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PAZZI ‘E VICIENZO

Gemito e la storia dell’acquaiolo per Francesco II di Borbone. E Parigi lo celebra nel 2019

acquaiolo gemito zevallos
Storia | 20 Novembre 2018

Inizia da oggi una serie di articoli per raccontarvi alcuni episodi della vita e dell’arte di Vincenzo Gemito al quale Identità Insorgenti dedicherà il suo prossimo lavoro video, che sarà presentato nel 2019, le cui riprese sono iniziate ieri a Palazzo Zevallos. Sempre nel 2019 a Parigi è prevista la monumentale mostra dedicata all’artista, con il direttore di Capodimonte, Bellenger, nel comitato scientifico.


Se volete capire l’arte e gli artisti che lavoravano a Napoli negli ultimi decenni dell’800 e nei primi del ‘900, una delle migliori letture possibili per comprendere quell’epoca è senza dubbio la lettura dei libri di Alfredo Schettini, artista e soprattutto critico d’arte, che a Vincenzo Gemito ha dedicato uno dei suoi tanti volumi sugli artisti dell’epoca (tutti memorabili, tutti ricchi di storie e episodi ormai dimenticati).

L’episodio che vogliamo raccontarvi oggi riguarda Francesco II di Borbone. Siamo nel 1880 è Gemito è appena tornato a Napoli da Parigi.  L’ex re, esiliato in Francia, gli aveva fatto pervenire tramite Filippo Palizzi la commissione di “un ricordo del suo regno perduto”. E Gemito, racconta Schettini, che sentiva la vita della forma e la sapeva scoprire, andò verso il mare di Santa Lucia.

Gemito cercava ispirazione a Santa Lucia

Ecco come la racconta il critico d’arte nella biografia dedicata al grandissimo scultore: “”Chi vo’ vevere!”. Fu questa voce che alla discesa del Gigante vibrò nel cuore dell’artista, in quel punto che andava in cerca di un “motivo” per la sua novella creazione. Ma quel venditore di acqua ferruginosa e limone era un vecchio rugoso e sbrindellato, dalle gambe nodose e piene di varici. “Chi vò’ vèvere!” e dava infatti da bere al garzone di una delle botteghe di coralli, camei e tartarughe. Gemito ebbe un’idea e affrettò il passo. Gli occorreva un piccolo “luciano”, un modello efebico. Erano tanti e tanti i ragazzi che tuffavansi continuamente nell’onda. E passando tra le bancarelle degli ostricari, discese sulla banchina per vedere e osservare da vicino quei corpi procellipedi. Quasi gli sobbalzava il cuore nell’attesa” è il racconto di Schettini.

Per ingaggiare gli scugnizzi si fingeva poliziotto

Tutti sanno che Gemito lavorò alacremente per più di un anno sull’Acquaiolo, raffigurante un giovane venditore di acqua fresca, dalla postura oscillante: la statua, chiaramente ispirata al Satiro danzante, rinvenuto nella pompeiana casa del Fauno, dalla posa sbilenca e malferma. Pochi sanno che l’Acquaiolo nasce anche grazie al fatto che Gemito, per ingaggiare lo scugnizzo, si finse poliziotto. Cosa che a quanto racconta Schettini, era l’unica strada possibile per procurarsi quei modelli. Ecco come prosegue il racconto dello scrittore:

“Finalmente individuava il giovanetto che faceva per lui: e mentre questi gli passava accanto gocciolante e canticchiando, Gemito l’afferrò per un braccio

– Dov’è tua madre!?

– Mia madre… perché lo volete sapere? Chi siete?

– Dimmi dov’è tua madre! Devo vederla subito! Accompagnami da lei!

– Signò ma c’a fatto? – qualcuno osò domandargli.

“Altro mezzo non c’era – continua Schettini – per avvicinare e accaparrarsi un adolescente ignudo, che quello di farsi credere uno della polizia. Perciò, senza destare certi sospetti, Gemito chiese insistentemente della madre del ragazzo, il quale, rabbrividendo e tremando dalla paura, lo condusse nella sua casa in un vicolo del Pallonetto”.

Un anno di lavoro con lo scugnizzo a dieta

“Il mattino seguente il “luciano” era accompagnato da sua madre nello studio dello scultore. Da quel giorno Gemito lo tenne sequestrato e sottoposto a uno speciale regime di vita per non farlo ingrassare: perché secondo lui, nel periodo dello sviluppo, non si sa mai quale cambiamento fanno i ragazzi se abbandonati alla loro ingordigia e intemperanza. Perciò ne controllava il peso ogni quindici giorni” racconta ancora Schettini. Che poi svela anche alcuni dettagli della posa.

L’acquaiolo fratello di Narciso secondo Schettini

L’aquaiolo, continua Schettini, Gemito lo concepì spontaneamente come il fratello partenopeo del greco Narciso, ma di una vivacità e naturalezza ignote alla cultura ellenistica. “E’ la linea armoniosa di un corpo giovanissimo che si inarca leggermente in avanti sotto il peso abituale della bombola ricolma che egli regge su fianco, mentre offre sorridente, col braccio proteso, la “mummarella” di acqua ferruginosa al passante assetato. Questa posa pur essendo naturale – rivela Schettini – fu faticosa e oltremodo difficile, se si pensi allo sforzo che il piccolo modello dové fare per sostenere lungamente il peso della “mummara” riempita di sabbia invece che di acqua: e nello stesso tempo sorridere e tenere gli alluci alzati secondo quel vezzo di eleganza insita nei monelli napoletani.

Caratteristico atteggiamento pieno di brio, questo dell’Acquaiolo gemitiano il cui gesto veramente esprime la natura e l’anima del popolo più industrioso e musicale della terra  – è la bella conclusione di Schetttini – L’acquaiolo, proprio questo ci voleva per dissetare l’anima stanca e nostalgica di Franceschiello, l’ultimo re di Napoli, e rallegrare, così, il suo sguardo triste nel lontano esilio di Francia”.

 

La personale su Gemito al Petit Palais di Parigi nel 2019

Sul sito del Museo d’Orsey, a Parigi, dove è custodita una delle statue, si legge che la nudità del fanciullo così come la base del piedistallo a forma di fontana decorata con un mascherone, collocano questa scena nell’Antica Roma, il che permette all’artista di giustificare l’erotismo che si sprigiona da quest’opera. E che in una prima versione la nudità del personaggio è pudicamente coperta con un paio di mutande.

Quel che è certo è che proprio Parigi, nel 2019 dedicherà a Vincenzo Gemito una grandissima personale presso il Petit Palais, nei giardini degli Champs Élysées. Sarà la prima personale dedicata a Gemito in Francia. E vedrà coinvolti tutti gli spazi museali partenopei, in primis Capodimonte: il direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger, non a caso è nel comitato scientifico dell’esposizione, prevista nell’autunno del prossimo anno. Proprio a Capodimonte, infatti, c’è la collezione Minozzi, la più ricca e completa su Vincenzo Gemito.

La collezione Minozzi a Capodimonte

Acquistata nel 2013, composta da trecentosettantacinque pezzi tra ra disegnisculturebronziterrecotte e marmi, nonché alcuni esemplari in argento, che saranno prossimamente sistemati negli spazi al piano nobile del palazzo adiacenti alla Sala della Culla nell’Appartamento Reale, dove sarà riproposto l’allestimento originario del Salotto Minozzi, con i disegni esposti nella boiserie progettata dal collezionista insieme all’artista.

 

La preziosa raccolta è stata riunita, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, da Achille Minozzi, illuminato imprenditore napoletano, vicino all’artista, che ha protetto e sostenuto, salvando da probabile distruzione studi, schizzi, disegni, sculture.

La ricca collezione grafica, una sorta di diario su carta dell’intero percorso creativo di Vincenzo Gemito, mette in luce la dimensione privata dell’artista, rivelandone la propensione al ritratto e le tortuose problematiche vissute tra pensiero, progettazione e opera finita.

L’allestimento ripercorre l’intera esperienza artistica di Gemito: dal ritratto in terracotta di Maria la Zingara (1881 ca.), a quelli in bronzo di Domenico Morelli (1873), Giuseppe Verdi (1873 ca.) e Mariano Fortuny (1874), alle opere ispirate al mondo classico, come la Psiche, dall’esemplare del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Filosofo e la maschera di Alessandro Magno. Infine, una selezione di disegni relativi ai temi più noti della produzione di Gemito, come il Pescatore, l’Acquaiolo, l’Arciere, oltre ad alcuni schizzi per il famoso Trionfo da tavola che il re Umberto I di Savoia gli commissionò proprio per Capodimonte, il cui bozzetto in cera è esposto in una sala della sezione Ottocento a Capodimonte.

Lucilla Parlato

Lucilla Parlato

Giornalista da sempre, ho iniziato a Napoli per poi emigrare a Roma, dove ho lavorato nella carta stampata, in tv a Mediaset e sul web a Sherpa-Tv (web tv di area Pd) oltre ad aver svolto negli ultimi anni capitolini ruoli di capo ufficio stampa in diverse istituzioni. Poi sono tornata a casa, a Napoli, cinque anni fa per fondare Identità Insorgenti, con un gruppo di amici, uniti dalla volontà di offrire un’altra narrazione del Sud.

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