giovedì 27 giugno 2019
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PRIMAVERA POLITICA

L’Algeria in piazza scuote il regime di Bouteflika

Altri Sud, Battaglie | 3 Aprile 2019

Da diverse settimane ormai fiumi di persone stanno invadendo le strade di Algeri in un clima di piena primavera per opporsi all’ennesima candidatura (la quinta consecutiva) dell’ottantaduenne Presidente “fantasma”, Abdelaziz Bouteflika.

Il presidente nel 2013 è stato colpito da un ictus che ne ha limitato le capacità motorie e, si vocifera, cognitive, e da quel momento la sua carta d’identità è gestita dalle persone a lui vicine che la usano per perpetrare quella che è ormai palesemente una dittatura familiare.

Malato e assente dalla scena pubblica da ormai 6 anni, Bouteflika in realtà è il classico caso di idealista corroso dal potere, destino di memoria orwelliana comune a molti dittatori, specialmente in Africa; ha infatti partecipato attivamente alla liberazione dell’Algeria dalla Francia nel 1962 ed è stato un buon Ministro degli Esteri nei primi governi indipendenti.

Adesso è l’espressione di un oligarchia che ha sfidato la primavera araba con lo stato di emergenza e oggi torna a sfidare la piazza, presumibilmente dal letto di ospedale che lo ha in cura.

La Marcia del Milione

Dal 22 Febbraio, ogni venerdì, il movimento di protesta si è via via allargato fino ad arrivare ad Orano, Costantine e molte altre città in tutta l’Algeria (una manifestazione è stata organizzata anche dalla grande comunità algerina di Parigi). Purtroppo si sono registrati anche numerosi scontri nella fase iniziale della protesta, scontri poi assopiti da un’inaspettata e sospetta benevolenza del governo, ma che hanno comunque registrato oltre 50 feriti.

Guardando l’enorme massa umana che inonda le strade di Algeri da 6 settimane, osservando le migliaia di bambini con le fasce bianco-verdi tra i capelli, la prima cosa che salta all’occhio, è la giovane età dei manifestanti.

L’Algeria infatti è il paese più giovane al mondo, l’età media è di 27 anni, persone per cui la politica, governata da 20 anni dal clan di Abdelaziz Bouteflika, è sempre stata ferma, incontestabile, inattaccabile e, dal 2013, invisibile.

In un clima di surriscaldamento globale quei ragazzi si sono guardati intorno, hanno letto di Primavera panafricana, di Greta Thunberg, di Gilet gialli e di regimi rovesciati e hanno preso consapevolezza della necessità di dover rovesciare un elìte al potere da troppo tempo e di dover conquistare una democrazia di cui ne conoscono solo i contorni.

La scintilla è arrivata a ridosso della primavera, lo scorso 10 Febbraio, quando il FLN (Fronte di Liberazione Nazionale), ha presentato Bouteflika come suo candidato ufficiale alle prossime presidenziali. Ancora Bouteflika. Ancora il FLN.

E così quella scintilla ha finito per accendere un intero popolo che, dopo qualche giorno, è sceso in strada pacificamente, con l’intenzione di rimanerci e di interrompere l’inerte cammino verso un futuro “incapace di intendere e di volere” uniti da un solo, incontestabile, grido:”VIA TUTTI”.

Mancano stime ufficiali ma i media algerini non hanno dubbi, nel sesto venerdì di protesta, sostengono, oltre un milione di persone è sceso in piazza per chiedere un cambio di potere.

La marcia del milione, come è stata ribattezzata, ha già ottenuto diversi risultati:

Ad inizio marzo, pochi giorni dopo l’inizio delle proteste, il Presidente (o chi per lui) ha dato un forte segnale di apertura verso il popolo insorto rinunciando alla candidatura e rinviando il voto delle elezioni, precedentemente previsto per il 18 aprile, a data da destinarsi, affermando in una nota:” La mia situazione, la mia età mi permettono soltanto di compiere il mio ultimo dovere”. Poi, per dare un ulteriore segnale, è stato deposto anche il premier, Ahmed Ouyahia, e rimpiazzato con l’attuale Ministro dell’Interno algerino, Noureddine Bedoui.

Per “ultimo dovere” Bouteflika intendeva l’imminente Conferenza nazionale per la riforma politica e costituzionale, riforma che, dice: “sarà sottoposta a referendum popolare”. Insomma un segnale d’apertura è stato intravisto dai manifestanti ma, sta di fatto, che al potere al momento c’è sempre la stessa elìte che i manifestanti intendono cacciare dal paese.

Sulla stessa linea di sospetta benevolenza si è poi espresso poi il capo dell’esercito, Ahmed Gaid Salah, fedelissimo di Bouteflika, il quale ha offerto un dolce golpe all’attuale governo, senza armi ma Costituzione alla mano, richiamando l’articolo 102 che prevede la “deposizione del governo per gravi motivi di salute”.

La mossa del generale Salah ha tutta l’aria di essere uno Scacco al Re dal momento che il Consiglio Costituzionale, anch’esso in rotta col dittatore, difficilmente rifiuterà la deposizione di Bouteflika, oggettivamente incapace di intendere e di volere, figurarsi di governare un paese sull’orlo di una crisi civile come l’Algeria.

Nemmeno il tentativo pacifico del capo dell’esercito è riuscito però a placare gli animi dei manifestanti che rifiutano l’intervento militare in materia civile. I manifestanti puntano infatti al cambiamento dell’intera classe politica che include i veterani della guerra di indipendenza del 1962, i partiti attualmente al governo, i magnati del petrolio e appunto gli ufficiali dell’esercito come Salah.

Il messaggio, chiaro e inequivocabile, nessun compromesso la classe politica va cambiata.

Il rimpasto politico e lo sgretolarsi del regime

L’ultimo passo del gruppo presidenziale, datato 31 Marzo, è stato quello di nominare un nuovo governo con 27 ministri, di cui 21 nuovi elementi. Tra le figure di spicco, lascia il Ministro degli Esteri, Ramtane Lamamra, fresco di colloquio con il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres con il quale, lo scorso 30 Marzo, aveva discusso del coordinamento tra Algeria e ONU al fine di raggiungere una “transizione democratica, al servizio degli interessi della gente”.

Resta invece al suo posto proprio Ahmed Gaid Salah che rimane viceministro della difesa nonostante il tentativo di deporre Bouteflika. La conferma del generale in realtà mette in serio dubbio le motivazioni della sua denuncia costituzionale contro il presidente facendo pensare ad un mero tatticismo politico. Fatto sta che, a parte la conferma del generale, è sempre più evidente il clima di scontro tra poteri che domina il governo algerino.

Intanto il cerchio intorno al presidente si stringe sempre di più e il regime comincia a perdere pezzi. Ha del clamoroso l’arresto di Ali Haddad, il tycoon Algerino,trovato al confine con la Tunisia in possesso di un passaporto britannico e un ingente somma di denaro.

Haddad è stato per anni uno dei più grandi finanziatori elettorali del dittatore algerino, nonchè amico fraterno del fratello ma, mercoledì scorso, aveva annunciato a sorpresa la sua adesione alle manifestazioni. Dopo l’annuncio si è dato alla macchia, da qui la scelta di scappare nella vicina Tunisia per poi essere arrestato sabato notte. Da quel giorno la famiglia non ha più sue notizie.

Intanto il Presidente, forse per la volontà di indurre il popolo al caos o forse per l’incompetenza dei suoi badanti è passato dalla promessa d’addio con le dichiarazioni del 1 aprile:”mi dimetterò nei prossimi due giorni”. Poi ha preso tempo dichiarando un generico:”dimissioni entro il 28 aprile”.

Infine nella notte tra il 2 e il 3 aprile 2019, Abdelaziz Bouteflika, stremato, stanco e mal ridotto ha preso con le sue ultime forze quella penna d’oro che da anni punta contro l’Algeria e ha firmato la sua resa, mascherata da dimissioni. 

Una cosa è certa la gente resterà in strada a monitorare la fase transizione e ci rimarrà fino al nascere di un nuovo governo democratico, forse il primo della sua storia.

 

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 3 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 6 Aprile 2019

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