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PITTORI NAPOLETANI

81 anni fa moriva Migliaro: un racconto poetico di Minervini sulla moglie Nannina, l’ultima Luciana

Identità, Storia | 16 Marzo 2019

Ci lasciava 81 anni fa uno dei “pittori del Gambrinus”, in realtà un altro grande artista di questa città, dimenticato dai più. Vincenzo Migliaro (nella foto in alto, in un ritratto di Gaetano Esposito datato 1876) , pittore di rara efficacia, era nato ai Quartieri Spagnoli l’8 ottobre 1858. Il padre, Raffaele, proprietario di una vineria e di una sala da biliardo, a dieci anni lo iscrisse alla scuola serale Società centrale operaia napoletana all’Egiziaca a Pizzofalcone, dove seguì i corsi di intaglio e intarsio del cammeo. Fu subito notato il suo talento tanto che prima lavorò nello studio di Stanislao Lista, poi divenne allievo di Morelli, Madarelli e Postiglione all’Accademia di Belle Arti.

Primi piani plastici, pennellate corpose e regolari, toni saturi e colori scuri e caldi ne caratterizzarono la pittura, dove spesso Migliaro, amico dei maggiori pittori dell’epoca raccontava scene popolari.

Dopo un viaggio a Parigi – che fece grazie alla vincita di un premio e dove conobbe Gemito, Migliaro, dopo una sosta a Milano e una a Venezia, torno a Napoli dove, favorito dalla stima di Morelli, iniziò a partecipare con assiduità alle esposizioni italiane ed europee dal 1880, anno in cui iniziò a esporre anche alla Promotrice Salvator Rosa di Napoli. Nel 1883 partecipò alla I Esposizione d’arte italiana spagnola con Gallo e all’Esposizione di belle arti di Roma con una Testina e un’Ave Maria. Ma i temi sacri non erano i suoi.

All’Esposizione generale italiana di Torino del 1884 si presentò con ‘A piazza francese (Napoli, collezione S. Paolo-Banco di Napoli; della stessa collezione fanno parte Taverna a Posillipo del 1886 e Strada di Napoli in prestito al Museo di Villa Pignatelli di Napoli). E qui iniziano le sue vedute urbane, fatte di stretti vicoli, venditori ambulanti, chioschi e una popolana ritratta con naturalezza nella realtà quotidiana.

Il tema del ritratto femminile restò centrale nella sua produzione: le sue modelle preferite furono le sorelle Adalgisa e Clementina, la cugina Carmen, la cameriera Anna Scognamiglio, detta Nannina, che diventerà sua moglie nel 1911, le nipoti Margherita e Lucia, tutte sempre sorprese in atteggiamenti spontanei dai quali traspaiono una innata dignità e femminilità. In molti ritratti si ispira alle immagini al femminile di Di Giacomo, in altri si ispira a elementi esotici. Ma, sempre, le sue opere sono legate alla «memoria» visiva della sua Napoli, utilizzando modelli compositivi ripetitivi, per ritrarre i luoghi più caratteristici della città: S. Lucia (1888), Strada Pendino (1888), La strettola degli orefici (1889), Piazza Francese (1889), Strada di Porto (1893), Castelnuovo (1899), Vico Cannucce (1903). Ma da sottolineare anche che dall’ultimo decennio dell’Ottocento mol­te sue opere, quasi sempre di piccole dimensioni, presentano temi sociali o quadri d’ambiente popolare come Tatuaggio della camorra e Via degli Orefici.

In questo brano di Roberto Minervini, tratto da Napoletani per napoli, un suo libro che risale agli anni 20-30 del Secolo scorso, edito da Morano, si parla della sua modella preferita, la moglie Nannina. Il titolo è già bellissimo: “L’ultima Luciana”.

L’ultima Luciana

Le quindici: era questa l’ora in cui, fino a cinque giorni prima della fine, Vincenzo Migliaro rientrava in casa, al termine della immancabile passeggiata di Via Caracciolo, dov’egli rivedeva il mare, seguiva le barche e assisteva al tiro delle reti dei pescatori.

Dalla finestra di una stanza che si affaccia sul vialetto d’inrgresso fra i rami di un disfatto glicine che infiorò molte sue tele, tre donne lo vedevano apparire a quest’ora: la moglie Nannina e le due nipoti, Margherita e Lucia. Ancora diritto, nonostante gli ottant’anni compiuti, il cappello nero, la cravattina bianca a farfalla, il bastone tra le mani: era questo il Migliaro dall’aspetto truce, le spesse lenti da miope e la barba irsuta, metodico, preciso e puntuale come un burocrate, anche quando, appena rientrato, raccontava alle tre donne tutto ciò che gli era accaduto: cose irrilevanti, da nulla, ma alle quali le tre donne, solidali, attribuivano al pari di lui, valore o importanza.

Nannina Scognamiglio Migliaro

Per mezzo secolo Nannina, sua unica modella, diventata più tardi sua moglie, gli fu devota compagna: – Se muore prima di me, egli ripeteva alle nipoti, mi ammazzo. Ma per quindici anni ella gli sopravvisse e di lei, esemplare nell’affetto e nell’ammirazione, mi parlavano di recente le due signorine, per annunciarmi che la sua spoglia mortale, dopo tanto chiedere, pregare e sollecitare, si sarebbe unita a quella del marito, accolta nella tomba di un amico e non nel recinto degli uomini illustri, come qualcuno aveva giustamente proposto.

L’ultima “luciana” di Napoli era stata lei, Nannina Scognamiglio. Nata e vissuta in quella tumultuosa Santa Lucia – infernale quartiere di una Napoli “usi e costumi” ritrovabile, oggi, solo in rare stampe e nel più raro “Bourcard”, l’album acquerellato da Filippo Palizzi – ella rappresentava l’ultima erede di quel piccolo mondo antico: il mondo degli “ostricari” fisici, delle dispensatrici d’acqua sulfurea tra miramidi di orci grondanti, degli ambulanti “tarallari” e dei venditori di lumache. E non sarl io a rammentarmi, rammenando il suo splendido tipo di popolana, nera d’occhi e di capelli, binaca di pelle e scultorea di forme, del suo vero nome di battesimo: Anna non è lo stesso di Nannina, il più napoletano dei nomi napoletani.

A sedici anni era entrata, come modella, nella casa del pittore che abitava, con la famiglia, in quel quartiere, scenario senza principio né fine per le sue tele: come il nome di lei, la pittura di lui era la più napoletana di tutte.

Andata poi sposa al vedovo di Adalgisa, sorella di Migliaro, vittima del terremoto di Messina, e le cui figliuolette, scampate alla catastrofe, erano state ospitate dallo zio, dopo un mese appena dalle nozze Nannina vestiva le gramaglie e tornava per fare da mamma alle orfane. In una simile situazione, era inevitabile che presto si concludesse, come si concluse un altro matrimonio, ma non si trattò soltanto di una reciproca convinvenza dei due: il timido Migliaro aveva sempre amato di purissimo, inconfessato e romantico amore, la sua modella ideale. E Nannina, dandogli sempre del voi e chiamandolo sempre “professore” continò ad essere la sua sola ispiratrice, colei che si riconosce in quasi tutti i suoi quadri, nelle taverne del Lavinaio e all’ombra del campanile del Carmine, in poveri stracci o ingemmata di matasse di perle, sognante o sfrontata, carnale o evanescente come un fantasma.

I quadri di Migliaro conobbero la ricchezza, ma lui no: costretto, in vecchiaia, a vendere ogni giorno quelle tavolette che andava dipingendo, ogni giorno, dopo le sue passeggiate, con molta fatica per la sua vista indebolita, riproducendo a memoria mercatini di fiori e scenette marinaresche, non aveva lasciato che poche opere e la mirabile serie dei quattordici dipinti di Capri, dai quali non aveva mai voluto separarsi. Bisognò vendere tutto nel ’38, ma neppure questo fu ricchezza. E fino al ’53 Nannina attese invano di poter leggere di una targa viaria il nome del suo professore, come attenderebbe ancora se risorgesse.

Roberto Minervini

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 16 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Marzo 2019

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