mercoledì 21 novembre 2018
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PAROLE NAPOLETANE

Se dal giuoco dello Strummolo deriva la parola Scugnizzo

Identità, Lingua Napoletana, Storia | 8 novembre 2018

Sulla rivista il Fuidoro, nel 1958, Ulisse Prota Giurleo – scrittore, archivista e storico collaboratore di Salvatore Di Giacomo, e al quale si devono approfonditi studi sul teatro a Napoli nel 600 e nei secoli successivi – offriva ai lettori di allora alcune pillole di approfondimento sulla lingua napoletana. In particolare ci ha colpito la descrizione de “Lo strummolo” sia dal punto di vista storico che etimologico.

Cos’è lo Strummolo e qual è la sua etimologia

Lo strummolo è in poche parole una trottola. La parola ci perviene direttamente dal greco stròbilos, donde il nome del vulcano Stromboli, secondo Prota Giurleo, che ha appunto “la sagoma di una trottola arrovesciata”. Si tratta di una trottola in legno, terminante con un chiodo di metallo, agganciato a una funicella per lanciarlo. Nel Vocabolario domestico napoletano di Basilio Puoti (1841) viene definito così: “Strumento di legno di figura simile al cono con un ferruzzo piramidale in cima, col quale strumento i fanciulli giocano, facendol girare con una cordicella avvoltagli d’intorno“.

Scrive Prota Giurleo: “Il gioco della trottola è antichissimo e i fanciulli napoletani lo giocavano in diverse maniere: a lo rotiello, a tozzamouro, a porm’a tuzzo, a bottare, a spaccastrommola.

Uno strummolo difettoso era detto a tiritèppete cioé che sobbalzava, girando. Dicevasi, e dicesi tutt’ora, che lo strummolo è scacato, quando la trottola lanciata abilmente, fa dei giri oscillanti ed incerti e subito si arresta”.

Il legame tra lo Strummolo e gli Scugnizzi

Ma qual è il legame tra lo Strummolo e la parola Scugnizzi? E’ presto detto. Spiega ancora Prota Giurleo che “quando si gioca a bottare, il fanciullo che perde va sotto e abbusca pizzate cioè deve tollerare che gli altri gli spacchino lo strummolo a furia di tirarvi sopra con la punta di ferro delle rispettive trottole”.

Sul Vocabolario dell’Accademia Filologica, cita ancora Prota Giurleo, è scritto questo: “Or tirando con forza, e a rischio di dar sul viso a chiunque stiasi vicino: onde si dice a spaccastròmmola, per dinotare alla cieca e con la maggior confusione e disordine”.

“L’atto dello spaccare la trottola – ecco la spiegazione di Prota Giurleo – si disse più tardi scugnà e percià il monello abilissimo nel giuoco a scappastròmmola è chiamato scugnizzo, voce con la quale è ormai conosciuto in tutto il mondo il monello napoletano”.

Gli scugnizzi di Ferdinando Russo

Fu il poeta Ferdinando Russo a dare popolarità a questo epiteto con una collana di sonetti intitolata appunto ‘E Scugnizze. Riportiamo la presentazione che l’Autore dedicò alla raccolta di sonetti dal titolo ’E Scugnizze, nel 1897 per le edizioni Pierro. “Questi sonetti, – pei quali ho usato un dialetto plebeo che è quasi un gergo, – devono considerarsi come l’Inno melanconicamente ironico all’infanzia abbandonata. Scugnizzi in balia del caso fino a quindici o sedici anni, i miei piccoli eroi, fatti adulti, non possono altro diventare – meno qualche rara eccezione – che Gente ‘e mala vita.
Consideri la cosa, il sociologo; e il fannullone non irrida troppo al sentimento che ispirò il poeta.
In quanto al Filosofo di professione, è pregato di non trarre dal fenomeno, se pur di esso si accorga, elucubrazioni cretine”.

I detti napoletani sul vocabolario di Altamura

L’Altamura registra sul suo vocabolario il nostro modo di dire “s’è aunito ‘o strummolo a tiritèppete e ‘a funicella corta”. Traduzione: “S’è unito un cattivo artefice e un peggiore pagatore”. Prota Giurleo ricorda invece un’altro detto sempre legato al gioco degli scugnizzi: ” de chesto lignamme so’ fatte le stròmmole”. E per far comprendere il senso riporta un breve aneddoto tratto da Lo Calatèo Napolitano di Nicola Vottiero (1789). Eccolo: “C’era un pretongolo che aveva la disgrazia di essere scartellato nnanze e arreto, cioé aveva una gobba innanzi e un’altra dietro. Quando celebrò la sua prima messa, gli si accostà un amico: – Prosit! Così possa vederti papa! – L’altro tutto ringalluzzito – E perché no? De chesto lignammo se fanno le strommola… E l’amico di rimando: “Ma non accussì nodecuso!”

Viviani ultimo Scugnizzo

La parola Scugnizzo, comunque, agli occhi moderni, resta quello del musical degli ultimi anni e del film di Nanny Loy dedicato agli scugnizzi (con le indimenticabili canzoni di Claudio Mattone). Andando di pochissimo indietro non possiamo però nn citare Raffaele Viviani la cui figura di drammaturgo divenne ancor più nota fuori Napoli grazie a questo personaggio portato sul palcoscenico nel 1932 e al cinema nel 1938. “L’ultimo scugnizzo” è ‘Ntonio Esposito, che in attesa di un figlio che gli sta per nascere, cerca di cambiare vita, superando il suo passato di stenti e di criminalità. Quando però il bimbo muore, ‘Ntonio si arrende e rinuncia al riscatto, condannandosi all’autoemarginazione.

Lucilla Parlato

Giornalista da sempre, ho iniziato a Napoli per poi emigrare a Roma, dove ho lavorato nella carta stampata, in tv a Mediaset e sul web a Sherpa-Tv (web tv di area Pd) oltre ad aver svolto negli ultimi anni capitolini ruoli di capo ufficio stampa in diverse istituzioni. Poi sono tornata a casa, a Napoli, cinque anni fa per fondare Identità Insorgenti, con un gruppo di amici, uniti dalla volontà di offrire un’altra narrazione del Sud.

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