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Ottavio Bianchi, l’indimenticato mister del primo scudetto del Napoli

Ciento 'e sti juorne | 20 Novembre 2018

Oggi, 20 novembre, per la rubrica “Ciente ‘e sti juorne”, il “Calendario laico napoletano”  scegliamo di ricordare San Ottavio martire.

Il personaggio del giorno è colui che vinse il primo scudetto nella storia del calcio Napoli:  Ottavio Bianchi, l’indimenticato mister del primo scudetto del Napoli.

Gli esordi

Classe 1943, inizia la carriera nelle giovanili del Brescia esordendo in serie A nel 1965, ma aveva già Napoli nel sangue. Infatti, fu ingaggiato subito dalla squadra partenopea in cui militò ben cinque anni, vantando 109 presenze e 14 reti. Esordì anche nella Nazionale, in un’amichevole del 1966 vinta contro l’URSS e appese le scarpette al chiodo nel 1977, chiudendo la sua carriera di calciatore nella Spal, dopo aver militato nel Milan, Atalanta e Cagliari.

Dal manto erboso alla panchina

Soltanto due anni dopo aver chiuso la carriera come calciatore, Ottavio Bianchi esordisce come allenatore sulla panchina del Siena in serie C2 per poi approdare in serie A prima al timone dell’Avellino e poi, dal 1985 al Napoli.

Gli anni d’oro

Nel 1984, Ferlaino aveva messo a segno un colpo di mercato straordinario portando tra le fila del calcio Napoli il più grande calciatore di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. La tifoseria napoletana era in fibrillazione: la città aveva bisogno di “eroi” in cui identificarsi e il calciatore argentino era quello giusto. L’ anno successivo, l’ arrivo di Ottavio Bianchi sulla panchina del Napoli coincide con gli anni più fertili dal punto di vista delle vittorie.

Quel mister che sorrideva poco, ombroso, che aveva scelto di vivere isolato per timore di essere soffocato da una piazza come quella napoletana che conosceva bene e sapeva così esigente, portò nella stagione 1986-87 il primo scudetto della società e la coppa Italia.

Memorabili i festeggiamenti nella città e quelli raccolti dall’inviato dell’epoca Giampiero Galeazzi inondato dallo spumante nello spogliatoio del San Paolo. Un ‘epoca che gli “anta” ricordano ancora con nostalgia: erano gli anni di novantesimo minuto, del compianto Luigi Necco che sorrideva sornione, di Careca e Alemao, Bagni e De Napoli, operai del calcio.

La città era in delirio: Napoli e i napoletani sono da sempre il cuore pulsante della squadra, il dodicesimo uomo in campo.

E’ una simbiosi: a Napoli il calcio non è uno sport qualunque bensì un modo di vivere, di identificarsi nelle sconfitte e nelle vittorie: un vessillo, una bandiera che va sostenuta, criticata, “jastemmata” ma amata sempre in maniera incondizionata. A prescindere, direbbe Totò.

Lo scudetto mancato e l’ammutinamento

Il 1988 è un anno difficile: il Napoli viaggia a vele spiegate verso il secondo scudetto consecutivo ma nello sprint finale molla e frantuma il sogno di un’ intera città. Il malumore serpeggia e le voci di una combine si rincorrono. Tra il mister Ottavio Bianchi e Maradona non corre buon sangue: il tecnico non vedeva di buon occhio i comportamenti libertini del pibe de oro e anche Bagni, che era il pupillo del mister, era uscito dalle sue grazie. Personalità forti, decise, vincenti marcavano il territorio e non volevano compromessi.

La serenità nello spogliatoio era compromessa e l’apice si raggiunse quando, il 12 maggio il portierone Garella lesse una lettera scritta a mano, un vero e proprio je accuse contro il tecnico:  “…la squadra è sempre stata unita e l’ unico problema è il rapporto mai esistito con l’ allenatore, soprattutto nei momenti in cui la squadra ne aveva bisogno. Nonostante questo gravissimo problema, la squadra ha risposto sul campo sempre con la massima professionalità. Di questo problema la società era stata preventivamente informata. Firmato: I giocatori del Napoli“.

Bagni, Giordano e Ferrario – tutti epurati dalla società a fine stagione – sostengono il compagno di squadra mentre Maradona rifiuta di rientrare dall’Argentina qualora fosse rimasto sulla panchina il tecnico bresciano. L’ammutinamento è ormai cosa fatta ma l’ultima partita di campionato per Ottavio Bianchi  è invece un trionfo: il popolo azzurro lo osanna a gran voce e lo acclama.

La coppa Uefa e l’arrivederci.

Nel 1989 per Bianchi e il suo Napoli arriva il primo e unico trofeo internazionale in bacheca: la Coppa UEFA, in una doppia finale vinta contro lo Stoccarda. Ormai un cult il video in cui Maradona fa il riscaldamento nella semifinale di ritorno col Bayern Monaco, palleggiando all’Olympia stadio al ritmo di “Life is life” degli Opus, inno di battaglia che ancora oggi riecheggia allo stadio San Paolo all’ingresso degli azzurri in campo. Questo fu l’ultimo trofeo vinto da Ottavio Bianchi  col Napoli: le strade a questo punto si dividono e il tecnico passa alla Roma.

Ma è solo un arrivederci. Il mister infatti tornerà alla guida del club azzurro nel novembre del 1992  subentrando a Claudio Ranieri; nel 1993-94 ne veste i panni di dirigente portando in panchina Lippi.

Concluderà la sua carriera alla guida della Fiorentina.

 Luci e ombre di una persona schiva

Ottavio Bianchi, indimenticato mister del primo scudetto del Napoli, è stato un personaggio estremamente controverso: poco amato dai calciatori, osannato dai tifosi. Viveva isolato a Napoli “per evitare di venire stritolato sia quando perdevi sia quando vincevi”.

Ottavio Bianchi ha amato e ama molto il popolo napoletano; la sua secondogenita è napoletana di nascita. Le cronache narrano che questo amore e questa stima siano cresciute a dismisura “quando nel 1969 la Chiesa declassò San Gennaro a santo di serie B e sulle mura della città apparvero manifesti con la scritta “San Genna’ futtetenne”Una filosofia di vita che il tecnico ha sposato in pieno, sostenendo che “…per il calcio non ho mai perso un secondo di sonno : ci sono cose più importanti”.

Il legame con Napoli  non si è mai spezzato: nello scorso campionato, Bianchi è stato uno dei più accaniti sostenitori e ammiratori del gioco di Sarri, spendendo per il tecnico toscano parole lusinghiere, sperando anche lui come tutti, in uno scudetto che però non è arrivato e che continua a farsi desiderare da oltre trent’anni.

Ma Napoli aspetta e sa aspettare, ne sente il profumo e aspetta fiduciosa che il bene trionfi sul male. Come in ogni bella storia giusta e pulita che si rispetti.

Monica Capezzuto

monica capezzuto

Napoletana, educatrice,  innamorata della città partenopea che ama descrivere, annusare e ascoltare per poi raccontarne gli umori e le voci di dentro. Malata del Napoli, porta un tatuaggio sul polso sinistro. Il lato del cuore. Per Identità Insorgenti cura la rubrica Cento ‘e sti juorne con Simona Sieno e Sabrina Cozzolino. In passato ha raccontato la città in un’ altra rubrica, Mondo Napulitano.

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