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Per il “Calendario laico napoletano” : Raimondo di Sangro,principe di Sansevero. Leggenda, mistero e magia di un uomo geniale e controverso

Ciento 'e sti juorne | 18 Novembre 2018

Oggi, 18 novembre, la nostra rubrica “Ciente ‘e sti juorne”, ispirandosi alla figura  di San Raimondo Albert, cavaliere e primo maestro chierico dell’ordine Mercedario, un istituto pontificio sorto con lo scopo di  liberare i prigionieri cristiani, ricorda un uomo geniale e controverso che da secoli affascina e fa discutere: Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. 

Mistero, arte, cultura, magia e mito

Migliaia di turisti ogni anno arrivano a Napoli richiamati dalla sirena ammaliatrice, le sue curve azzurre che si insinuano sinuose nel golfo, le attrattive culinarie, i palazzi storici e le chiese annidate nei vicoli del centro storico le cui mura vetuste e porose sono impregnate di leggenda, mistero, magia e suggestioni che sussurrano all’orecchio di chi sa ascoltare

In uno di quei vicarielli oscuri nelle viscere di Napoli, si erge la Cappella di Sansevero e il suo concentrato di arte, mistero e cultura che, oltre ad avere la sua punta di diamante nella statua del Cristo Velato, racchiude in sé un unicum di opere artistiche e invenzioni uniche al mondo.

Artefice di cotanta bellezza Raimondo Di Sangro, principe di Sansevero, concentrato umano di talento, capacità e unicità.

Un’infanzia da orfano

Raimondo venne alla luce il 30 gennaio del 1710. La madre, Cecilia Gaetani di Laurenzana, morì pochi mesi dopo la sua nascita; il padre, Antonio di Sangro, dedito ad una vita dissoluta dissipando il patrimonio di famiglia, fu costretto all’esilio a Vienna accusato di omicidio di un vassallo. Il piccolo Raimondo dunque, fu cresciuto dai nonni paterni Paolo e Geronima, fedeli agli Asburgo, fino al 1720, anno in cui fu mandato a Roma a studiare nel Seminario romano dei gesuiti. Qui coltivò le sue passioni: la meccanica, l’interesse per la cultura storico-geografica, per le scienze e la chimica oltre ad apprendere diverse lingue, tra cui l’ebraico.

Dopo dieci anni,nel 1730 rientrò a Napoli, prendendo le redini del patrimonio di famiglia, ereditato quattro anni prima e gravato dai debiti.

Il matrimonio

Nel 1730 – la decina, i multipli di cinque, gli zeri ricorrono costantemente nella vita del principe – il capofamiglia, duca Niccolò Gaetani, decise di dargli in moglie la nipote Carlotta. Il matrimonio, officiato nel dicembre del 1735, fu celebrato da Vico con un sonetto mentre Pergolesi musicò un preludio scenico su testo di Macrì.

Il principe ebbe cinque figli: Carlotta; Vincenzo, che ereditò i feudi; Paolo, cavaliere del Toson d’oro e Grande di Spagna; Francesco, militare e appassionato di teatro; Rosalia.

Carlotta, la primogenita,  fu tenuta a battesimo dal sovrano Carlo III di Borbone, segno che il principe, dopo aver combattuto valorosamente nella guerra di successione agli austriaci per consolidare il regno dei Borbone appena costituitosi,  aveva vinto le diffidenze di corte per l’appartenenza agli Asburgo, e si era integrato, orbitando nella sfera di benevolenza del sovrano.

L’accademia della Crusca e la Massoneria

Siamo in pieno Illuminismo: l’uomo è al centro del mondo. Il principe si muove in quell’humus fertile in cui artisti, intellettuali, pittori e scultori  si proiettano nel futuro e vanno alla ricerca delle verità più profonde nascoste nell’io umano. Fin dagli anni trenta, Raimondo coltiva la sua personalità poliedrica, ingegnosa e ricca di interessi

Membro dell’Accademia della Crusca e della Sacra Accademia fiorentina, dedicò diversi saggi al mondo militare, usato a tratti come allegoria per descrivere il mondo massonico a cui apparteneva. Infatti, Raimondo di Sangro era Gran maestro delle quattro logge napoletane, createsi nella città partenopea tra il 1744 e il 1751, le cui riunioni e riti di iniziazione si tenevano nella celebre Cappella.

Il rapporto controverso con la Curia

La Curia napoletana non vedeva però di buon occhio quel principe dalla personalità eccentrica e di vasta cultura che aveva una visione della realtà che andava oltre gli schemi preconcetti e limitati dell’epoca. Nel 1751, infatti, la Curia si scagliò contro la massoneria e lo stesso principe: il 28 maggio, Benedetto XIV confermò una bolla di scomunica emessa dal papa Clemente XII nel 1738 e, sulla scorta di tali provvedimenti, il re Carlo III di Borbone mise al bando le logge.

Di Sangro accusò il colpo e sembrò accettare tali provvedimenti ma il 1° agosto scrisse al papa un’Epistola in cui asseriva che la massoneria era luogo in cui c’era dialogo e confronto tra “nobili e giureconsulti ” a beneficio della patria, dove non era messa in discussione assolutamente la fedeltà sia al re che al papa.

La lettera apologetica, san Gennaro e il popolo napoletano

E’ lo scritto più controverso del principe. Suscitò non pochi “mal di pancia ” nell’ambiente clericale e malcontento tra i nobili napoletani, anche per un’aspra polemica con un’illuminista del tempo, il marchese d’ Argens, che definiva i napoletani “bacchettoni subordinati ai frati” offendendo anche il culto di san Gennaro, definendo “i preti impostori e i cittadini creduloni”.

Il principe prese le difese del popolo napoletano avallandone anche la posizione di rifiuto contro i tentativi di introdurre nella città il Tribunale dell’Inquisizione, tentativi reiterati dalla Curia fin dal Cinquecento a cui fieramente, nel corso dei secoli, i napoletani si erano opposti, presente nel sangue popolare fin da allora il rifiuto verso qualsiasi forma oppressiva di giudizio e repressione.

Sul miracolo di san Gennaro, Raimondo parlò di un fenomeno del quale non si conoscevano le cause – pare fosse riuscito a riprodurre chimicamente lo scioglimento nel suo laboratorio- suscitando le ennesime ire del clero e in particolare di un gesuita che lo attaccò violentemente ma, sebbene le accuse furono poi smontate,  il 27 dicembre 1752 costarono al principe la carica che aveva nella Deputazione della Cappella di s. Gennaro con l’accusa di “miscredenza”.

Gli esperimenti e le macchine

Raimondo di Sangro, principe di Sansevero fu filosofo, alchimista, scienziato. Un uomo illuminato che leggeva oltre l’oscurantismo religioso, senza gabbie mentali: si spingeva oltre gli schemi rigidi imposti dalle convenzioni  e non si poneva limiti, esplorando tutte le possibilità della materia. Si narra che durante la notte, dai laboratori sotterranei di palazzo Sansevero si sprigionassero bagliori misteriosi, alimentando il mistero attorno la sua figura. Il palazzo era collegato alla cappella da un ponte su cui campeggiava un orologio-carillon a forma di drago, invenzione andata persa nel crollo del ponte, nel 1889.

Raimondo di Sangro era uno studioso ed era spinto dalla curiosità: affascinato dalla figura del medico Giuseppe Palermo, lo chiamò alle sue dipendenze e con la sua collaborazione, creò le celebri ed impressionanti “macchine anatomiche” in cui ancora oggi, dopo oltre duecentocinquant’ anni, è ben visibile l’apparato circolatorio.

La leggenda narra che fossero due schiavi del principe, immolati alla scienza, nelle cui vene il principe fece iniettare un liquido di sua invenzione, capace di metallizzare l’apparato, oggi visibili nella cavea della cappella.

Tra le altre invenzioni più celebri la carrozza marittima, gemme artificiali, la stampa policromatica, un lume perpetuo, giochi pirotecnici come fontana di luci e giochi d’acqua, un tessuto impermeabile col quale Raimondo e il re solevano girare sotto la pioggia restando completamente asciutti, lasciando stupefatti chiunque li vedesse. Da ogni parte d’ Europa arrivavano studiosi e luminari per visionare le sue opere e invenzioni.

La Cappella: il suo testamento spirituale.

La cappella di Sansevero può essere ritenuta il testamento spirituale del principe Raimondo di Sangro che impegnò ogni risorsa pur di portare a termine il suo progetto. Ogni pietra, opera, colore e decoro rispecchia l’idea di un progetto senza tempo che affascina il visitatore ed è esattamente come il principe aveva ordinato che fosse.

Nella cappella sono celebrati i genitori: la madre ne “La Pudicizia” del Corradini, una statua velata che rappresenta la madre nel pieno splendore della gioventù e di recente raffigurata in un murales sui quartieri spagnoli dipinto dall’artista argentino Bosoletti.

Il padre è raffigurato ne “il Disinganno”, opera magistralmente cesellata nel marmo dal Queirolo, in cui la figura paterna si libera da una rete, un’allegoria evidenziata anche nel basamento dell’opera in cui è dipinto Gesù che dona la vista ai ciechi. Nella cappella sono presenti, sotto forma di statue, tutte le virtù che deve avere un buon massone tra cui educazione, decoro, sincerità. Inoltre, sono rappresentate figure della casata che si sono distinte per gesta e  opere.

La volta è affrescata ma i colori così come alcuni materiali utilizzati, furono forniti dallo stesso di Sangro e ancora oggi alcuni agenti chimici risultano completamente sconosciuti.

Al centro della cappella brilla incommensurabile un gioiello assoluto: “il Cristo Velato”,  opera di Giuseppe Sanmartino, la cui bellezza lascia senza fiato. Anche intorno quest’ opera aleggia il mistero: molti infatti credono che il velo che ricopre la statua in realtà sia stato marmorizzato dal principe, anche se tale ipotesi è stata più volte smentita.

Il figlio Vincenzo continuò, alla sua morte, secondo precise disposizioni paterne, il completamento della Cappella, nonostante le difficoltà economiche della famiglia. La cappella è stata conservata perfettamente integra tranne che per il pavimento, un’opera meravigliosa composta da piccoli pezzi di marmo posti in modo da creare un disegno tridimensionale e purtroppo crollato interamente, di cui restano pochi frammenti.

La morte

Anche la fine di un personaggio così intrigante e geniale non poteva non essere avvolta dal mistero. Si narra che, sentendo avvicinare la sua ora, il Principe avesse ordinato ad un servitore di farlo a pezzi, cospargerlo di un liquido di sua invenzione che ne garantiva l’immortalità, rinchiuderlo in un baule e non aprire se non fosse trascorso un tempo preciso. Alla sua morte, i familiari non obbedirono a tale dicktat: leggenda narra che all’apertura del baule, il corpo non si fosse rinsaldato del tutto, per cui, dopo aver sbarrato gli occhi ed emesso un urlo agghiacciante, il principe svanì.

Al di là delle leggende, i misteri e la magia che ruotano attorno la figura di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, gli va riconosciuta l’estrema genialità, la visione avveniristica dell’epoca, un’ intelligenza visionaria e una lettura illuminata della realtà al di fuori degli schemi imposti da un certo clero oscurantista e oltre le regole imposte dalla corte. Un uomo reso immortale dalle proprie opere, fuori dal tempo e dallo spazio.

Un’entità unica i cui speroni si narra riecheggino ancora tra quelle stanze.

Monica Capezzuto

Un articolo di Monica Capezzuto pubblicato il 18 Novembre 2018 e modificato l'ultima volta il 12 Dicembre 2018

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