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POETI MODERNI

Intervista con Domenico Cipriano: tra versi e jazz

Cultura | 22 Maggio 2019

La fusione tra poesia e jazz, inaugurata tra i primi anni e la metà del secolo scorso in America come espressione soprattutto di una certa controcultura, è ancora oggi viva e praticata: ne è un esempio Domenico Cipriano che con il suo gruppo, gli E. Versi Trio, porta avanti da anni questo genere di commistione. Domenico, nato nel 1970 a Guardia Lombardi (Av), ha vinto diversi premi e collabora a riviste di settore. Ha pubblicato le raccolte di versi Novembre (Transeuropa), Il centro del mondo (Transeuropa), L’Origine (L’arcolaio) e un cd, JPband: Le note richiamano versi (Abeatrerecords, 2004). Gli proponiamo quest’intervista dopo aver assistito a una sua esibizione con la band.

Partiamo dalla jazz poetry: quanto è importante il legame tra musica e poesia nella tua ricerca?

È un completamento della mia espressione artistica, a partire dall’intesa con i musicisti. Ho cercato di far convivere le due passioni, poesia e musica, da sempre. Prima attraverso poesie dove era preminente la ricerca fonetica, nonché con la scelta stilistica di indicare un brano ideale all’inizio di ogni sezione poetica che artisticamente esprime – fin dal titolo – l’interpretazione in musica della tematica principale della sezione; poi continuando tale indagine in specifici progetti di jazz e poesia dove la poesia diventa uno strumento e il poeta un musicista che interagisce con gli altri. Questa vocazione ha preso corpo registrando un primo progetto nel 2001, con i musicisti Enzo Orefice, Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti, nonché la voce di un attore di teatro sperimentale, Enzo Marangelo, per dare corpo e ritmo ai versi. Abeat records ne ha pubblicato un CD nel 2004, si trattava di jazz-poetry, una forma artistica molto frequentata negli Stati Uniti per tutto il novecento e che ancora oggi trova il suo seguito in specifici festival. In quel progetto io leggevo dal vivo solo alcuni brani, affiancando l’attore. Successivamente ho dato vita a progetti dove io stesso sono il lettore delle mie poesie, collaborando con vari musicisti.

Come nasce il progetto “Lampioni”?

Nel 2009, incontrando il tastierista Fabio Lauria e il trombettista Carmine Cataldo, che avevano da poco messo insieme un duo di musica elettronica e jazz fusion dal nome Pianopercutromba, pensammo di dar vita a un progetto di musica e poesia, ispirato da una sezione di miei testi che avevano come tematica principale i “lampioni delle strade”. Nacque così il progetto Lampioni e la formazione divenne presto un quartetto, con il bassista Paolo Godas, cambiando il nome in Elettropercutromba. Abbiamo sempre chiamato la performance di Lampioni un “reading-concerto” e i pezzi, che non sono né canzoni, né performance teatrali, possiamo considerarli dei brani-poesia. Circa il contenuto, si tratta di brevi testi che si alimentano di riflessioni e fascinazioni sulla nostra esistenza. I lampioni delle strade rappresentano degli oggetti metafisici, dei guardiani luminosi della notte, e diventano lo spunto per rievocare problematiche sempre attuali: così si parla anche del tema del lavoro tra suggestioni metaforiche, viaggi autostradali e capannoni vuoti. Inoltre è presente la riflessione sui luoghi, sulle amicizie lontane per l’emigrazione perpetuata, che si ritrovano nell’elaborazione del sogno e nella percezione dei sensi. Frammenti dove parole come “luci” e “notte” diventano quasi ossessive, evocative delle luci e delle ombre del nostro tempo, con la musica che traccia ritmi ipnotici o si esprime con improvvisazioni struggenti o liberatorie, cercando un dialogo emotivo con la poesia. Dopo 10 anni e varie esperienze in giro, in particolare in festival di qualità, come Notturni Diversi (a Portogruaro) o Parole Spalancate (a Cagliari) siamo tornati al trio originario composto da me, Fabio Lauria e Carmine Cataldo, cambiando il nome in E.VERSI. Abbiamo ripreso parte dei brani del nostro repertorio del progetto Lampioni,  ma rivisitandoli e, soprattutto, abbiamo iniziato a creare nuove sonorità e temi da portare in giro prossimamente. Stiamo anche pensando di allargare l’organico con la collaborazione di Cambise Reza, un bravo chitarrista di formazione rock.

Qual è il ruolo della parola, secondo te, oggi?

Se mi dici parola, penso più nello specifico alla poesia. Essa apre la mente, fa viaggiare lontano riducendo le distanze, dà dignità alle persone facendo sentire che c’è qualcosa di eterno a cui dedicare la nostra breve esistenza. La poesia e l’arte in generale aiutano a immaginare oltre l’orizzonte verso cui guardare, come ci insegna Leopardi.

Da quale delle tue raccolte ti senti più rappresentato e perché?

La mia produzione in raccolte segue un discorso continuo, a partire da Il continente perso. I temi ritornano di volta in volta con nuove soluzioni stilistiche e nuovo pensiero. Se Novembre, il poemetto sul sisma dell’80 è quello emotivamente più sentito, il libro Il Centro del Mondo, raccoglie un percorso lungo e, quindi, potrebbe essere un buon approccio per conoscere i temi principali della mia poesia, per poi approdare a L’Origine che segna un punto di arrivo, anche se con dei cambiamenti stilistici e di contenuto importanti. Ti anticipo che dovrebbe uscire il prossimo anno, a distanza di 20 anni dal primo libro, una raccolta organica che può essere un punto di sosta che rappresenta bene una parte importante della mia poetica.

Quali sono i poeti, del passato e contemporanei, che più ti hanno colpito?

Ho iniziato ad amare la poesia studiando Ugo Foscolo e i poeti ossianici alla scuola media, per poi ritornare a rileggere la Divina Commedia: praticamente ciò che offrivano i libri scolastici. Negli anni successivi, quando avevo già iniziato a scrivere brevi poesie, ascoltavo alcuni cantautori camaleontici, come Tom Waits, Van Morrison, Leonard Cohen, di cui cercavo i testi in italiano o li traducevo io stesso. Un approccio giovanile verso la poesia, che poi mi ha portato a cercare e leggere i poeti, anche in modo disorganico: da Catullo a Charles Bukowski, passando per Walt Whitman e Charles Baudelaire, per arrivare ai poeti del ’900 italiano che mi hanno particolarmente influenzato: Montale, Caproni, Pasolini, Pavese, e alcuni poeti del nostro Sud: Scotellaro, Bodini, Sinisgalli… oltre a poeti stranieri fondamentali, come Fernando Pessoa e Thomas Eliot…

(la foto nell’articolo è di Vincenzo Ricciardelli)

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 22 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 22 Maggio 2019

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