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POETI MODERNI

Intervista a Carlo Fedele: l’amore dell’appartenere a Napoli

Cultura | 12 Ottobre 2019

Carlo Fedele utilizza diversi codici espressivi per raccontare la città in cui vive con orgoglio, nei suoi versi ci sono i vicoli stretti ma anche l’aria che si respira a Mergellina: ha pubblicato due libri, uno in lingua italiana (“Se qualcuno cercasse me”) e uno in napoletano (“A tattìa, onna ca va, onna ca vene”) in collaborazione con il fotografo Ferdinando Kaiser. Alcune sue composizioni sono diventate canzoni; nel 2018 ha ricevuto il premio speciale della giuria “Salva la tua lingua locale”, sezione musica, dell’Unione nazionale Pro Loco italiane con il patrocinio della Presidenza della Repubblica.

Partiamo dalla scrittura dialettale: è una scelta di appartenenza, anche un modo per salvare una cultura che rischia di essere schiacciata dall’omologazione linguistica?

La napoletanità dialettale ha subito troppe influenze dal dopoguerra a oggi per essere sempre la stessa. Il linguaggio è diverso, la parola è cambiata. Oggi non si può scrivere come nell’Ottocento, inizio Novecento. Però va salvaguardata, come tutti i dialetti (anche se del nostro, per costruzione, qualche studioso ne parla come di lingua). Scrivere in dialetto è due volte di nicchia considerando che di nicchia, ahinoi, è la poesia. Ciò ovviamente non mi ha impedito l’azzardo editoriale, anzi, lo ritengo una sfida. Ho avvertito fortemente la necessità di ritrovare nelle mie origini uno spessore culturale e storico  per evitare che alcuni testi, a cui tenevo tanto, si perdessero tra le maglie dell’ingranaggio comunicazionale massificante. Trasformarli in italiano? Il senso compiuto alla fine mi creava imbarazzo: non volevo dire quello, non lo volevo dire così. La tradizione letteraria che il dialetto/lingua napoletano ha alle spalle può avere un futuro rigoglioso e prospero, che merita, per tramandare alle prossime generazioni non solo la parola detta (che si evolve continuamente) ma soprattutto scritta. Mi onoro di aver ricevuto il Premio speciale della Giuria “Salva la tua Lingua Locale”, sezione Musica 2018 dall’Unione Nazionale Pro Loco Italiane col Patrocinio della Presidenza della Repubblica grazie, nell’occasione, soprattutto ad alcuni miei testi musicati e cantati dal Maestro Gianni Lamagna. Certo, scrivo in napoletano per appartenenza, come detto per trasmettere la parola scritta, ma, fatemelo dire, a mme ‘o nnapulitano me piace proprio. È musica che si scrive da sola.

Quanto conta vivere a Napoli per le suggestioni che la città fornisce?

Io per fortuna nasco a Napoli. Forse sarò il milionesimo napoletano che scrive romanzi, poesie, canzoni, ma è più facile farlo qui che non a Bolzano dove dicono si viva meglio. Essendo un contemplatore ho davanti un patrimonio di ispirazione infinito, un luogo dove nessuno ha la città “sotto controllo”, né conosce le pieghe conturbanti e neppure le piaghe, un luogo fatto di uomini, storia e cultura, a prescindere dalla intrinseca bellezza. È una città-archivio, più scavi più viene fuori qualcosa di nuovo, imprevedibile. Miniera per i pensatori. Non sono mai stato a Bolzano e voglio continuare a vivere, dicono, male qui, in mezzo alla poesia. Nascere “sul mare” è già fortuna, lo senti nell’aria, lo vedi con gli occhi,  è come se avessi girato il mondo e vista tutta la varia umanità.  Sono nell’ombelico del mondo, da qui lo vedo tutto. Io sono un poeta stanziale, probabilmente il prototipo e lo stereotipo del napoletano. Persino abitando un paio di chilometri più a nord di Mergellina, dove ebbi i natali, penso comunque da “mergellinese”. Sono assolutamente pigro per muovermi da Napoli, almeno quando scrivo.

Quale può essere per te, oggi, il ruolo della parola poetica?

La poesia è una ulteriore arma per non accettare le regole del gioco, si prende libertà negate, è un invito alla riflessione. La poesia è la calma contro la frenesia, è la canzone degli “eroi” che non si lasciano abbindolare dai tempi che corrono, è il sassolino rotolante della montagna che si trastulla sull’argine di un fiume dopo gli affanni della discesa. La poesia è una forza evocativa, riscopre la bellezza ma anche la sopportazione del dolore, non si lascia trasportare dalle mode e dagli eventi. La poesia è un esame di coscienza. Quanto serva dipende da quanta e quale  testimonianza di questo tempo si vuole offrire. A me piace stare in trincea, dietro non mi ci vedo. Ho scritto libri (uno anche in lingua italiana), partecipato su invito a manifestazioni sul tema e non, alcune poesie sono diventate canzoni ma avrei potuto dare e ricevere forse di più se solo mi fossi adagiato nei circoli chiusi e nelle amicizie culturali influenti. Non amo andare troppo in giro e mettermi in mostra. La mia poesia vuole essere rottura. Non cerco il consenso facile, non saprei scrivere diversamente. La Merini diceva che “I poeti nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle”. Dipende se ci poniamo “come falchi notturni o usignoli dal dolcissimo canto”. I primi squassano le certezze del mondo, i secondi le confermano.

Hai collaborato con il fotografo Ferdinando Kaiser e in un libro avete unito versi e immagini: quanto è stata importante questa esperienza?

Le foto di Ferdinando Kaiser e le mie poesie si sono semplicemente trovate, non sono consequenziali. Diciamo pure che è stato un trovarsi scontato, perché nella poesia scrivo delle mani operose e lui le fotografa da sempre, scrivo degli occhi spesso vecchi e stanchi e lui li fotografa da sempre, scrivo di una Napoli poco conosciuta e lui la fotografa da sempre. Probabilmente, non avrei potuto fare un libro in collaborazione con chiunque altro, se questi non mette nel mirino, come fa Ferdinando, l’anima della gente e dei posti, non semplicemente il soggetto. Kaiser inconsapevolmente fotografava le mie poesie e io altrettanto inconsapevolmente scrivevo dei suoi scatti. Dopo un breve fidanzamento nel virtuale ci siamo sposati artisticamente, ma non è stata una fatica. La fortuna è stata di nascere tutti e due napoletani, con una visione del mondo molto simile.

Quali sono gli autori che più ti hanno trasmesso e ti trasmettono qualcosa?

Qualcuno ha azzardato, blasfemia!,  paragoni con il grande Raffaele Viviani, paragoni che ho sempre schivato (e non per “finta modestia col cuore raggiante”). Ovviamente è vero il mio amore per lui e pagherei qualsiasi cifra per scrivere, ad esempio, un altro ‘O vico, giusto per rimanere nell’ambito del Viviani poeta.  Forse mi accomuna al Maestro (mi perdoni il Maestro Viviani) la voglia di scrivere degli ultimi, poco di bellezza esteriore, molto delle contraddizioni in seno al popolo. Incredibilmente nasco, da giovane, più propenso alla gentilezza del dialetto di Salvatore Di Giacomo, poeta, secondo il mio punto di vista, troppo inflazionato e troppo zuccherino, cosa quest’ultima che con la mia indole va a cozzare, con le esperienze personali di vita va in contraddizione, pur rimanendo in me la sua presenza nelle strofe più romantiche (dove cerco di non scadere nel languido). In effetti,  alla fin fine, io stesso sono un gran romanticone, laddove anche la più dura delle mie poesie è scritta per amore, inteso in senso lato. In genere, tutti i poeti napoletani mi hanno trasmesso qualcosa, cerco di cogliere in loro il meglio ma pure tutto quello che non andrebbe scritto.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 12 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Ottobre 2019

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