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Corrado Ferlaino, il presidente del Napoli dal palmares d’oro

Ciento 'e sti juorne | 26 Novembre 2018

“Ciento ‘e sti juorne”oggi 26 novembre, ricorda  San Corrado di Costanza- vescovo a cui si deve la costruzione delle Basiliche di san Paolo fuori le mura e san Giovanni in Laterano a Roma-  e Corrado Ferlaino, il presidente più vincente nella storia del calcio Napoli, dal palmares d’oro.

Uomo del sud

Di origine calabrese, nipote del magistrato Francesco Ferlaino, ammazzato dalla ‘ndrangheta nel 1975, Corrado approda quasi per caso in casa Napoli. Racconta infatti che “c’erano alcuni amici che stavano facendo una colletta per rilevare la società e mi costrinsero a partecipare ma visto che non si mettevano d’accordo, rilevai tutte le quote”.  Tratta poi direttamente con Achille Lauro per ottenere un altro terzo delle quote e il 18 gennaio del 1969, a soli 38 anni, diventa ufficialmente presidente della società. Mentre durante la gestione Lauro il club era stato soprattutto cassa di risonanza della famiglia con una bacheca quasi priva di trofei, il giovane ingegnere subito dà un’impronta decisa alla società, acquistando calciatori come Savoldi e Kroll, e soprattutto quella che ancora oggi è una delle icone del calcio targato Napoli: Beppe Bruscolotti, detto “pal ‘e fierro”. L’ottimismo intorno alla squadra sale; la tifoseria comincia ad accarezzare sogni di gloria confidando negli idoli di turno, ma mancano “sempre due soldi per apparare una lira“, quel quid che consenta alla squadra di spiccare il volo. I rapporti tra la tifoseria e il presidente cominciano a diventare tesi: nel 1982 Ferlaino è duramente contestato dagli Ultras a seguito della sconfitta contro la Roma. Violenti gli atti di vandalismo allo stadio, mentre la procura apre un fascicolo per un presunto coinvolgimento della camorra tra gli Ultras. Incriminante anche uno striscione che sorvola lo stadio durante la partita:” Ferlaino via, Juliano torna”, riferendosi all’amato  calciatore napoletano, divenuto poi dirigente della società.

Ferlaino/ Maradona: questo matrimonio s’ha da fare

Due anni dopo la svolta. Ci sono molte narrazioni sull’arrivo di Diego Armando Maradona al Napoli. Si racconta di una battuta di Ferlaino col presidente federale dell’epoca, di una serie di coincidenze che volevano D10S  in rotta di collisione col Barcellona, di una società che non aveva i tredici miliardi -somma spropositata per quei tempi- ma di un contesto socio-politico in cui  Napoli era forte a livello nazionale e generava simpatie. Ferlaino approfittò di quell’humus in cui Napoli aveva politici e sottosegretari al governo con le mani di tanti ben piazzate sulla città. “Enzo Scotti (allora sindaco di Napoli) mi mise in contatto col presidente del Banco di Napoli” ricorda l’ex presidente del Napoli in un’intervista.

All’ultimo minuto si sblocca la trattativa: un volo su un jet privato, la firma, il contratto di Diego depositato in lega all’alba. Maradona arriva a Napoli e sorge il sole su un’epoca di vittorie, gloria e una città in festa, portando però una pax solo apparente. Nel 1987 arriva il primo scudetto e la coppa Italia; il Napoli si rinforza con Careca ed Alemao, vince la coppa Uefa, primo trofeo internazionale, e nel 1990 il secondo scudetto.

Nel mentre della marcia trionfale, ombre si allungano sulla società e sullo spogliatoio: uno scudetto perso contro il Milan che sussurra di una combine peraltro sempre smentita; le frequentazioni e la condotta non cristallina di Maradona e i suoi rapporti burrascosi con Ferlaino; alcuni calciatori che cercano di ammutinare l’allenatore Ottavio Bianchi ed epurati a fine campionato.

A Napoli nulla è semplice, tantomeno vincere.

C’è sempre qualcosa o qualcuno che nuota nelle acque torbide e avvelena la festa; quella incoerente spinta autolesionista che ancora oggi porta in tanti ad appestare l’aria sussurrando dubbi e sospetti in una città che fa del calcio una faccia delle sue molteplici identità.

Dall’altare alla polvere

Nel 1991 Maradona va via e il club conosce sorti altalenanti: le difficoltà economiche pesano come un macigno. Lo scenario politico napoletano cambia e Ferlaino, oberato dai debiti, si priva dei suoi uomini migliori. Nel 1998 il Napoli retrocede in serie B. Corbelli e poi Naldi subentrano in società ma nel 2004 è il crac.

La società fallisce: milioni di tifosi sono in lutto; una molotov è lanciata contro l’ abitazione di Ferlaino al corso Vittorio Emanuele. Il clima in città è pesante: molti sono sposati con la squadra e gli attribuiscono colpe e responsabilità per il destino infausto del club.

Poi subentra De Laurentis e la musica cambia.

Ma questa è un’altra storia.

Ferlaino oggi

…ad 87 anni, è un tranquillo signore che si dedica all’automobilismo, sua grande passione, al mare mentre  l’attività alberghiera l’ha ceduta ai cinque figli. Se gli si chiede se ha nostalgia del calcio, risponde: “No, tanti ricordi ma è un capitolo chiuso”. E non è tornato più al San Paolo.

Ma, nonostante questa corazza che pare si sia costruito, ci piace credere che, nel bene e nel male, la sua vita sarà sempre legata a doppio filo a Napoli e al Napoli.

E noi, che abbiamo gioito, pianto, tifato, “jastemmato” e trepidato fino all’ultimo dei suoi giorni alla guida del Napoli;  noi che ancora oggi respiriamo all’unisono con la squadra, con lui.

Monica Capezzuto

monica capezzuto

Napoletana, educatrice,  innamorata della città partenopea che ama descrivere, annusare e ascoltare per poi raccontarne gli umori e le voci di dentro. Malata del Napoli, porta un tatuaggio sul polso sinistro. Il lato del cuore. Per Identità Insorgenti cura la rubrica Cento ‘e sti juorne con Simona Sieno e Sabrina Cozzolino. In passato ha raccontato la città in un’ altra rubrica, Mondo Napulitano.

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