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Piera Ventre e gli anni ’70 a Napoli, nel “PalazzoKimbo”

Cultura, Libri, Rubriche | 12 Gennaio 2017

DICONODIME20151

PalazzoKimbo

Piera Ventre

Edito da Neri Pozza

18 Euro

 

PalazzoKimbo ci porta agli inizi degli anni ’70 a Napoli, e ci fa vivere la storia del Paese di quegli anni attraverso gli occhi di Stella, bambina prima, adolescente poi, che cresce a metà tra la voglia di esplorare il “mondo fuori” e la vertigine di cadere “giù” risucchiata dal canto della sirena Partenope.

Piera Ventre scrive il romanzo di formazione di una personalità in sviluppo, quella di Stella D’Amore, ma anche di una città in continua evoluzione, controversa, spietata ma accogliente, misteriosa ma anche irriverente e sconcertante nella sua “semplicità elementare”, nella sua immediatezza piena di luce ma non priva di ombre.

 

palazzokimbo

 

 

Napoli,una città contraddittoria ma “fiera”, in un paese che ha bisogno di capri espiatori per distogliere lo sguardo dalle proprie mancanze, per camuffare alla meglio i propri limiti e le proprie inettitudini; oggi come allora. E così il colera diventa il pugnale, nelle mani dei mass media del Nord, col quale infierire sui suoi abitanti, un veleno instillato nelle viscere di Napoli, colpevole solo di aver contratto un “Virùss” per una partita di mitili proveniente dalla Tunisia, e non certo per la sporcizia, di cui fu accusata dai giornali, la città.

“Pure i giornalisti dell’alta Italia” diceva mio padre davanti al televisore, “che quasi quasi sono peggio del Colera”.

Si attorcigliavano ai visceri di Napoli e, uguali ai topi li rosicchiavano fino a che tenevano la fame scaltra dentro ai denti. Avrebbero fatto si che  Colera diventasse il cognome aggiunto di ogni napoletano, la scucitura sulla manica del vestito buono che passava inosservata nella prova allo specchio, ma che sarebbe venuta a galla ogniqualvolta si sarebbe presentata l’occasione di una stretta di mano in pubblico”.

 

Si inizia proprio col racconto del colera, una malattia devastante che mise in ginocchio Napoli nel 1973 e che venne vista come un castigo voluto da San Gennaro che quell’anno non “sciolse” il sangue: presagio, questo, di sventure e catastrofi.

Napoli è una città ancora “carnale”, con le sue superstizioni, i suoi riti, le tradizioni “semplici”, le abitudini mai dimenticate, con famiglie che la “vivono” diversamente a seconda della propria “natura”, che danno luogo a microrealtà in una città che già è un “mondo a parte” rispetto al resto dell’Italia, un paese proiettato “in avanti”, che vive il progresso come una sfida, che parla della “vittoria” della legge approvata sul divorzio, mentre la zia di Stelladamore ha da combinare un matrimonio,  per non sentirsi “zitella”, lasciandosi aiutare dalla “sensale” Donn’Assunta, moglie del rimediante Don Alfre’, esperto nella rimozione del malocchio. Una famiglia che ha soluzioni per ogni “problema”,si direbbe.

Palazzokimbo è la “torre scenica” da dove Stella scruta la realtà, dandone una propria visione d’insieme, acuta e cruda, crudele a tratti, ma sempre sincera e ricca di sfumature.

Regista, sceneggiatrice e  attrice di uno spettacolo a “cielo aperto”, la protagonista riesce a portare in scena gli eventi come se  fossero illuminati da “un occhio di bue”, in un crescendo sentimentale e spaziale, dalla “piccola” ma intensa realtà familiare, fino ad allargarsi allo scenario italiano, tanto “distante” emozionalmente dal suo “piccolo mondo”, ma  che avviluppa la città pulsante di Partenope, che vive di rimando la ” Storia del paese” a cui appartiene.

Stella, col suo sguardo curioso sulla realtà, ci delinea con precisione situazioni e aneddoti familiari, tradizioni e figure napoletane ma anche i grandi eventi storici di quegli anni.

E così mentre Stella si prepara alla “Prima Comunione”, qualcuno “sacrifica” la vita di una giovane donna nel “Massacro al Circeo”. In seguito mentre si dispera e “cambia” interiormente per l’abbandono di Otto, il suo gatto, da parte della madre, intorno a lei accade qualcosa che avrebbe segnato il Paese anche negli anni a venire: l’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. E poi ancora la “Strage di Ustica” che si mischia nei ricordi al matrimonio di Zia Marinella col “partito buono” del Nord; e infine l’entrata nel mondo “dei grandi” di Stella che “mette bocca” su decisioni di adulti in concomitanza col terremoto dell’80 , che  avrebbe “reso”, del resto, tutti i napoletani più “vecchi”.

In un calembour “memoriale”, Stella ci presenta figure sinistre in apparenza come Consiglia, l’amichetta scaltra e diabolica, o Zazzà, la vecchia che abita qualche piano sotto di lei a PalazzoKimbo, che veste sempre di stracci variopinti, che appare come una strega scampata all’inquisizione e che borbotta e blatera parole nella “lingua” a lei ancora sconosciuta e proibita, la lingua della sua terra.

Figure sinistre ma che in realtà hanno solo un animo “difficile”, un animo da nascondere per non farsi sopraffare dalle proprie fragilità, un animo che rispecchia il posto in cui si snoda: Napoli, “smargiassa” all’apparenza, ma anche madre tenera o figlia bisognosa, all’occorrenza.

Piera Ventre ha l’assoluta e magistrale capacità di aprirci le porte di questa città e di mostrarcela in ogni sua sfaccettatura, riesce a difenderla con gli artigli, ma anche a “condannarne” con delicatezza gli eccessi.

La scrittrice, attraverso la scelta di luoghi che fanno da sfondo alla storia, canzoni che fanno da sottofondo musicale, e un uso raffinato, deciso e sapiente delle parole, ci fa toccare con mano quegli anni, svelandoci l’animo forte e caparbio di ogni partenopeo e non trascurando il lato oscuro ed esoterico dell’anima napoletana.

Questo romanzo di formazione “nasce” in un palazzo ben preciso, un palazzo che accoglie 70 famiglie di operai della vetreria Saint Gobain, ma è la storia di ogni palazzo a partire dagli anni ’70.

L’autrice non ha raccontato una sola storia, ma ci ha “regalato” occhi nuovi su un periodo che molti lettori non avrebbero mai saputo ricordare così bene o che non hanno mai vissuto.

Protagonista il decennio a partire dagli anni ’70, ma le emozioni che trasmettono queste righe non hanno tempo e spazio: Piera Ventre universalizza il “sentimento partenopeo” e ci fa dono del “sangue napoletano”.

“Vulive ‘o calore d’ ‘o sanghe, eh, nennè?”

Mi chiese mentre si voltava per uscire fuori dal portone.

“‘O sanghe è l’unica cosa che ‘a sta città nun manca. Nun ave’ paura: pure a te ti spetta ‘a parta toja.”

400 e passa pagine di respiro napoletano, ogni rigo rigenera il cuore.

Bisognerebbe esporre più “penne” raffinate e lucide, sugli scaffali destinati alla narrativa campana, narrare con maestria “vizi e virtù”, però, non è da tutti, la fortuna è quella di poter trovare e scegliere Piera Ventre.

Viviana Trifari

 

 

 

 

 

 

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 12 Gennaio 2017 e modificato l'ultima volta il 12 Gennaio 2017

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