a detta loro, commerciali. L’idea è che questa contrarietà sia legata a mere questioni di potere che li vedono da sempre genuflessi a Stati Uniti e Israele.

Questioni di potere che pare non abbiano lasciato impassibili neanche le stesse Nazioni Unite che hanno limato e rinviato la pubblicazione della lista per quattro anni, lista che era stata commissionata nella risoluzione 31/36-2016 del Consiglio per i Diritti Umani.

Le aziende coinvolte e quelle sottoposte ad “ulteriori valutazioni”

Il concetto di base è semplice:“se un’azienda decide di mettere le basi in un territorio occupato è essa stessa occupante”. Concetto che però pare non sia servito a fare completa luce su tutte le società.

Infatti, stando ad una prima relazione del 2018 – effettuata Alto Commissario dell’epoca, Zeid Ra’ad Al Hussein – la lista inizialmente vedeva implicate ben 321 società, 209 delle quali sono state eliminate dall’attuale commissario Michelle Bachelet “in attesa di ulteriori valutazioni”. Come se 4 anni non fossero abbastanza per effettuare tutte le valutazioni del caso.

Naturalmente al comando della lista della vergogna ci sono numerose imprese israeliane tra cui:

Banche, ferrovie, servizi idrici e telecomunicazioni: tutti settori che impattano sul quotidiano dei palestinesi creando dipendenza e per questo rappresentano la principale arma dell’espansione silenziosa di Israele in Palestina.

Ma l’ONU ha “denunciato” anche società globali che riguardano il nostro quotidiano tra cui spiccano i nomi di Airbnb, Booking, Tripadvisor, Expedia, Edreams, Motorola Solutions e il gruppo francese Alstom (operante anche in Italia come Alstom Ferroviaria S.p.A.).

Come anticipato però all’appello mancano numerose società trascinate in via diretta o indiretta nelle colonie illegali israeliane. I loro nomi sono talmente altisonanti che spingerebbero i più maliziosi a pensare che le Nazioni Unite abbiano deciso, almeno per il momento, di chiudere un occhio.

Tra queste troviamo la Hewlett Packard, Elbit Systems, Caterpillar, Hyundai Heavy Industries, Volvo, Heidelberg Cement e Cemex e la multinazionale sportiva Puma.

Tutte aziende di alto profilo coinvolte nel progetto coloniale come certificato da molti gruppi di diritti umani, tra cui whoprofits e l’American Friends Service Committee Investigate.

Uno dei brands più altisonanti è senza dubbio la Puma, sponsor principale dell’IFA (Israel Football Association) che comprende squadre con base negli insediamenti illegali su terra palestinese occupata. Puma si commercializza nel mondo come azienda antirazzista e attenta agli ultimi ma è sempre rimasta sorda davanti agli appelli mossi da numerose società palestinesi nel corso degli anni.

Ricordiamo che, al contrario della Puma, l’Adidas ha annunciato l’addio a qualsiasi rapporto con l’IFA nel 2018 al fine di “sostenere gli standard e le norme sui diritti umani”.

Noi vivremo sempre con la speranza che questi gesti, seppur piccoli e tardivi, siano sempre di più e mettano in luce non solo l’occupazione illegale di territori palestinesi ma anche le continue ingerenze della polizia israeliana verso uomini, donne, bambini e anziani perchè sono davvero stremati e solo parlandone si potrà mettere fine a questo vergognoso apartheid.

In basso troverete  la Black-list completa (almeno per adesso) prodotta dalle Nazioni Unite, con la speranza che le “ulteriori verifiche” in corso a Ginevra non si prolunghino per altri quattro anni portando finalmente la lista a 321 aziende e magari questa volta alzando la voce.

  1. Afikim Public Transportation Ltd.
  2. Airbnb Inc.
  3. American Israeli Gas Corporation Ltd.
  4. Amir Marketing and Investments in Agriculture Ltd.
  5. Amos Hadar Properties and Investments Ltd.
  6. Panetterie Angel
  7. Archivists Ltd.
  8. Ariel Properties Group
  9. Ashtrom Industries Ltd.
  10. Ashtrom Properties Ltd.
  11. Avgol Industries 1953 Ltd.
  12. Bank Hapoalim BM
  13. Banca Leumi Le-Israel BM
  14. Bank of Jerusalem Ltd.
  15. Beit Haarchiv Ltd.
  16. Bezeq, Israele Telecommunication
  17. Corp Ltd.
  18. com BV
  19. C Mer Industries Ltd.
  20. Café Café Israel Ltd.
  21. Calibro 3
  22. Cellcom Israel Ltd.
  23. Cherriessa Ltd.
  24. Chish Nofei Israel Ltd.
  25. Citadis Israel Ltd.
  26. Comasco Ltd.
  27. Darban Investments Ltd.
  28. Delek Group Ltd.
  29. Delta Israel
  30. Dor Alon Energy in Israel 1988 Ltd.
  31. Egis Rail
  32. Egged, Israel Transportation Cooperative Society Ltd.
  33. Energix Renewable Energies Ltd.
  34. EPR Systems Ltd.
  35. Extal Ltd.
  36. Expedia Group Inc.
  37. Field Produce Ltd.
  38. Field Produce Marketing Ltd.
  39. First International Bank of Israel Ltd.
  40. Galshan Shvakim Ltd.
  41. General Mills Israel Ltd.
  42. Hadiklaim Israel Date Growers Cooperative Ltd.
  43. Hot Mobile Ltd.
  44. Hot Telecommunications Systems Ltd.
  45. Industrial Buildings Corporation Ltd.
  46. Israel Discount Bank Ltd.
  47. Israel Railways Corporation Ltd.
  48. Italek Ltd.
  49. JC Bamford Excavators Ltd.
  50. Jerusalem Economy Ltd.
  51. Kavim Public Transportation Ltd.
  52. Lipski Installation and Sanitation Ltd.
  53. Matrix IT Ltd.
  54. Mayer Davidov Garages Ltd.
  55. Mekorot Water Company Ltd.
  56. Mercantile Discount Bank Ltd.
  57. Merkavim Transportation Technologies Ltd.
  58. Mizrahi Tefahot Bank Ltd.
  59. Modi’in Ezrachi Group Ltd.
  60. Mordechai Aviv Taasiot Beniyah 1973 Ltd.
  61. Motorola Solutions Israel Ltd.
  62. Municipal Bank Ltd.
  63. Naaman Group Ltd.
  64. Nof Yam Security Ltd.
  65. Ofertex Industries 1997 Ltd.
  66. Opodo Ltd.
  67. Bank Otsar Ha-Hayal Ltd.
  68. Partner Communications Company Ltd.
  69. Paz Oil Company Ltd.
  70. Pelegas Ltd.
  71. Pelephone Communications Ltd.
  72. Proffimat SR Ltd.
  73. Rami Levy Chain Stores Hashikma Marketing 2006 Ltd.
  74. Rami Levy Hashikma Marketing Communication Ltd.
  75. Re / Max Israele
  76. Shalgal Food Ltd.
  77. Shapir Engineering and Industry Ltd.
  78. Shufersal Ltd.
  79. Sonol Israel Ltd.
  80. Superbus Ltd.
  81. Tahal Group International BV
  82. TripAdvisor Inc.
  83. Twitoplast Ltd.
  84. Unikowsky Maoz Ltd.
  85. Zakai Agricultural Know-how and input Ltd.
  86. ZF Development and Construction
  87. ZMH Hammermand Ltd.
  88. Zorganika Ltd.
  89. Zriha Hlavin Industries Ltd.
  90. Alon Blue Square Israel Ltd.
  91. Alstom SA
  92. Altice Europe NV
  93. Amnon Mesilot Ltd.
  94. Ashtrom Group Ltd.
  95. Booking Holdings Inc.
  96. Brand Industries Ltd.
  97. Delta Galil Industries Ltd.
  98. eDreams ODIGEO SA
  99. Egis SA
  100. Electra Ltd.
  101. Export Investment Company Ltd.
  102. General Mills Inc.
  103. Gruppo Hadar
  104. Hamat Group Ltd.
  105. Indorama Ventures PCL
  106. Kardan NV
  107. Mayer’s Cars and Trucks Co. Ltd.
  108. Motorola Solutions Inc.
  109. Gruppo Natoon
  110. Villar International Ltd.
  111. Greenkote PLC

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 21 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Febbraio 2020

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