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PILLOLE DI NAPOLETANO

Perché il plurale di ’o nepote è ’e nepute?

Lingua Napoletana | 9 Settembre 2020

A breve inizieranno le scuole dopo un lungo periodo di chiusura e gli studenti dell’Italia e della Campania riprenderanno, finalmente in presenza, lo studio delle materie scolastiche, tra cui, naturalmente, la lingua italiana. Assenti come sempre, invece, e chissà per quanto tempo ancora, le nostre lingue locali.

Perciò oggi vogliamo dare un nostro piccolo contributo alla conoscenza della nostra lingua, riproponendovi un breve articoletto di grammatica napoletana, che tratta di un fenomeno di fondamentale importanza, ma di cui pochi conoscono il funzionamento, perché non ha nessun parallelo nella grammatica italiana.

Forse alcuni di voi si accorgeranno solo ora che in napoletano in certi casi la vocale accentata della parola cambia tra singolare e plurale e che è proprio attraverso quest’ultima che siamo in grado di distinguere le quantità degli oggetti di cui si parla. La vocale finale del napoletano, infatti, è indistinta.

Parliamo di casi come:

S. ’o mese / P. ’e mise; S. ’o nepote, P. ’e nepute;

S. ’o pede / P. ’e piede; S. ’o core, P. ’e cuore.

Sicuramente alcuni di voi avranno già notato che questo fatto non trova alcun riscontro o spiegazione nell’unica grammatica che ci hanno insegnato a scuola, quella dell’italiano.

Questo fenomeno, ovvero il cambiamento della vocale accentata, per chi ci riflette ora per la prima volta, può sembrare inusuale, proprio di chissà quale lingua lontana. È perciò ancor più sorprendente, forse, scoprire di aver sempre pronunciato e compreso parole formate in questo modo.
Questa è una delle caratteristiche più affascinanti del linguaggio umano: non impariamo certo a parlare la nostra lingua grazie a qualche lezione di grammatica a scuola! E la sopravvivenza stessa del napoletano per noi, sebbene non insegnato nelle scuole, ne è un esempio lampante.

La metafonèsi

Ma passiamo a spiegare come questo avviene. Si tratta di un fenomeno noto come metafonèsi (o metafonia), che viene innescato in quelle parole che nel latino – un latino parlato, piuttosto diverso da quello che si studia a scuola – terminavano in i oppure in u.

Nel caso dei plurali, immaginiamoci di restituire la i del plurale, formando *nepoti: a questo punto la vocale accentata al centro della parola cambia per effetto della vocale finale i: vi si avvicina, per così dire, o, più tecnicamente, vi si assimila, dando > *neputi. Questa è la metafonèsi.

Nel napoletano, poi, la i finale si è trasformata, come tutte le vocali in quella posizione, in vocale indistinta > neputə. Il peso di veicolare l’informazione di “plurale” è rimasto tutto a carico della vocale accentata, in questo caso della u in contrapposizione con la o.
Di qui l’opposizione ’o nepote/’e nepute.

Ecco spiegato perché, in questi casi, il plurale si distingue dal singolare non per un cambio di desinenza – cosa impossibile, perché le vocali finali napoletane sono evanescenti – bensì per un’alternanza di vocali all’interno della parola.

Teresa Apicella

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 9 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 9 Settembre 2020

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