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PUORTAME A CASA MIA

Il racconto domenicale di Raffaele Ceriello: “L’amore di Dio”

Puortame a casa mia | 1 Aprile 2018

Io non mi sono mai interrogato su Dio.
Non mi sono mai applicato più di tanto a capire se c’è qualcuno che ci guarda dall’alto, che magari ci giudica e ci mette alla prova.
In chiesa io ci sono stato al battesimo, con una tutina bianca in braccio a mamma e nonna, alla prima comunione e quando si è sposata zia Susetta.
Credo sia un po’ poco per giudicare.

Però in chiesa ci sono tornato meno di un anno fa.
Ho varcato triste quella soglia al funerale di zio Ernesto: il secondo fratello di mamma.
E forse lì ho sentito davvero qualcosa.
Ho sentito le mani rugose della nonna che mi stritolavano. Le sue unghie nella carne.
Ho sentito pronunciarle tra i denti che una madre non dovrebbe mai sopravvivere ad un figlio.
Ho visto le donne del mio Rione abbracciarsi, stringersi forte, pregare e strillare. Piangere e osservare.
Morire un po’ e pentirsi.
Accusarsi di non essere mai all’altezza del dono ricevuto. Pregare e piangere.
Piangere e pregare.
Dividersi il lutto, per la scomparsa di Ernesto: trentacinque anni e un tumore che gli ha divorato il pancreas.
Le ho viste tutte in cerchio attorno alla nonna.

Ho visto la mamma di Sandro nascosta in un velo nero.
Con gli occhi pieni di lacrime celati dietro ad un paio di occhiali da sole nel bel mezzo di un temporale.
L’ho vista in disparte. Con le gambe piene di paura.
In silenzio.
Con la bocca stretta, le labbra pesanti. Con le preghiere sussurrate per non farsi notare.
L’ho vista vergognarsi, non sentirsi all’altezza.
Le ho visto il lutto di un figlio che è vivo nella carne. Una carne che marcisce dietro le sbarre fredde di un carcere.
Le ho letto in faccia la voglia di spogliarsi e chiedere perdono in ginocchio.
Prostrarsi a Dio.
Sacrificarsi per quel peccato che ha portato dentro e che poi le è scappato di mano.

Chiedere scusa di non aver avuto il coraggio di ribellarsi a quel destino.
Per aver generato le dita che hanno premuto un grilletto.
Per averlo nascosto dopo l’omicidio di cui si è macchiato.
Per non averlo denunciato.

Una pietra sulla sabbia che aspetta solo che se la porti il mare.

Poi ha smesso di piovere.

La mamma di Sandro ha tolto gli occhiali ed i suoi occhi verde scuro si sono irradiati.
L’ho vista avvicinarsi a mia nonna, timorosa di un rifiuto. Con la vergogna a spasso sulle rughe.
Ho visto il fuoco dei loro occhi diventare un unico fuoco. Ho visto i loro corpi stringersi.
Ho sentito le lacrime sulle loro guance rimbalzare.
Ho sentito il frastuono delle loro bocche mute.
Ho tradotto le dita che si attaccavano ai bottoni dei loro cappotti consumati.

“Non potevo mancare. Non esco da mesi, ho pregato per tuo figlio. T’avrei dato il mio. Tuo figlio meritava…”

La nonna le ha implorato in silenzio di non continuare.

Hanno scortato la bara fino all’auto delle onoranze funebri.
Tra il silenzio commosso dei presenti.
Una luce ha illuminato un pomeriggio piovoso di fine inverno.

Una carezza sincera ha sfiorato la guancia della signora Concetta, la mamma di Sandro.

E mentre la vita si palesa in quello scambio di sguardi, strappati alla morte: io penso per la prima volta a Dio.
Dio che si manifesta nella tenerezza di mia nonna, nella sua generosità di madre che mentre seppellisce un figlio, ha la forza di abbracciare una donna che vorrebbe dimenticare il suo.
In quella carezza io ci ho visto Dio.
E se Dio non esiste; Esiste mia nonna.
Ed è la cosa più vicina all’amore di Dio.

Raffaele Ceriello

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 1 Aprile 2018 e modificato l'ultima volta il 1 Aprile 2018

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