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QUALE FUTURO

De Laurentiis compie 71 anni: domande e riflessioni sul progetto azzurro nel giorno del suo compleanno

Sport | 24 Maggio 2020

Un compleanno senz’altro particolare, quello di oggi, per Aurelio De Laurentiis. Sicuramente diverso dal solito, in una domenica di fine maggio che il patron azzurro – neo 71enne – avrebbe dovuto trascorrere a Fuorigrotta, allo stadio San Paolo, per assistere a quel Napoli-Lazio che, cammino europeo a parte, avrebbe fatto calare il sipario sulla stagione calcistica partenopea 2019/20.

Perché oggi – o, per meglio dire, stasera – si sarebbe concluso il campionato di Serie A, il tredicesimo per De Laurentiis in massima serie sulle sedici annate fin qui trascorse al timone del nostro Napoli. Il Covid-19 e la conseguente emergenza sanitaria che ne è scaturita hanno deciso che andasse diversamente. Il Napoli non scende in campo dal 29 febbraio scorso (vittoria casalinga per 2-1 sul Torino) e gli Azzurri hanno ripreso ad allenarsi individualmente a Castel Volturno da una manciata di settimane.

Ad oggi non è dato ancora sapersi se, come e quando la Serie A riprenderà il suo corso – giovedì 28 maggio è in programma la riunione decisiva tra i club e il Ministro dello Sport, Spadafora – ragion per cui l’attuale momento di stallo della stagione ben si presta per avanzare una riflessione su Aurelio De Laurentiis e il suo ruolo di presidente del Napoli.

Si badi bene: non si tratta di proporre un bilancio sui suoi sedici anni di gestione.

Si finirebbe soltanto col prestare il fianco alle sterili discussioni tra papponisti e aziendalisti o, nella migliore delle ipotesi, a fornire terreno fertile a chi ritiene, al tempo stesso, che il Napoli sia stato derubato in questi anni di almeno due o tre trofei (Europa League 2015, Coppa Italia 2017 e Scudetto 2018) e che il ridotto numero di cimeli conquistati sia ascrivibile al braccio corto del suo presidente. Delle due, l’una: se siete ancora fermi nel mezzo, non è mai troppo tardi per scegliere la barricata che più vi aggrada o vi rappresenta.

Punti di domanda

Invero, riflettere oggi di Aurelio De Laurentiis e su Aurelio De Laurentiis vuol dire investigare e ipotizzare sul futuro del Napoli e della sua gestione societaria che, in questa interminabile stagione, ha senz’altro vissuto il momento più critico e complicato dell’ultimo decennio.

Cosa vuole fare Aurelio da grande? Ha ancora la forza, l’energia, le idee e lo spirito d’avventura per rilanciare le ambizioni della sua azienda e della nostra squadra del cuore? Come e dove lo immagina il Napoli? Nutre ancora il desiderio di vederlo competere per prevalere sulle squadre più ricche e titolate d’Italia e d’Europa? Come ha intenzione (e se ha intenzione) di rimodulare il rapporto tra il club e la sua tifoseria in un’ottica di dualismo non più conflittuale, ma complementare?

I quesiti sono tanti e leciti, soprattutto alla luce di quanto visto e accaduto negli ultimi diciotto mesi, in cui progetti e azioni hanno coinciso a fatica, rendendo il Napoli spesso e volentieri l’ombra di sé stesso.

Esauriremmo in primis il tema tifosi, adducendo innanzitutto che la categoria in esame non può essere ricondotta, ridotta e identificata esclusivamente nei gruppi organizzati. E che, a loro volta, le stesse sigle del tifo azzurro non meritano di essere qualificate – dal club e dalla società civile – come mere espressioni di caos, disordine e delinquenza.

Basterebbe vedere quanto ha inciso il ritorno allo stadio degli Ultras sull’atmosfera respirata allo stadio, sui risultati della squadra nonché, più in generale, quanto elevato è stato il contributo solidale da loro fornito durante questa emergenza sanitaria. In tal senso desideriamo profondamente che il Napoli e Aurelio De Laurentiis tornino seriamente a valorizzare il loro dodicesimo uomo in campo, sia che trascorra quei 90 minuti tra tamburi e bandiere, sia che viva il San Paolo con i propri amici o con la propria famiglia.

Dagli spalti al campo

La rosa azzurra vive e si alimenta ancora dei residui di un ciclo tecnico che ha indiscutibilmente reso grande, forte e riconoscibile il club, ma che ha esaurito la propria incisività e il proprio mordente. Vuoi per sopraggiunti limiti anagrafici, vuoi per un fisiologico calo tecnico e di mordente.

Sono questi i temi su cui il Napoli è chiamato a riflettere e ad agire. De Laurentiis è populisticamente descritto come quel presidente sempre pronto a vendere un giocatore pur di realizzare una plusvalenza. In realtà ha venduto poco e bene, mettendo a segno plusvalenze non solo contabili (come d’uso altrove). È altrettanto vero, però, che De Laurentiis è stato tra quelli ad aver venduto di meno in Italia e in Europa, investendo – forse anche fin troppo – nei ricchi rinnovi (da ultimo quello oramai prossimo all’annuncio di Mertens) con cui negli ultimi tre anni ha praticamente blindato tutti i gioielli della rosa partenopea.

Per chi scrive, si è trattato di una serie di errori figli tanto di un eccesso di riconoscenza verso gli elementi più rappresentativi della nostra ascesa sportiva, quanto di una preoccupante miopia direttiva che ha impedito al Napoli di rinnovarsi – e bene – nel momento in cui doveva farlo. Certo, a gennaio sono state investite cifre blu sul mercato proprio in questa direzione. Ma gennaio, per antonomasia, è il mese in cui si corre ai ripari e il Napoli, per lungimiranza e competenze mostrate, non ha mai dovuto farvi ricorso perché mai, prima d’ora, ha vissuto trincerato nel passato o si è preoccupato delle reazioni della piazza dinanzi ad una cessione illustre, ma remunerativa.

La storia ce lo insegna: tutti i campioni con cui abbiamo sognato e gioito in questi anni sono l’uno la promanazione e la prosecuzione dell’altro. Lavezzi e Cavani ci han portato Callejon, Albiol, Mertens e Koulibaly. Higuain ci ha portato Zielinski e Milik. Con l’addio a Jorginho abbiamo potuto conoscere e innamorarci di Meret e Fabian Ruiz.

C’è stato anche chi ha reso sotto le aspettative, ma tutto ciò è accaduto con un grado di incisività decisamente inferiore a quello di rischio tecnico assunto. Più l’asticella tenderà ad alzarsi, più sarà difficile riuscire ad incidere sempre con la stessa efficacia. Ma la strategia e la vision non possono permettersi di mutare, dal momento che è col rinnovamento costante del suo capitale umano (oseremmo dire finanche spirituale) e con lo sguardo sempre rivolto al futuro che il Napoli può concretamente pensare di competere con chi dispone di risorse economiche largamente superiori. Inter, Milan, Roma, Juventus, Liverpool, Manchester City, Chelsea, Barcellona, Real Madrid sono state affrontate a viso aperto, battute o superate in classifica non per puro caso, ma mettendo in campo tutti quegli ingredienti sopra elencati.

Napoli è da sempre la città dei miracoli, in cui sacro e profano convivono fino a mescolarsi. Ma, nell’ultimo decennio, è stata soprattutto la città in cui una nobile decaduta del calcio mondiale è tornata a sedersi al tavolo delle grandi. E non per opera e virtù di celesti volontà. Quaggiù, tra Golfo e Vesuvio, abbiamo ancora tanta fame e non vogliamo in alcun modo lasciare il banchetto.

Alla soglia dei suoi 71 anni, Aurelio De Laurentiis ci faccia capire se è ancora disposto a mettersi in gioco, e quali desideri o progetti ha ancora in serbo per noi.

Buon compleanno, Presidente.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 24 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 25 Maggio 2020

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