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PATRIMONI UNESCO

Intervista a Sonia Polliere: da Napoli a Oaxaca per salvare le lingue indigene

Altri Sud, Ambiente, Battaglie, Diritti e sociale, Istruzione, scuola, università, Lingua Napoletana | 19 Maggio 2019

L’UNESCO ha proclamato il 2019, Anno Internazionale delle Lingue Indigene.

I linguaggi giocano un ruolo cruciale nella vita di tutti i popoli non solo per la possibilità di comunicare, socializzare e favorire lo sviluppo ma anche per la capacità che questi hanno di custodire e tramandare saperi, mestieri, memorie e culture.

Nonostante il loro immenso valore ci sono alcune lingue che stanno scomparendo ad una velocità impressionante: parliamo delle lingue indigene, la cui eclissi è direttamente proporzionale all’avanzamento della globalizzazione economica che, come un virus, sta contagiando ogni angolo del nostro pianeta, anche i più remoti.

L’UNESCO, in collaborazione  con l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2019 “Anno mondiale delle lingue indigene” non solo al fine di tutelare coloro che queste lingue le parlano ma anche per preservare e far conoscere al mondo il fondamentale apporto che contribuiscono a dare alla ricchissima diversità culturale in cui ancora oggi fortunatamente viviamo.

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, circa il 40%, di quasi 7.000 lingue correntemente parlate nel mondo, sono in pericolo. La maggior parte delle lingue a rischio sono appunto quelle indigene e questo ne compromette le rispettive culture e la loro r-esistenza.

La Rivitalizzazione linguistica come arma contro l’estinzione degli Idiomi Indigeni

La salvaguardia non è la principale forma di protezione delle lingue indigene, in alcuni casi si rende necessario agire quando il processo di estinzione linguistica è già in atto. È in questi casi che entra in gioco la “Rivitalizzazione Linguistica” ovvero il processo di recupero da parte di governi, autorità politiche, enti non governativi e università, di una lingua che non è più parlata o che sta scomparendo.

Sonia Polliere, napoletana purosangue, dopo una breve parentesi come ricercatrice presso il Centro Studi sul Cibo e l’Alimentazione dell’ Università degli Studi di Napoli L’Orientale, dove si è occupata principalmente del legame tra street food e saperi locali, è “emigrata” in Francia dove si occupa di rivitalizzazione linguistica presso il Laboratorio di Etnologia e Sociologia Comparata (LESC) dell’ Università Paris Ouest – Nanterre La Défense

Il suo lavoro, da ormai 6 anni, si incentra sul recupero delle lingue indigene dei popoli messicani dello stato di Oaxaca, minacciati dalle ruspe delle multinazionali.

Abbiamo rivolto alcune domande a Sonia sui progetti seguiti in questi anni.

Ciao Sonia e grazie per la tua disponibilità. L’UNESCO e l’ONU hanno proclamato il 2019 Anno Internazionale delle Lingue Indigene. Perché è sorta questa necessità?

La politica dell’Unesco interviene solitamente dove ci sono minacce e pericoli in termini di perdita di cultura, sapere scientifico e tradizioni e finalmente, grazie anche al lavoro dei ricercatori, che hanno presentato in questi anni molte istanze all’Unesco, si è arrivati alla consapevolezza che tutelare le lingue è importante al fine di proteggere la conoscenza diversificata e quindi la diversità in genere.

Il fatto che questo riconoscimento poi avvenga in un momento dove il dibattito sulla tutela ambientale è particolarmente acceso è un ulteriore prova del fatto che la correlazione lingua/ambiente è fortissima.

Abbiamo detto che partecipi a progetti di “Rivitalizzazione Linguistica”. Di cosa ti occupi in Messico?

Il mio progetto è incentrato sullo studio della relazione tra lingua e ambiente e in particolare le conseguenze del cambiamento climatico “indotto” nel villaggio indigeno di San Francisco del Mar, nello stato di Oaxaca, la cui etnia riconosciuta è la Huave. Il popolo Huave in lingua madre, la Umbeyajts, prende anche il nome di Ikoots o Konajts.

Esterno di una scuola nella comunità Huave

Come può influire il cambiamento climatico sull’estinzione di una lingua?

Le conoscenze vengono custodite e tramandate attraverso precise terminologie che contengono informazioni uniche relative ad un determinato contesto culturale come, ad esempio, una particolare modalità di coltivazione, una metodologia di pesca, l’estrazione di erbe medicinali o altre pratiche legate al territorio.

Capita sempre più frequentemente che le grandi multinazionali cambino la struttura di un territorio deforestando, interrompendo le coltivazioni o deviando fiumi e canali. Modificando il territorio anche il clima ne risente e, di conseguenza, anche queste tradizioni col tempo muteranno o scompariranno, portando con sé anche le terminologie ad esse legate.

Cosa sta minacciando l’etnia Huave?

La comunità Huave è specializzata nella pesca dei gamberi, pur essendo anche abili agricoltori.

Già da qualche anno una joint venture di compagnie energetiche private messicane ed estere, con il benestare del governo, sta cercando di “espropriare” i terreni di questo popolo per installare impianti di energia eolica alterando in maniera irreversibile gli usi e i costumi della comunità e di conseguenza tutto l’ecosistema.

…quindi l’espropriazione non è ancora totalmente avvenuta?

No, è sotto minaccia, è un tentativo continuo che destabilizza la collettività spostando le energie a difesa del territorio ponendo in secondo piano tutte le attività primarie.

Al momento i parchi eolici sono a ridosso della collettività Huave che fortunatamente ancora resiste ma non sappiamo fino a quando ci riuscirà.

Nello specifico cosa fai per aiutare questa comunità?

La mia attività di ricerca ha l’obiettivo di contribuire ai tentativi di riattivazione di quelle conoscenze perdute, o che rischiano di essere perdute, grazie appunto alla rivitalizzazione linguistica per la quale collaboriamo con gli insegnanti, riconosciuti e tutelati a livello nazionale.

Ogni comunità poi ha i cosiddetti “anziani” che sono gli ultimi custodi della lingua indigena. L’obiettivo è quello di riaprire una comunicazione tra anziani, insegnanti e i ragazzi/bambini che dovrebbero imparare la lingua.

Gli insegnanti non hanno i mezzi necessari per trasferire le loro conoscenze ma grazie al nostro lavoro di consulenza e facilitazione si instaura un proficuo processo formativo.

La nostra comunità scientifica crede fortemente che la collaborazione con la comunità sia fondamentale per rendere gli studi e le scienze umane e sociali utili per il miglioramento anche delle condizioni delle comunità.

Riunione di Anziani, Insegnanti e ricercatori nella comunità Huave

Quanto è importante l’approvazione della comunità per riattivare una lingua perduta?

E’ importantissima! Principalmente è importante a livello politico-governativo. In una comunità si può accedere quando hai un attore riconosciuto come intermediario del sistema di istruzione governativo, nel nostro caso un insegnante, che approva il progetto e accetta che questo venga adottato all’interno della comunità.

Ma anche a livello politico non-governativo ovvero con l’approvazione degli anziani che hanno ancora un ruolo importante di approvazione nella società.

Dal punto di vista processo/risultati poi l’approvazione è fondamentale, la comunità infatti deve sentire il processo come proprio. In pratica è la comunità stessa che deve essere interessata al nostro intervento per non farlo diventare solo un’esperienza di breve durata limitata ad una mera estrapolazione di dati scientifici che non attiva però dei veri processi ma è utile solo agli addetti ai lavori.

Il processo di rivitalizzazione è un processo lungo che arriva a durare anche più di dieci anni e se la comunità non lo sente parte di sé è destinato a fallire.

Chi finanzia questi progetti?

Solitamente le università o il governo. Nel mio caso è il LESC a finanziare la ricerca mentre a livello ufficiale ci sono varie politiche volte alla rivitalizzazione, uno dei principali finanziatori in Messico è l’Istituto Nazionale di Lingue Indigene (INALI).

La maggior parte dei progetti sono parte di una collaborazione di Governi e Università, collaborazione che viene attivata tramite bandi di concorso.

Quindi in definitiva i governi da una parte accolgono le multinazionali e dall’altra “curano” i danni che queste provocano?

In termini di causa-effetto è così, i governi giustamente puntano ad assecondare il progresso economico.

Poi però ci sono le politiche sociali e culturali, da sempre presenti nel Paese, che accompagnano i processi di sviluppo e che hanno il fine di curare gli interessi di quelle classi meno tutelate che per prime risentono degli effetti negativi che questo progresso può generare.

Il Messico è un buon esempio di governo che mette in atto una serie di politiche culturali attente alla tutela dei saperi delle comunità direttamente danneggiate da un certo tipo di sviluppo.

Cambiamo per un momento contesto dando un’occhiata al nostro Paese. Abbiamo detto che le lingue indigene sono minacciate da fenomeni globali di matrice economica. Secondo la tua esperienza la Lingua Napoletana corre rischi concreti di scomparire, magari per fenomeni globali di natura socio-economica, come la gentrificazione, o possiamo dormire sonni tranquilli?

Il rischio di perdita è molto concreto se si pensa a quanto sia parlato il Napoletano e come sia riconosciuto a livello ufficiale. Sono in Messico perché credo che lì i fenomeni di resistenza siano ancora possibili e la politica culturale ufficiale sensibile alle questioni locali.

Le nostre varianti linguistiche (per nostre intendo Italiane) ahimè sono prese in considerazione solo da quei movimenti integralisti separatisti dei gruppi leghisti. Credo che il nostro regionalismo sia un punto forte e che la ricchezza bioculturale debba essere nell’agenda politica proprio per accompagnare i fenomeni globali.

Credo che il caso di Napoli possa essere un caso specifico di resistenza e “frizione”, così come dimostra il mio studio sui cibi di strada (entro la fine dell’anno ne saranno pubblicati i risultati nella la monografia “ Cibo di strada a Napoli e Provincia: attori, saperi e luoghi” a cura di Eds, Firenze):  le principali attività dei venditori di cibo hanno nomi in Napoletano, i cibi sono chiamati in Napoletano…gli ingredienti legati spesso a tutta una cultura e tradizione tramandata. Insomma da napoletana credo che Napoli si distingua per questi fenomeni di resistenza.

A livello istituzionale cosa bisognerebbe fare per tutelare la Lingua Napoletana?

Qualche anno fa sono emigrata a Parigi per obbligo: rappresento quei cervelli in fuga, parte dell’esodo di italiani che in Francia vengono accolti e ben considerati mentre in Italia svalutati e condannati al degrado professionale ed intellettuale. Solidale seppur da lontano credo che le pressioni globali siano forti e che la risposta a Napoli debba essere ancora più forte e organizzata. La Regione Campania dovrebbe avviare un processo di riattivazione dei saperi e delle lingue locali, certo in questo momento politico rischia di essere interpretata come un movimento indipendentista regionale. Urge però un’organizzazione in difesa del locale: non è tempo per dormire sonni tranquilli!

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 19 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Maggio 2019

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