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POETI MODERNI

Intervista con Sotirios Pastakas: la poesia come ponte tra culture

7arti | 6 Giugno 2019

A Baronissi, in provincia di Salerno, dal 1996 c’è una struttura che ospita e pubblica in Italia poeti di fama internazionale: è la Casa della poesia, legata alla Multimedia edizioni e definita da Erri De Luca “un tetto per un’arte vagabonda”. Grazie agli incontri organizzati dai promotori di questa, Sergio Iagulli e Raffaella Marzano, incontriamo Sotirios Pastakas. Sotirios, considerato da alcuni critici il più grande poeta greco vivente, è un ex psichiatra che ha fatto i suoi studi tra Napoli e Roma e, oltre a essere uno scrittore molto apprezzato, è traduttore di autori nostrani.

Ha scritto che la Grecia è il solo paese in cui il tramonto, andando verso Capo Sunio, “può durare una vita intera”. Quanto è importante il legame con le sue radici per ciò che scrive?

Ho avuto la fortuna di trovare dei buoni maestri. Loro non lo sapevano e neppure predicavano, ma io li sentivo e li acclamavo come tali per mia scelta. Uno di loro mi ha detto, quando avevo vent’anni, che se volevo scrivere veramente dovevo tornare in Grecia appena finiti gli studi. Il poeta deve sentire la propria lingua intorno a sé ventiquattr’ore su ventiquattro, in tutte le sue deformazioni e nei vari registri, dal colto al rude e popolano. I giochi di parole nel mercato della frutta, nell’autobus, nella metro e così via. Dunque, ammettendo che le radici di un poeta sono le parole materne, sì: un poeta deve nuotare nella propria lingua per poter articolare un verbo.

La crisi ha influenzato molto la sua percezione degli ultimi anni?

Ho avvertito la crisi esistenziale e artistica prima della crisi economica, quindi ho potuto scrivere sulla crisi finanziaria già dal 2009, in anticipo su quella conclamata, e da profeta, per ricordarci una delle qualità che caratterizzano il vero poeta. Ma, indipendentemente della crisi del sistema bancario e delle fallimentari politiche dell’Unione Europea, l’artista, il poeta è un soggetto in crisi. Vive sempre in crisi. State lontano dagli artisti sicuri di sé che fanno la carriera artistica come dei funzionari bancari… ahimè!

Ha studiato medicina a Roma, inoltre traduce poesia italiana: è affezionato a questa terra, a questi autori?

Sono approdato a Napoli a inizio settembre del 1972, non ancora diciottenne, in piena dittatura dei colonnelli in Grecia, e mi sono formato sui testi dei poeti italiani. Tutta la mia sensibilità poetica e umana si è forgiata qui, a Napoli fino a fine 1973, e dal gennaio 1974 fino all’estate del 1982 a Roma, dove mi sono laureato in Medicina e Chirurgia. Dieci anni di fuoco, di partecipazione e di infinite letture. Da autore non sistematico scherzo spesso coi colleghi greci dichiarandomi “autore Italiano” (risate).

Per anni ha esercitato la professione di psichiatra: la scrittura può diventare anche, in un certo senso, terapeutica?

La scrittura ha questa funzione liberatoria di per sé, e sicuramente può anche guarire dai malanni d’amore: chi non ha scritto una poesia d’amore in gioventù scagli la prima pietra! Da maestro di scrittura creativa incoraggio gli allievi a scrivere e ammetto che molti di questi vengono per cercare una sorta di terapia di gruppo. Scrivere per curarsi da sé va benissimo, ma scrivere per curarsi e poi avere ambizioni letterarie è uno sbaglio enorme.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo della parola poetica?

La parola poetica dovrebbe trasformare l’idea che abbiamo del mondo. Darci una nuova prospettiva delle cose e dei rapporti quotidiani. Regalarci il risveglio etico, morale, sentimentale. Se dopo la lettura di una poesia rimaniamo noi stessi, vuol dire che non abbiamo incontrato la parola poetica, e vi invito ad adottare questo metodo per valutare le poesie che vi capitano sotto mano. Il verbo poetico fa scricchiolare non solo la superficie ma il nocciolo duro del nostro ego duttile alla corsa consumistica.

Tra le sue numerose raccolte di versi da quali si sente più rappresentato?

Le 100 poesie della Trilogia della fame, oppure Food Line, come l’ha nominata e voluta tradurre Jack Hirschman (Pasto per i poveri in italiano).

Come è entrato in contatto con Casa della poesia e quanto conta per lei questa collaborazione?

Gli amici in Grecia pensano che sia frutto della mia decennale permanenza da studente in Italia. Alcuni che mi conoscono meglio che la collaborazione è avvenuta grazie alla mia ex moglie italiana, pugliese. Nessuno può immaginarsi che ho avuto Jack Hirschman come ambasciatore. L’ho conosciuto nel 2003 a San Francisco e sono stato folgorato sin dal primo momento. Ho marinato subito l’APA, il congresso degli psichiatri statunitensi, e sono stato in sua compagnia giorno e notte, a mangiare cinese nella taverna dove mangiava Gregory Corso, e veniva buttato fuori a calci tre volte su due. Poi, anziché tornare in Grecia coi colleghi psichiatri, ho seguito Jack a Venice, Los Angeles, per una sua lettura di poesie, e mi ha invitato al dopo reading per una festa in casa di amici dove ho avuto l’unico deja vu e deja vecu della mia vita, a 49 anni. Tre anni dopo Jack mi ha proposto a Casa della Poesia come poeta per il Festival di Sarajevo 2006, e la proposta è stata accolta. Da allora è nata una fervida amicizia, uno scambio continuo di emozioni e di esperienze con letture pubbliche in tutto lo stivale, per approdare nel 2016 alla pubblicazione della mia antologia personale Corpo a corpo, e quest’anno alla silloge Monte Egaleo con i quadri pittorici di Marco Vecchio. Per me il dono fattomi da Jack e la fiducia reciproca con Casa della Poesia conta per l’interscambio continuo di idee, passioni e azioni di resistenza, l’unico modo di parlare e fare davvero Poesia (con la P maiuscola) in questo secolo di grafomani.

Domenico Carrara

 

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 6 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Giugno 2019

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