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POETI MODERNI

Intervista con Paolo Battista: raccontare per non arrendersi

Cultura | 16 Luglio 2019

Paolo Battista è un autore che ha bisogno della pagina, che senza inizierebbe a boccheggiare. Vive e lavora ad Avellino ma ha l’anima della beat generation, sarebbe facile immaginarlo sulle strade ampie dell’America descritte da Kerouac, si ritiene il residuo di un’epoca al tramonto però è proprio questo senso di inadeguatezza a fargli raccontare bene il presente. D’altronde, osserva in un componimento della sua ultima raccolta (Frittura di cervello – Ensemble Edizioni, 2019) “La poesia non esiste più, c’è solo chi la scrive”: forse è proprio nel dopo in cui viviamo che ha senso cercare un altrove, un oltre da dire ancora, qualcosa che valga la pena pronunciare per non implodere o rinunciare all’esigenza umana di combattere per qualcosa.

Scrivi di essere “uno scarto degli anni novanta”: come avverti il passaggio di epoche diverse sulla tua pelle?

Sono uno scarto degli anni novanta certo, un sopravvissuto, un figlio di puttana nato nel 1976 e cresciuto in un’epoca molto diversa da questa attuale, un’epoca dove ancora le relazioni interpersonali avevano il loro fascino e dove l’incitamento all’odio (razziale ma non solo) non era incluso nei programmi dei partiti politici. Certo è negli anni novanta che ha avuto inizio il declino italiano ma di sicuro c’era più coscienza critica, e di sicuro le persone venivano trattate meno come bestie e più come essere umani, al contrario di oggi! Probabilmente è solo una percezione, ma sento che la famosa transvalutazione dei valori che Nietzsche auspicava agli inizi del Novecento ha raggiunto nella nostra epoca la sua piena apocalisse. E non si può non soffrire per questo. Quello che sento è che il mondo sta implodendo, e discutere o inveire contro questa ottusa malvagità che si è impossessata dell’anima delle persone mi fa sentire ancora più solo e disperato. Negli anni novanta, molto giovane, mi sentivo quasi invulnerabile, la strada era la mia maestra e su quella strada mi battevo per le cose che non mi piacevano. Lo facevo con tutto quello che mi ispirava: musica, scrittura, performance, barricate, cortei, droga, viaggi, amore, odio, lo facevo perché sentivo che era il momento giusto, perché non ero solo e perché tutti avevamo delle cose da dire. Poi è arrivato il decennio breve con le sue innovazioni sfrenate, il crollo della Torri gemelle e il G8 di Genova. Le cose cambiano velocemente e anch’io inizio a sentirmi più spaesato, disilluso, oppresso, e di sicuro molto più realista di quando avevo vent’anni. Non smetto di urlare quello che provo ma spesso mi ritrovo a terra sanguinante dopo aver sbattuto la testa contro il sistema. Oggi invece attraverso la poesia, ma anche attraverso il mio corpo segnato, battuto, tatuato, la mia è diventata una lotta continua contro la brutalità dell’anima umana, sempre più meschina, cattiva e velenosa. Insomma la parola giusta per rispondere alla tua domanda è: inaudito. Si, ho avvertito e avverto questo passaggio di epoche in modo drastico, tragico, inaudito… mai rassegnato però. In fondo sono consapevole che non sarà facile tirare avanti e che non basterà aggrapparsi al destino perché le cose cambino e che alla fine di tutto bisogna prima iniziare da noi stessi se vogliamo che il mondo diventi un posto migliore, più vivibile per i nostri figli. Sono sopravvissuto agli anni novanta certo, ma se non facciamo tutti qualcosa non sono sicuro che il prossimo futuro sopravvivrà a noi esseri umani. Magari potremmo iniziare smettendola di sterminare qualsiasi cosa respiri e conseguentemente smetterla di disboscare l’intero pianeta già boccheggiante. Sarebbe già un buon inizio. Cazzo, siamo a un punto di non-ritorno, come facciamo a non rendercene conto. E comunque alla fine dei conti bisognerebbe chiedersi: ci meritiamo di essere salvati?

Tra vita e scrittura sembra ci sia simbiosi più che dissidio per te, è un elemento raro. Ti riconosci in questa caratteristica?

Certo, mi riconosco e ho faticato non poco per giungere a questo livello di stupefatto delirio. Siamo cresciuti in un’epoca che ha condizionato e condiziona prepotentemente il nostro modo di stare al mondo, al punto da far credere ai più che un’artista che vive della propria arte, per la propria arte, stia vivendo una falsa vita rispetto a chi invece decide di dedicarsi alla famiglia e ai figli vivendo così una vita vera. Pura follia! Davanti ad una vita di creazione non c’è ragione che tenga. È questo il punto! Quello che cerco di fare io è unire le due vite, che magari lottano continuamente tra di loro per prevalere una sull’altra, magari mi scuotono, s’insinuano, cercano di plagiare la mia mente, promettono e non mantengono, si ribellano, se ne approfittano dei momenti d’indecisione, ma sono le uniche vite che conosco, le uniche vite che vivo; e quindi simbiosi o no è stato un passaggio come dire inevitabile per chi come me crede in una letteratura fatta di corpi e azioni e sentimenti e occhi e sesso, una letteratura forse poco ragionata, ma non per questo meno degna d’attenzione. È l’iperrealismo sviluppatosi nell’epoca delle simulazioni (mi viene in mente Baudrillard), dove la realtà svanisce lasciandoci alle prese con le apparenze. I personaggi dei miei libri infatti, consapevoli o no, si arrabattano, si battono disperatamente contro questo mondo reale fatto unicamente di immagini vuote e incertezze, crisi continue. Le mie poesie attingono materia prima di tutto da me stesso e poi da questa rovinosa lotta contro questo mondo falsamente reale. Il mio è un ispirato iperrealismo pregno di caos e spontaneità, perché è così che vedo e vivo la vita. Non saprei fare altrimenti!

Qual è, secondo te, il ruolo della poesia?

Forse è proprio perché cerchiamo disperatamente di assegnargliene uno che la poesia fatica a trovare il suo ruolo. È quando cerchiamo di spiegarla che perde la sua forza, la sua rabbia, la sua bellezza. Non ho mai pensato che la poesia avesse bisogno di un ruolo definito perché la poesia è il principio, è ubriachezza eterna, è ogni parte del corpo, è caos, ribellione, spontaneità, fuoco, mistero, è un campo di battaglia, una rissa, è visione, follia, è terra cielo mare, è maschio, è femmina, è il sacro amore per la vita con le sue luci e le sue ombre… insomma la poesia è il cuore sacro di tutte le cose e non ha bisogno di essere, come dire, antologizzata. La poesia deve essere quanto di più leggero e spontaneo esiste al mondo; anche quando i suoi contenuti sono, diciamo, più impegnativi di altri. La poesia ha questa fulminante capacità di arrivare al cuore delle persone con il suo ritmo, il suo tremore, il suo verso, la sua deflagrazione; la poesia è inesauribile! Insomma non penso che la poesia possa salvare il mondo, ma rendere le persone un tantino più dignitose, aperte, intelligenti, questo sì. Dopotutto anche le discussioni fra intellettuali possono diventare noiose, la poesia bisogna viverla!

Nei tuoi versi ci sono i vicini che ascoltano la messa, le bollette, una forte presenza della corporeità. Quanto è importante il quotidiano per l’ispirazione?

“Ogni esperienza profonda si esprime in termini di fisiologia”. Questa frase di Cioran che ho messo all’inizio del mio nuovo inedito romanzo esprime a meraviglia quanto sia importante la corporeità nella mia scrittura. Per scrivere bisogna solo guardarsi intorno, come Kerouac non sono il tipo di scrittore che inventa una letteratura. Tutto quello che bisogna fare è scrivere della propria vita, anche quando questa sembra (apparentemente) meno interessante di altre. Tutto è sacro, tutto è beato, come diceva il buon Duluoz, persino i vicini che ascoltano la messa o un cane bastonato che ulula alla luna. Ho sempre pensato che mi piacerebbe lasciare una traccia (anche una traccia incompleta), qualcosa che racconti il mio tempo attraverso i miei occhi, senza artifici, in modo spontaneo… e tutto questo non posso che cercarlo nella quotidianità, nelle persone che amo, nei libri che leggo, nei viaggi che faccio, nel lavoro massacrante che condiziona la nostra esistenza, nelle difficili relazioni coi vicini, nelle bevute con gli amici… sempre in ascolto, innamorato, ubriaco, spirituale, visionario, senza inibizioni, selvaggio, puro, raccontando le cose così come sono. Bisogna scrivere poesia con la sincerità con cui parleresti a te stesso. Solo in questo modo riuscirai ad essere credibile e le tue parole avranno un senso.

Scrivi “C’è il bisogno di sentirmi parte del sorriso di mia figlia/ il bisogno di sentirmi parte del sorriso di mia moglie”. Quella degli affetti è una dimensione in un certo senso salvifica?

Probabilmente sì! Non è una cosa pensata a tavolino però. Anche in questo caso è tutto molto spontaneo. Non c’è salvezza senza prima aver toccato il fondo. E le persone che amiamo ci aiutano a non rimanere affossati nel baratro. Anche nel mio primo romanzo, Siamo tutti figli di Caino (Alter Ego edizioni – 2016), c’è il personaggio femminile: Silvia, che in qualche modo diventa l’àncora d’appiglio per Pierpaolo, perché nonostante le mille tragedie della vita tutti abbiamo bisogno di credere nella purezza di un sentimento incontaminato. Così nelle poesie di Frittura di cervello, frutto del lavoro di questi ultimi cinque anni. Del resto la nascita di una figlia è un evento che cambia radicalmente la vita di una persona. È una responsabilità, certo, ma per come la vedo io è anche un Dono: un momento magico, sacro, pazzo in cui tutto si acchiappa alla perfezione, tutto cazzo, anche la magica sacra pazza merda che hai dovuto digerire per arrivare fino a qui. Per quanto cerchiamo di essere autonomi, giustamente, e indipendenti, tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Tutti abbiamo bisogno di essere amati. Forse non raggiungeremo mai la salvezza eterna, ma questo non toglie che possiamo provarci. Personalmente ho bisogno di quello che Unamuno chiama tragico senso della vita, ma non solo. Datemi la fottuta luce in fondo al tunnel e tutto troverà il suo equilibrio.

Dal mutamento come unica certezza al dolore come maestro di vita sino alla visione degli uomini come refusi: quanto conta per te saper trarre il meglio da quanto ci accade di negativo?

Il fatto è che noi uomini/ refusi non riusciamo proprio a renderci conto che siamo completamente irrilevanti rispetto alla magnificenza e all’importanza degli oceani, delle montagne, dei vulcani, dei venti, degli animali, delle piante, e questa incapacità di rapportasi all’essenzialità della natura ci rende come dei virus, come dei parassiti stupidi che ammazzano qualsiasi cosa si trovi sul loro cammino per paura di affrontare le contraddizioni e le complessità che rendono il mondo un posto magico e unico, un posto che stiamo distruggendo con le nostre stesse mani. Se fossimo meno presuntuosi, meno egoisti, meno cattivi forse non ci ritroveremmo nella situazione in cui siamo ora, sia a livello sociale e ambientale che politico. Stiamo distruggendo tutte le cose belle che ci circondano con la nostra superficialità e il nostro esagerato materialismo, la nostra avidità e la nostra stramaledetta sete di potere. È difficile essere ottimisti di questi tempi, ma non dobbiamo neanche dimenticare che l’uomo è capace di fare cose grandissime, geniali, poetiche, per nulla scontate. La nostra forza è proprio questa; riusciamo sempre a tirare fuori il meglio dai momenti peggiori, anche se quei momenti siamo noi stessi ad averli creati. È questo il cuore del paradosso: riusciremo mai ad imparare dai nostri errori? In fondo per quanto mi riguarda non si tratta più di trarre il meglio dalla negatività, ma di raccontare questa negatività per capire come tirarne fuori qualcosa di positivo.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 16 Luglio 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Luglio 2019

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