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POETI MODERNI

Intervista con Letizia De Luca: il mito nel quotidiano

Cultura | 11 Settembre 2019

Letizia De Luca ama la parola, il lavoro che fa nello scrivere è d’intaglio, di ricerca del significato che i significanti celano. Si dedica agli studi classici dalle superiori, percorso proseguito all’università di Lettere classiche de La Sapienza a Roma, ma resta sempre legata alla sua terra, a Zungoli, il paese d’origine nell’avellinese. Nel 2017 ha pubblicato la raccolta poetica “Radici e desinenze” per la casa editrice Kimerik e con i versi ama rievocare i grandi miti per renderli attuali, creando un tempo sospeso in cui il passato s’intreccia al presente.

Nella tua scrittura c’è un grande rispetto per la parola, per la sua origine, quasi uno scavo etimologico: quanto è stata importante la formazione classica in tal senso?

La formazione classica è, per la mia scrittura, un punto di eterna partenza e di eterno approdo. In tutti i miei percorsi di studio, da quello scolastico a quello accademico, non ho mai abbandonato questo universo, addentrandomi tuttora nei meandri della filologia classica. La classicità è un punto di continua origine e inarrestabile divenire, una sorgente a cui poter attingere sempre. È, anzitutto, un ventaglio di modelli che, pur nella loro antichità, non restano vecchi e fissi in sé stessi: mutano, assumono nuovi significanti e nuovi significati, si evolvono, si amalgamano al tempo e allo spazio in cui vengono evocati. Non esiste un tema, una parola, un concetto che non sia passato sotto il vaglio e sotto il varco del tempo: ecco, la classicità per me rappresenta quel vaglio, quel varco. Un confine, una frontiera, quasi una dogana attraverso cui la mia penna si trova inequivocabilmente a passare. Questo approccio retrospettivo mi aiuta a trovare dei paradigmi, delle coordinate, a seguire una bussola. In un certo senso la letteratura e il mondo antico mi aiutano a ristabilire un legame, per così dire, archeologico con la scrittura. Come se, portando alla luce relitti storici, filologici, narrativi, poetici, io portassi alla luce zone ancestrali di me. Come se, inabissandomi nelle viscere di una parola, sondando i suoi bulbi, toccando le sue radici, io ricostruissi anche le mie etimologie. La formazione classica è un’osmosi, un flusso, un ciclo a cui non so sottrarmi: è  il seme piantato dentro di me che mi aiuta a sbocciare e a fiorire altrove. È la maieutica (tanto per citare Socrate), l’accurata operazione d’ostetricia con cui tocco la mia stessa placenta, le mie profondità, i miei fondali, per poi venire alla luce, riemergere in superficie e partorirmi, nuova.

Ricorri al mito, rievocando ad esempio “Ulisse multiforme”: è un modo per proseguire il legame fra la letteratura antica e contemporanea?

Ricorrere al mito, rievocare personaggi storici e miti storici, mi aiuta a disegnare una linea del tempo interiore, anzi, una parabola, una curva, un cerchio in cui la letteratura antica e quella contemporanea si abbracciano e si compenetrano. Credo profondamente nel rapporto biunivoco fra passato e presente della scrittura, nello scambio di corrispondenze con cui gli antichi araldi della parola raggiungono i nuovi e vi lasciano messaggi, tracce, vestigia. Quasi fosse, quella tra letteratura di ieri e di oggi, una transustanziazione. Se la mia poesia e la mia scrittura dovessero avere qualche missione, una sarebbe sicuramente la metempsicosi della parola: un processo con cui l’antico si reincarna nel nuovo, con cui Ulisse diventa me e Itaca diventa mia meta, mio viaggio e mio naufragio. Per me la letteratura è diacronia, sincronia e anacronia: è la sutura, l’equatore fra i diversi poli del tempo. Così, ciò che scrivo io, ora, qui, è anche, in qualche modo, la rifrazione di quello che è stato scritto ieri e di quello che verrà proiettato, scalfito e inciso in un qualche futuro. La narrativa, la poesia, i mille generi e volti della parola si collocano prima, durante e oltre il tempo; questo spiega perché abbiamo tanto bisogno di rievocare, quando facciamo poesia o, più universalmente, quando scriviamo. C’è un’urgenza di anteriorità, nella scrittura, un’impellenza di sviscerare paesaggi, figure, personaggi, immagini quasi ataviche, primitive, riflessi di archetipi reconditi. E, allo stesso tempo, quell’eco arcaica ha necessità di espletarsi in una dimensione contingente, circostante, attuale. Perciò credo sia importante creare un linguaggio, una dialettica fra letteratura antica e letteratura contemporanea: l’una senza l’altra è indigente, monca, parziale. È emistichio di sé.

Quale può essere, per te, il ruolo della parola poetica oggi?

È sempre difficile identificare la parola poetica con uno o più ruoli. Quasi sfuggisse alla realtà; quasi si collocasse al di là delle cose, in un iperuranio, a tratti confortevole, a tratti scomodissimo. Nonostante io stessa, spesso, anche inconsciamente, mi abbandoni a una sorta di “elitarsimo poetico”, considerando la poesia quasi come una virtù aristocratica, un vezzo e un vizio di nicchia, credo, ciononostante, che la parola poetica, per quanto le sia possibile, debba cercare di capillarizzarsi, di diffondersi come un contagio, di farsi virale, epidemica. Penso che la poesia debba uscire dalla roccaforte, dalla torre d’avorio e dalla gabbia aurea in cui spesso viene relegata, anche inavvertitamente, anche prudentemente, quasi a volerla proteggere. E ritengo che debba farlo senza per questo mercificarsi, disossarsi, banalizzarsi e profanarsi. Penso che possa assumere prerogative sociali, civili, culturali, intellettuali, mantenendo intatta la sua profondità, la sua nobile essenza costitutiva, la sua sublimazione. Io, ad esempio, nel mio piccolo, cerco di mettere in atto questo proposito pubblicando, banalmente, miei scritti poetici sui social. E nel farlo non mi accingo a smussare, a contestualizzare o, peggio ancora, a diminuire di gravità e di tenore quello che scrivo: non baratto, per intenderci, il termine “beltà” col termine “bellezza”, l’aulicità del lemma “sopore” con la proverbialità del lemma “sonno”. Non scendo a compromessi con algoritmi, logiche, mode, dinamiche e meccanismi predefiniti, ma allo stesso tempo ritaglio uno spazio dove la poesia possa esprimersi.  Sicuramente la ricezione del messaggio poetico implica una sorta di  “selezione naturale” (o meglio intellettuale), nel senso che non tutti possono o vogliono recepire certi dispacci. Questo perché la parola poetica, per sua stessa ontologia, si basa su una fitta trama di corrispondenze, di analogie, di rimandi, di trasformazioni del reale che talvolta risultano di ostile comprensione, perché presuppongono uno sforzo conoscitivo, oltre che emotivo. Perché la poesia, per essere decifrata, ha bisogno di codificazione; prima di farsi universale, deve potersi dire intima, interiore. E le due dimensioni, quella interna e quella esterna della parola poetica, hanno bisogno di incontrarsi e di dialogare. Altrimenti la poesia si priva del mondo e il mondo si priva di poesia, in un loop, in una matassa, in un viceversa masochista e sadico. Ecco, io credo che la sfida sia proprio nel continuare a diffondere la poesia “nonostante sé stessa”: nonostante il rischio di essere fraintesa, offesa, esclusa, vilipesa. Autocondannare la parola poetica a un esilio politico, sociale e civico (perché considerata “per pochi”) non fa che precluderle l’opportunità di divulgarsi senza per questo volgarizzarsi. Perciò, nel mio microcosmo, io continuerò a scrivere “beltà” invece che “bellezza”, “sopore” al posto di “sonno”, sperando che, così facendo, ogni giorno, con ardore, amore e dolore, la poesia, possa svegliare e svegliarsi un po’ di più.

Qual è il rapporto con il tuo paese, Zungoli, e con la provincia?

Il mio paese, Zungoli, e la mia terra, l’Irpinia, ricoprono un ruolo fondamentale nella mia scrittura. Nel continuo e iterato tentativo di arrivare nel fondo delle cose attraverso la scrittura, non posso, infatti, prescindere da me stessa, dalle mie origini più remote. Casa mia, il mio paese, la mia terra, sono un crocevia di retrospettiva e prospettiva, per la mia scrittura: un’eredità storica che si trasforma in investimento personale e collettivo. Il mio piccolo borgo e il territorio in cui si insedia sono  “radici e desinenze” : topografia dove posso retrocedere e procedere in me stessa, tornare indietro, scavarmi, involvere e poi evolvere, divenire. Zungoli è la carta geografica, la rosa dei venti, il tempo e lo spazio dove ho percorso tutte le epoche della mia esistenza: il mio paleolitico, la mia antichità, la mia contemporaneità. L’Irpinia è l’arcipelago di cui il mio paese è isola, la galassia di cui la mia casa è stella, la flotta di cui io sono nave. Se la mia letteratura avesse una provenienza, una residenza, un indirizzo preciso, verrebbe esattamente da dove vengo io. Perché la mia scrittura è fatta di questo terriccio su cui ho mosso i primi passi, assaggiato i primi umori, i primi errori, i primi amori e i primi dolori. È fatta di questo cielo che continua a farmi da soffitto, ovunque io mi sposti, come una seconda pelle. È il luogo dove la poesia mi aspetta e dove io aspetto lei. Per me Zungoli è, insieme, scenario e protagonista, osservatorio e spettatore, musica e sottofondo dei miei scritti.Come se, circondandomi, mi penetrasse: spesso ci sono precisi odori, sapori, colori, precisi volti che evocano immagini, che mi aiutano a carpire e a capire una fotografia istantanea di quello che sto sentendo. E così lo annoto, lo scrivo, lo eternizzo. A Roma, ad esempio, questo meccanismo è fiacco, debole, duro a venire.  Perché non ho il legame ombelicale, intestino, connaturato che ho con Zungoli.  Ci sono posti dove la parola poetica può essere indotta e posti dove è lei che induce. Quando sono a Roma sono io che mi fermo e ascolto quello che la poesia ha da dirmi: a Zungoli, invece, è la poesia che ferma me, è lei che, con non so quale magnetismo, mi porge la penna fra le mani e mi trasforma in carta, mi restituisce al mio inchiostro. Sono fermamente convinta che sia fondamentale allontanarsi un po’, evadere, esplorare nuovi posti e nuovi mondi. Ma sono altrettanto convinta che si debba avere il coraggio di piantare, di seminare e di raccogliere nel terreno che ha nutrito i nostri bulbi.  Fosse anche il terreno più arido; fosse anche il più difficile.  Non so dove mi porterà la vita, ma so che farò di tutto per conservare e custodire il filo rosso, l’àncora, l’asterisco che, pur scrivendomi altrove, mi riconduce sempre nello stesso punto, mi riporta all’origine. La mia terra è il contenitore e il contenuto, il recipiente e il ricevuto di ogni mia parola, di ogni sillaba, di qualsiasi abbecedario della mia poesia. Concludo con un frammento che ho scritto per Zungoli e che è presente nella mia silloge dal titolo “Radici e desinenze”, edita dalla casa editrice Kimerik nel maggio 2017:

Geografia interna

Questa città è esuberante e onnipresente;

eppure in me è un nulla,

un reticolo che tesse il vuoto.

Il mio paese è schivo e assente,

una larva in estinzione;

eppure in me è un vuoto

affamato di tutto.

Rimbomba nelle carni

come un muto frastuono:

non è grido, non è silenzio.

È voce impastata di odori

che mi sussurra all’orecchio ricordi e segreti,

nella grafia lenta di sordi alfabeti.

Quali autrici e autori, del passato e recenti, ti hanno più colpita e fanno parte del tuo personale bagaglio culturale?

Sono tanti gli autori e le autrici che, come demiurghi, hanno plasmato la mia poesia e la mia scrittura. Partendo da paradigmi più anteriori, sicuramente i lirici greci di età arcaica hanno gettato solide fondamenta tematiche, metriche, ritmiche, letterarie in senso ampio dentro di me. La musicalità di colossi della letteratura arcaica quali Alceo e Saffo (miei preferiti nel loro contesto di appartenenza), l’avanguardismo con cui hanno sondato, oserei dire quasi “per primi”, temi di carattere erotico, amoroso, individuale e sociale è quanto di più prezioso ho colto e accolto dal mondo antico. Spesso vorrei far mio il loro lirismo, mia la loro melodiosità, vorrei far vibrare le parole con il loro impeto, con le loro corde.  Procedendo diacronicamente nel tempo della mia “letteratura interiore”, non posso non considerare altresì i modelli mutuati dal mondo latino. Catullo e Ovidio mi hanno dato quel senso di contrasto, di dissidio, quasi di lotta sottesa nelle parole. Mi hanno iniettato il senso, oserei dire, di disperazione della poesia, una disperazione che non è resa ma scontro, rivalsa, conquista. Hanno scagliato la breccia della violenza, del furore, della guerra, della passione, sul campo di battaglia della mia scrittura. Arrivando a paradigmi via via più coevi, nel panorama della letteratura italiana sicuramente un faro è stato, per me, l’universo della poesia ermetica. Un tempo abbandonavo il mio linguaggio scritto a flussi verbosi, a logorree: poeti come Ungaretti, Quasimodo, Montale, mi hanno offerto il dono della sinteticità. Dai loro versi ho appreso la potenza incisiva, graffiante, subitanea delle parole. Il potere della loro brevità. Lo scenario sincronico, in ultimo, mi offre continui spunti: credo che per certi versi si stia smuovendo qualcosa, quasi un “nuovo umanesimo” per la parola scritta. Potrei fare molti esempi di miei “contemporanei”, ma mi limito a citare casi-specimen (anche perché non nego una certa “gelosia” per alcuni miei modelli, quasi mie “chicche”, mie pregiate scoperte che custodisco segretamente e che per questo non menzionerò), come Michele Mari, Patrizia Cavalli, Mariangela Gualtieri per la poesia e Isabelle Allende, Alessandro Baricco, Erri De Luca per la prosa. Ho citato, non a caso, in questo cursus paradigmatico, pochissimi autori di prosa: questo perché i miei esperimenti più compiuti di scrittura sono di genere poetico, tant’è che temo di proiettare, quasi per fisiologia, come una sorta di riflesso incondizionato, anche nel prosaico un bel po’ di poesia.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 11 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Settembre 2019

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