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Per Sant’Alessandro di Alessandria: la comunità alessandrina di Neapolis

Ciento 'e sti juorne | 26 Febbraio 2019

Oggi 26 febbraio è il giorno di Alessandro di Alessandria, settimo Papa della Chiesa Copta e massima carica del Patriarcato di Alessandria d’Egitto. Il suo culto appartiene a tutte le confessioni cristiane e ci dà modo di parlare della comunità alessandrina di Napoli.

Le origini

Secondo Ruggero di Castiglione fin dalla sua fondazione a Napoli stanziavano comunità dedite a  riti orfico-dionisiaci e isiaci.

Il culto di Iside arrivò insieme ai mercanti del vicino Oriente. A Napoli sono ancora presenti un’iscrizione votiva dedicata alla Dea ed una statua custodita al MANN.

Napoli greco-romana

Napoli crocevia di civiltà diverse e lontane.

Attraversando quei decumani greco-romani, lungo il decumano inferiore, per quella Spaccanapoli ben visibile dall’alto di San Martino, ad un certo punto ci si imbatte nella statua del Nilo, che ha caratterizzato nei secoli  tutta l’area circostante, testimonianza che da qui sono passati anche gli egiziani. Alessandrini, per l’appunto .

Dunque, non solo greci, romani, sanniti, osci, etruschi e successivamente spagnoli, francesi, austriaci, inglesi, tedeschi, americani, ma anche gli egiziani.

E in una città già dedita ai culti pagani, nata dalle spoglie di una sirena greca, dove la Magia è di casa, i culti egizi non potevano che trovare un habitat naturale.

Nel I secolo a. C. una folta comunità di egiziani provenienti da Alessandria d’Egitto si stanziò in quest’area.

I nilesi, così denominati dai partenopei, avevano un proprio “cardo” chiamato “Vicus Alexandrinus, l’attuale via Nilo.

La Chiesa che costeggia piazzetta Nilo, sorta molto tempo dopo, si chiama Sant’Angelo a Nilo proprio per la forte connotazione che gli alessandrini impressero a tutta la zona.

Come se le due culture, quella cristiana del Santo e quella pagana del Dio caro agli egizi, si siano fuse insieme, aggiungendo tasselli ad un puzzle unico che è la vera essenza della napoletanità, che trae la sua forza proprio dalle contaminazioni.

Ancora oggi  il vicoletto che conduce dinanzi alla statua del Nilo è detto “vico degli alessandrini”.

Lo stesso Sedile, una volta chiamato “Alessandrino”, è ancora denominato “Sedile di Nilo”.

Regio Nilensis

Oggi, l’area intorno alla statua del Nilo è un insieme caotico e rumoroso di negozi, bar, pizzerie, persone che si incrociano distrattamente,

E’difficile immaginarsela nel I secolo a. C .

Come ci racconta Capasso, gli alessandrini, già presenti a Neapolis, fondarono la loro comunità nella città di Parthenope godendo della protezione di Nerone:

“Quelle genti d’Egitto vennero qui per i commerci da molti anni prima dell’Impero romano e aumentarono assai di numero ai tempi di Nerone, poiché quell’imperatore, godendo assai delle loro ben modulate adulazioni, ne fece venire molti altri: così formarono quasi una piccola colonia”.

Secondo alcuni ritrovamenti, nei pressi della statua del Dio Nilo doveva trovarsi il tempio dedicato ad Iside, venerata ben presto anche dai partenopei dell’epoca.

Iside ma anche Osiride e molte altre divinità egizie andranno ad affiancare le divinità greco-romane a Neapolis.

Un patrimonio culturale millenario giunge a Napoli proprio grazie agli egiziani di Alessandria.

Patrimonio che nei secoli a venire alimenterà le grandi correnti artistiche e culturali che vedranno la luce nella città “gloria d’Italia e ancor del mondo lustro”.

Il culto di Iside

Il culto di Iside è stato assorbito dalla cultura napoletana.

Una prova la si ritrova nel ferro di cavallo che spesso accompagna il tipico corno “anti jella”  napoletano, il quale sarebbe una trasposizione delle corna che a volte caratterizzano le immagini della dea che, spesso raffigurata  in associazione con Hathor  -divinità egizia, archetipica delle Grandi Madri- con le corna che reggono il Sole.

Raimondo di Sangro e l’Egitto

La civiltà delle piramidi e dei grandi faraoni incontra la Napoli greco-romana, consegnando alla storia quell’humus che secoli dopo porterà alla nascita della scuola alchemica napoletana di cui Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, sarà protagonista e maggior esponente, nonché fondatore del cosiddetto “Rito egizio”.

Il Principe, che ben conosceva l’antichità e i suoi misteri, si ispirò moltissimo alla cultura egiziana.

La cappella che porta il suo nome e che oggi è un visitatissimo museo doveva, nelle intenzioni del Principe, riprodurre il tempio di Iside. E in effetti, sempre secondo Capasso, la cappella sanseverina sorge sulle rovine dell’antico tempio isideo. L’elemento femminile è molto presente nell’opera del Principe di Sansevero e sovrappone i culti egizi a quelli cristiani identificando, come nella già radicata cultura greca, nelle icone femminili la forza vitale dell’intera Creazione.

Cagliostro, l’Egitto e Napoli

Tra le varie logge napoletane, nella metà del ‘700, oltre alla già citata scuola alchemica,  sorse la Rosa d’Ordine Magno, espressamente ispirata al culto egizio e che vide tra i suoi partecipanti Cagliostro che, dopo aver soggiornato in città per qualche anno, esportò il culto egizio in Francia.

Culto dei morti

Gli egiziani credevano che la vita continuasse anche dopo la morte, a patto che si rispettassero tre leggi:

il defunto doveva disporre di un’abitazione, doveva avere a disposizione del cibo per nutrirsi e degli utensili d’uso comune,  il suo corpo doveva essere mummificato per preservarlo dal disfacimento.

Nella cultura partenopea si ritrovano, seppur con qualche differenza, tutte queste condizioni:

La diffusione di edicole votive, (una sorta di “casetta degli spiriti”), la mummificazione (già esistente nella Napoli greca) e l’abitudine di deporre nelle cappelle e nei pressi delle tombe oggetti appartenuti al defunto.

Ma a Napoli, l’incontro tra culture pagane e culto cristiano diventa pietas nella cura delle capuzzelle e delle anime pezzentelle , che trova la sua sede fisica nel Cimitero delle Fontanelle.

Per quanto riguarda la mummificazione, ricordiamo che nella città partenopea erano in uso gli scolatoi sin dall’epoca greco-romana, delle speciali “sedie” utilizzate per svuotare i cadaveri da liquidi e materia organica.

Presso la nobiltà cittadina, invece, nel XVI secolo si diffuse l’usanza di mummificare i corpi esattamente alla maniera egizia.

Chiesa di Santa Maria Egiziaca a Forcella

Le commistioni tra Napoli e l’Egitto non si fermano qui.

Nel popolare quartiere di Forcella sorge uno dei complessi monumentali più rappresentativi del barocco napoletano: la Chiesa di Santa Maria Egiziaca.

La Chiesa fu edificata nel XVI secolo per volontà della regina Sancha d’Aragona, per accogliere le prostitute redente.
Il complesso è dedicato a Santa Maria Egiziaca, monaca  eremita egiziana nata ad Alessandria d’Egitto, venerata in tutte le confessioni cristiane che prevedono il culto dei santi.

Nella Chiesa sono presenti due dipinti di Luca Giordano, che ne descrivono la vita religiosa:  La Conversione e La fuga della Santa dall’Egitto.
Secondo varie fonti, a Napoli la lezione pitagorica si fuse con l’antico sapere egizio, di cui furono custodi svariati circoli esoterici che sorsero intorno alla Chiesa nei secolo successivi alla sua edificazione.

A Napoli esiste anche un’altra Chiesa dedicata alla Santa, situata sulla collina di Pizzofalcone.

Il MANN e l’Egitto

Il MANN di Napoli è il museo archeologico più importante d’Europa ed ospita una collezione egizia seconda solo a quella del museo Egizio di Torino.

Nell’Ottocento, grazie ai rinvenimenti di Pompei ed Ercolano, ebbe luogo una febbrile attività di scavi che portò alla luce numerosi reperti greco-romani ma anche egizi, in particolare nell’area flegrea.

Un posto di rilievo è occupato dalla Collezione Borgia, avviata nella seconda metà del XVIII secolo dal Cardinale Stefano Borgia che riunì un gran numero di reperti provenienti dall’ Egitto, oltre a molti manoscritti copti.

La collezione egizia di Napoli, grazie al vasto assortimento dei suoi reperti, offre un excursus della civiltà egiziana, abbracciando varie epoche .

La ricchezza di Napoli

Napoli è il luogo in cui le civiltà non si sono sovrapposte, cancellando via via quelle precedenti, ma si sono fuse insieme, dando vita ad un miscuglio di razze, stili, culture e religioni che ancora scorgiamo nell’architettura dei palazzi e delle strade, nelle Chiese, nelle mura greco-romane,  nelle voci dei venditori ambulanti, nelle facce dei napoletani, nella meravigliosa lingua che tanto ha prodotto in termini artistici.

Napoli è uno e centomila, ma mai nessuno.

Drusiana Vetrano

Un articolo di Drusiana Vetrano pubblicato il 26 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 26 Febbraio 2019

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