venerdì 22 marzo 2019
Logo Identità Insorgenti

PERSONAGGI DELL’ANNO

Giornalisti guardiani della verità eroi del 2018. Ma gli italiani non esistono

Media e new media, Mondo | 13 Dicembre 2018

Come ogni anno arriva la scelta di Time Magazine sugli eroi del 2018. Quest’anno la rivista ha scelto i giornalisti perseguitati per la ricerca della verità come “persone dell’anno” 2018. Il riconoscimento a ‘I guardiani e la guerra della verità’ va in particolare a Jamal Khashoggi, alle cinque vittime della sparatoria nella redazione della Capital Gazette, e ad altri tre giornalisti: la filippina Maria Ressa e i due reporter della Reuters arrestati in Myanmar, Wa Lone e Kyaw Soe Oo. Tutti giornalisti che hanno operato nel sud del mondo.

52 i giornalisti uccisi nel 2018

Nell’annunciare la scelta, il direttore del magazine Edward Felsenthal ha sottolineato che 52 giornalisti sono stati uccisi nel 2018. Il riconoscimento va a giornalisti che «hanno pagato un prezzo terribile», ha aggiunto, intervistato dai media americani.

Oltre al saudita Khashoggi, il cui assassinio nel consolato di Istanbul è diventato un caso di rilevanza internazionale, Time ha voluto sottolineare altre vicende di giornalisti perseguitati o uccisi. Maria Ressa, autrice di articoli critici della politica del presidente filippino Rodrigo Duterte, è stata incriminata il mese scorso per evasione fiscale e rischia fino a dieci anni di carcere. Ex giornalista della Cnn, dirige ora il sito di news Rappler.

Wa Lone e Kyaw Soe Oo, sono due giornalisti della Reuters in carcere da un anno in Myanmar. A settembre sono stati condannati a sette anni di detenzione per aver ottenuto documenti confidenziali sulla persecuzione della minoranza etnica dei Rohingya.

La sparatoria nella redazione della Capital Gazette ad Annapolis, in Maryland, è del 28 giugno: a compierla un uomo che si sentiva diffamato dagli articoli del giornale sulla sua condanna per stalking.

La storia di Jamal Khashoggi

Di Jamal Khashoggi nessuno ha più saputo nulla dalle 13 del 2 ottobre 2018, giorno in cui il famoso giornalista di Medina era entrato nel consolato saudita di Istanbul, per ritirare i documenti del suo divorzio. Da quel palazzo, infatti, nessuno l’avrebbe visto uscire. Per molti un possibile omicidio che macchia l’immagine del Regno di Mohammad Bin Salman.

Jamal non era solo parente dell’imprenditore miliardario Adnan e cugino di Dodi Al Fayed ma erai emblema di libertà per diversi oppositori del governo saudita. Aveva studiato alla Indiana University, negli Stati Uniti. La sua carriera giornalistica l’aveva iniziata proprio lì, come corrispondente per il Saudi Gazette. Dal 1987 al 1990 lavorò come reporter per il quotidiano Asharq Al-Awsat, giornale di proprietà saudita ma con sede a Londra, e negli otto anni successivi collaborò per il panarabo Al-Hayat. Un lavoro giornalistico incessante che presto lo portò a raccontare l’Afghanistan, l’Algeria e il Kuwait negli anni più difficili.

La sua voce divenne ancora più celebre a metà anni Novanta, dopo aver incontrato e intervistato, più volte, Osama Bin Laden, molto prima che diventasse il leader riconosciuto di Al Qaeda. Nel 1999 gli venne proposto l’incarico di vice direttore ad Arab News. Accettò e rimase per quattro anni. A lungo consigliere e capo ufficio stampa della famiglia reale, lavorò anche per Al-Watan, dove però iniziarono le prime stranezze: dal quotidiano, infatti, sarebbe stato mandato via, senza particolari ragioni, nel 2003, probabilmente per problemi legati alla politica editoriale. Fu reintegrato nel 2007, ma lo allontanò un nuovo licenziamento, nel 2010. Nello stesso anno, Khashoggi venne nominato direttore generale del canale news Al Arab, di proprietà del Principe Alwaleed Bin Talal e gestito da Manhama, in Bahrein . Il network chiuse il giorno successivo al suo lancio, nel febbraio del 2015. Suo malgrado probabilmente, negli anni, Khashoggi è divenuto un oppositore delle politiche del principe ereditario Mohammed Bin Salman, in particolare dopo che alle promesse di riforma erano seguite un’ondata di arresti e di repressione.

Nel 2017 si è esposto, anche sui social network, avversando apertamente le politiche del Paese. Si era trasferito a Washington dopo che, di fatto, la presenza in Arabia Saudita non sembrava più gradita. Disse che gli era stato ordinato di tacere. E denunciò la politica repressiva dell’Arabia Saudita. Di conseguenza il quotidiano Al-Hayat aveva deciso di chiudere il loro rapporto di lavoro, censurando tutti i suoi scritti. Ma lui aveva continuato a denunciare dalle colonne del Washington Post, sostenitore della libertà di parola e del diritto di espressione. Da due mesi la sua voce è sparita…

Maria Ressa, “guardiana” filippina

Maria Ressa è una giornalista filippina, attualmente  Chief Executive Officer del sito Web di notizie online di Rappler. Prima di questo, ha lavorato per quasi due decenni come reporter investigativo nel Sud-Est asiatico per la CNN: ha vinto l’Overseas Press Club Award come miglior documentario, il National Headliner Award per Investigative Journalism, una nomination agli Emmy per Outstanding Investigative Journalism, gli Asian Television Awards, TOWNS – Ten Outstanding Women in the Nation’s Servizio (Filippine) e TOYM Filippine.

Nel 2010, la rivista Esquire l’ha eletta come la “donna più sexy delle Filippine” e nel 2016, è stata elencata come uno delle otto personalità più influenti e potenti nelle Filippine da Kalibrr. Nel novembre del 2017, Ressa, in qualità di CEO di Rappler, ha accettato il Premio Democrazia del 2017 assegnato dal National Democratic Institute a tre organizzazioni alla cena annuale del Democracy Award a Washington, intitolata “Disinformation vs. Democracy: Fighting for Facts”. Nel giugno 2018, Ressa è stata nominata vincitrice del Golden Pen of Freedom Award della World Association of Newspapers per il suo lavoro con la testata Rappler. Fino al riconoscimento del Time…

Wa Lone e Kyaw Soe Oo

Arrestati in Birmania e condannati a sette anni di prigionia, i giornalisti della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, hanno svolto con coraggio il proprio lavoro di documentazione delle violenze perpetrate ai danni della minoranza Rohingya. I due giornalisti, di 32 e 28 anni, sono stati giudicati colpevoli lo scorso settembre di aver violato la Legge sui segreti ufficiali, dopo aver ottenuto da un agente di Polizia alcuni documenti relativi all’uccisione di musulmani Rohingya nello Stato birmano di Rakhine. Studenti, giornalisti e attivisti proprio ieri sono scesi in piazza e hanno indossato magliette con impresso lo slogan “il giornalismo non è un crimine”. Alcuni hanno esibito copie del settimanale statunitense “Time”, che ha insignito i due giornalisti arrestati del titolo di “persona dell’anno”, assieme ad altri giornalisti arrestati o uccisi per il loro lavoro.

L’Alta Corte del Myanmar ha stabilito il mese scorso che Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i due inviati di “Reuters” arrestati lo scorso anno e condannati a sette anni di reclusione con l’accusa di violazione di segreti di Stato, abbiano diritto a presentare ricorso contro le sentenze di condanna pronunciate a loro carico. Il pronunciamento della Corte cita gli indizi che suggeriscono come i due giornalisti siano stati “incastrati” dalla Polizia e la generale carenza di prove del crimine loro imputato. U Min Lwin, consulente legale della Commissione asiatica per i diritti umani con sede in Norvegia. Ha spiegato a “Voice of America” che i due giornalisti potranno presenziare a una nuova udienza, al termine della quale un giudice stabilirà se annullare la sentenza a loro carico o ridurre la pena; è probabile che il nuovo pronunciamento inneschi un ulteriore ricorso.

Lo scorso ottobre l’ex ministro dell’Informazione birmano Yu Htut ha esortato le autorità del paese a rivedere e ripetere il processo che ha portato alla condanna di due inviati di “Reuters” a sette anni di reclusione, con l’accusa di violazione di segreti di Stato. Htut, ex colonnello dell’Esercito birmano, che ha servito come ministro tra il 2014 e il 2016, ha dichiarato che i due giornalisti, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, dovrebbero essere riprocessati in risposta alle forti pressioni provenienti dalla comunità internazionale, che chiede la loro scarcerazione. I due inviati sono stati condannati il 3 settembre scorso, dopo 9 mesi trascorsi agli arresti, per aver ricevuto documenti riservati relativi alla crisi dei musulmani rohingya. Un comunicato dell’ambasciata Usa a Yangon afferma che il caso “solleva gravi preoccupazioni riguardo la supremazia del diritto e l’indipendenza della Giustizia nel Myanmar”.

La sparatoria a Capital Gazzette

Nel giugno scorso il 38enne Jarrod Ramos entra a Capital Gazzette, nel Maryland, e apre il fuoco. Muoiono 5 persone. Nel 2012 aveva fatto causa al giornale per diffamazione. Nella strage sono molte altre persone sono rimaste ferite in maniera grave. A dare l’allarme al momento dell’attacco armato sono stati i redattori all’interno dell’edificio. Da quel momento tutte le principali redazioni d’America hanno aumentato la vigilanza, nel timore di attentati. Il Time ha ricordato anche loro. Non esistono invece nella lista giornalisti italiani… e questo è un segno anche di come è messa la nostra stampa.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 13 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 13 Dicembre 2018

Articoli correlati

Media e new media | 1 Febbraio 2019

VERSO SANREMO

Musify, la app napoletana per giocare e indovinare le canzoni dei protagonisti del Festival

Attualità | 29 Gennaio 2019

IL RICORDO

Da ieri Giovanni Battiloro è giornalista. Ma la vita dei cameramen resta tra le più precarie

Media e new media | 22 Gennaio 2019

“MAFIA INTERNATIONAL”

Napoli secondo Celentano: i commenti dei lettori

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi