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PUORTAME A CASA MIA

Il racconto domenicale di Raffaele Ceriello: “Io ci credo ancora”

Puortame a casa mia | 25 Marzo 2018

Mentre aspetto che Renato si impomata il ciuffo mi accendo una sigaretta sotto al suo palazzo, fumo lento.
Mi chiudo bene nel giubbino rosso con il cappuccio di pelliccia bianca e aspiro.
Il cielo si è incupito all’improvviso e il blu scuro misto alle nuvole grigie mi fanno sentire braccato, inchiodato a terra. Una sensazione che mi coglie spesso quando il cielo si chiude.
Fa un cazzo di freddo e oggi mi sento più solo di sempre.
Intanto fumo e aspetto. Renato potrebbe impiegarci le ore e allora mi sono munito di un pacchetto di sigarette in più.
Sorrido e penso che tra mia mamma rinchiusa, mio padre che non so dove cazzo sta, i miei migliori amici uno più strano dell’altro: la fortuna quasi si gratta le palle se mi vede.

Intanto lo Splendido è alla sua terza chiamata nel giro di dieci minuti. Tra poco smetterò di rispondergli e lui mi tempesterà di messaggi vocali.
-Oh m’ata appis?
-Oh addò stat?
-Aggia scenner?

Ma dico io ma un amico normale perché non lo tengo?

Lo Splendido è cosi: se gli dici che passi a bussarlo per le sei del pomeriggio, lui alle sei e mezzo minuto inizia a chiamarti. Manda messaggi vocali, squilla, rompe cosi tanto che siamo costretti a rempirlo di maleparole.
Cosi lui si calma e capisce che stiamo arrivando.
E spesso lo troviamo sotto al suo portone che ride forte e ci stringe come se non ci vedessimo da una vita.
-Guagliù me vien l’ansia. Io teng sul a vuje. Nun m’appennite!

A me questa frase mi schianta.
E allora mi passa l’incazzatura.

Arriviamo sotto dallo Splendido con soli ventidue minuti di ritardo.
Renato ci ha messo meno del solito.
Ci fermiamo sul vialone a comprare le cartine e prima di andare al Palazzetto dello sport ci facciamo due tiri.
Siamo eccitati, non vediamo l’ora di arrivare. Siamo belli tutti e tre.
Fuori al Palazzetto c’è una fila assurda, una mandria di ragazzi pronti ad urlare, a cantare a sbattersi.
Noi non vediamo l’ora di entrare, decidiamo di finirci quella freccia di prima e senza farci sgamare la ammazziamo con un paio di tiri ciascuno.
Il gelo entra nelle maniche del mio giubbino e mi assale al collo. Ho gli occhi rossi.

Siamo dentro.

Il palco è illuminato con una luce rossa.
Fa caldo, ci beviamo una birra dal bicchiere di plastica, ci guardiamo sorridenti. Renato prende il telefono e si specchia per accertarsi che non si ammosci il ciuffo.
Si spengono le luci. Una musica di sottofondo cresce sempre di più e ci sbatte nei timpani.
Chiudo gli occhi nel buio della sala.

Li riapro accecato da una luce blu e inondato dalle urla dei ragazzi al grido di Secondigliano Regnaaaa.
Enzo sta una bomba, ha una bandana maculata e gli occhiali rossi.
Questo è il primo concerto della mia vita. Mi sento come alla prima comunione nella foto con mamma. Renato e lo Splends mi abbracciano e mi cantano nelle orecchie.
Siamo una ciurma, siamo i naufraghi della zona est persi in mezzo allo stradone ed Enzo D.o.n.g. è il nostro faro nella notte.

Mi scorre tutto lento, sarà l’erba, la birra che ci ho appoggiato sopra, sarà che mi sento bene, che sto con i miei due fratelli e nessuno mi può far del male. La testa è leggera, senza pensieri e il cuore me lo sento in gola.
Salto, urlo, canto, ballo.
Poi arriva il pezzo che ci fa esplodere tutti insieme.
E noi lo cantiamo a squarciagola. Lo sputiamo in aria.
Lo schizziamo sulle pareti di plastica rossa della tendostruttura.
Mi diverto solo seeeeeee.
E penso quanto cazzo ti ho voluto bene Gonzalo Pipita Higuain, quanto mi hai fatto fare le capriole al cuore, quanto ti ho difeso, quanto mi hai fatto star bene e quanto mi hai deluso.
Penso a quella botta furiosa contro l’Inter, a Torino di testa e in caduta: su cross da destra e da sinistra con le nostre urla che sfondavano i tetti e poi la mezza rovesciata in casa contro il Frosinone, le tue braccia aperte e il salto di gioia, il record, la bolletta di 150 euro presa e l’abbraccio a Sarri. Penso ai miei fratelli e alle lacrime di quel giorno e penso alle mie lacrime asciutte, e non sai quanto vorrei piangere e sfogarmi un po’ caro Pipita.
Quanto ti ho voluto bene, ti ho coccolato nei rigori sbagliati, capito nella lite con Felipe e, pensa che stronzo, ti ho quasi perdonato quando ci hai esultato contro.
Perché sei come tutti gli altri ed io ormai mi sono abituato all’abbandono. All’assenza.
E allora canto a squarciagola, abbracciato allo Splendido che così felice non ho visto mai.
E vorrei fermare il tempo. Vorrei lasciare i miei pensieri nella schiuma della birra attaccata alle pareti del bicchiere vuoto.
Vorrei piangere abbracciato ai miei fratelli e urlare commosso:

E’ meglio ‘na squadra addo’ stong sol ij
Ca’na lot come Higuain

E mentre cala la notte sulle nostre bocche strette nel freddo vorrei che qualcuno ci scattasse una fotografia.
Mentre mastichiamo la notte scura di una periferia selvaggia e dimenticata.
Renato, lo Splendido ed io.

E forse per stasera va bene cosi.

M’ê ‘ppicciato ‘o core e po’ te ne vaje
n’ata vota ancora
Pecchè me staje appennen’?

Raffaele Ceriello

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 25 Marzo 2018 e modificato l'ultima volta il 25 Marzo 2018

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