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POETI MODERNI

Intervista con Vittorio Zollo: la poesia performativa che si rivolge a tutti

Cultura | 5 Settembre 2019

Vittorio Zollo viene dalla musica e dalla dimensione del poetry slam, con i suoi spettacoli propone una visione della poesia che non è statica ma porta al coinvolgimento del corpo, della mimica, fino a diventare vera e propria performance. Nei suoi testi racconta l’attualità, i controsensi di una generazione che ha vissuto la crisi economica ed etica sulla propria pelle, la provincia: è originario di San Leucio, nel beneventano, e questo è più un incentivo a raccontare anche le realtà che vengono di solito lasciate ai margini che un limite. Con gli incontri che porta avanti propone una riduzione della distanza fra il mondo della cultura e quello della vita d’ogni giorno, un fattore importante (e spesso trascurato) per una comunicazione genuina.

Porti la poesia nelle piazze, tra la gente, anche fra i non appassionati. Come nasce questa esigenza e qual è la risposta?

Questa è una piccola sfida, mossa dal desiderio di legittimare la poesia orale e performativa. Il virus poetico può arrivare ovunque, anche nei piccoli bar di paese! Questo perché la poesia mentre il nulla avanza non può ubriacarsi nei club esclusivi, nelle librerie o nei bistrot, ma deve spogliarsi e scendere in strada a combattere. La poesia può essere narrazione, e la narrazione è l’arma più potente che esista. Io penso che la poesia debba agire per contagio e non per clonazione, per associazione e non per duplicazione, concetti che sono sempre alla base di ogni azione poetica che compio. Cerco di inserire la poesia in ogni tipo di contesto e lo faccio perché è necessario, è un imperativo. Credo fermamente la poesia debba andare nelle piazze o alle sagre o nei bar anche se non è facilissimo, perché se avessimo voluto le cose semplici avremmo organizzato i reading o le performance nei musei, nei teatri o nelle librerie, e quello già lo facciamo un po’ tutti.

L’oralità è all’origine della nostra narrativa: in un certo senso proponi un recupero di quella dimensione?

Ciò che faccio è un ibrido tra poesia, teatro, rap (a quanto pare), stand-up comedy, danza, musica, un tentativo di potenziare la parola attraverso un grande utilizzo del corpo; un qualcosa che arbitrariamente chiamo poesia performativa. Ma probabilmente più che un recupero della dimensione orale, cerco una via di fuga da quella scritta e letta, da una fruizione “classica” e “usuale” che a volte può soffocare la poesia. Ciò che mi interessa è la riduzione della parola in funzione del corpo, un approccio completamente distante dallo scambio carta-occhi, che quindi non può essere paragonato alla poesia “tradizionale”.

Vieni dall’ambiente dei poetry slam. Questo legame è ancora forte?

Ho saldato il mio debito con il poetry slam! Dopo il primo slam al quale partecipai nel dicembre del 2014 ho lavorato sodo insieme con Francesca Mazzoni e Andrea Maio per far nascere una “comunità” poetica che ruotasse attorno al poetry slam anche in Campania, così siamo riusciti a costruire un primo campionato regionale (vanno di moda le autonomie ultimamente) fino ad arrivare al concepimento di “Caspar – Campania Slam Poetry”, pseudo collettivo, tribù, comunità che ancora oggi con determinazione e sacrificio si impegna a portare il poetry slam in tutta la regione, ma di cui io non faccio più parte. Personalmente il poetry slam a me ha dato tanto, mi ha fatto recuperare lo spazio scenico che avevo perduto, mi ha dato modo di sperimentare la musica senza strumenti, e grazie al fatto di essere stato per quattro volte di seguito il campione campano mi ha dato l’opportunità di conoscere molte persone speciali.

Quale può essere, secondo te, il ruolo della parola poetica oggi?

Per me è complicato rispondere a questa domanda perché io essenzialmente la parola la parlo, la sento in bocca e la scarico nell’aria per disperderla, non per condensarla. Ho difficoltà ad accettare il codice, la lingua come strumenti di liberazione della poesia, spesso penso sia il contrario. Anche per questo sono giunto a “Metalli pesanti” (il mio spettacolo), per cercare una soluzione a ciò che spesso chiamo la “Poesia degli scarti”, l’aborto poetico attraverso la parola, una parola morente che mente sempre mentre il corpo, decadente, incarna il fuoco poetico e si consuma. A quanto pare in questo momento della mia vita penso che i corpi poetici siano importanti più della parola poetica.

Per la tua crescita personale quanto è stato importante l’incontro con la scrittura?

Ho iniziato a scrivere da piccolo, dalle canzoni alle farse carnevalesche, dalla sceneggiatura di corti agli sketch teatrali fino ad arrivare alla poesia. Ma se prima l’incontro con la scrittura era tutto coccole e autocompiacimento, oggi lo scontro con i supporti pronti a ricevere ciò che scrivo è violentissimo. I versi si rinnegano, la poesia si scarta da sola, si rifiuta, si dimette e va a morire lontana dal foglio. E ogni volta che ciò accade, ogni volta che parlo la poesia mi accorgo di essere diverso da ciò che ero, che “Io è un altro”. Ma che si frammenti pure.

La provincia, nel tuo percorso, è stata più un limite o un incentivo?

Sicuramente non un limite anzi, la provincia, la decadenza della ruralità, la periferia dell’anima sono state e sono un incentivo costante, perché la vita di paese e i tempi della natura sono devastanti, e in qualche modo bisogna pur combatterle ‘ste sabbie mobili di paesi. La ricerca sulla “vita di paese” mi ha portato anche alla scrittura di una tesi sul Carnevale del mio paese, San Leucio del Sannio, in cui ho analizzato le tradizioni popolari dal punto di vista antropologico cercando di ricavarne dei tratti identitari collettivi. Inoltre ho realizzato “’Nziert’” a San Potito Sannitico (CE), cioè la prima residenza poetica site-specific all’interno della “Rural Design Week” i cui temi erano la ruralità critica e l’economia circolare. All’interno di questa ricerca si inserisce la mia poetica (al momento), ovvero tentare, attraverso la poesia performativa, di fotografare e raccontare ciò che accadeva e accade nelle piccole comunità.

Domenico Carrara

Un articolo di Domenico Carrara pubblicato il 5 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 5 Settembre 2019

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