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Quant’è vero che mi chiamo Salvatore | Scena seconda

I racconti del Vaporetto | 13 Marzo 2019

Papà non l’ho mai conosciuto. Mamma dice che è andato via appena sono nato io e non si è mai più fatto vedere. Io uno così nemmeno vorrei conoscerlo. Anzi, se mi capita di incontrarlo per strada gli sputo in faccia, senza dirgli niente, e poi scappo contento. Ogni tanto uno ‘na soddisfazione se la deve pure prendere. La fortuna sua è che pure se lo vedo non lo riconosco.

[Leggi “Quant’è vero che mi chiamo Salvatore | Scena prima” ]

Qualche volta mi siedo sulle scale della chiesetta in piazza e guardo la gente che passa. Fisso ogni maschio che vedo e che sembra avere una cinquantina di anni per provare a capire se ha qualcosa in comune con me.
Io ho i capelli e gli occhi nerissimi e il naso a patata. Me l’ha detto una signora fuori al supermercato. Non lo so che significa questa cosa, ma a me le patatine piacciono e quindi mi è sembrato un bel complimento.

La domenica mattina ne vedo tantissimi che tengono per la mano i propri figli. Io non ho nessuno che mi accompagni a prendere un gelato o a comprare qualcosa di buono al bar di fronte alla chiesa o anche solo a fare una passeggiata. Questo un po’ mi dispiace, ma non ci voglio pensare.
Che poi la domenica è comunque un giorno di festa pure per noi. Andiamo sempre a pranzo nella mensa della Caritas e ogni volta, per fortuna, c’è qualcuno che regala i dolci. Di solito ne prendo due sfruttando il fatto che sono piccolo e nessuno mi dice niente: uno lo mangio subito e un altro me lo metto da parte per la sera e come ogni domenica don Nicola passa, mi dà un pizzicotto e dice che tutti questi dolci mi fanno male.

Quel prete mi sta simpatico, sorride sempre anche quando le altre persone durante il pranzo si comportano male. Che poi non ho mai capito come fa ad offrire il pranzo a tutti, forse pure i preti sono ricchi, ma poiché non si possono sposare (me l’ha detto lui una volta) e non hanno figli, io il prete non lo farei mai.

Una volta don Nicola è venuto pure a cercarci. Pioveva tantissimo e il padrone della terra dove avevamo la nostra casetta aveva deciso, già qualche giorno prima, di cacciarci via. Non ho mai capito il perché, alla fine noi che fastidio potevamo mai dargli?
Ricordo solo che urlava contro di noi e ripeteva che non voleva passare un guaio, che noi eravamo minorenni e se lo scoprivano lo mandavano in galera. A me, pure oggi che ci penso, me sembra ancora ‘na strunzata. Secondo me ha detto quella bugia solo perché non ci voleva più.

Mamma piangeva mentre camminavamo per la città in cerca di un posto. C’eravamo messi le coperte in testa e ogni tanto ci fermavamo sotto a qualche portone quando proprio non ce la facevamo più.

Quando piove è sempre tutto molto brutto: ti bagni, l’acqua ti entra pure nelle scarpe e i piedi diventano freddissimi. La gente cammina a testa bassa e non ti guarda nemmeno in faccia. Corre soltanto per arrivare il più in fretta possibile chissà dove.
Noi pure correvamo, il problema è che non dovevamo arrivare da nessuna parte.

Fu allora che incontrammo don Nicola, per la prima volta fuori dal suo posto in mensa. Era uscito con il pulmino blu della Caritas e, quando ci ha visti, è sembrato felicissimo. Stava girando in città con il desiderio di incontrarci e finalmente ci aveva trovati.
Anche io, in realtà, sono stato molto felice di vederlo quella volta. Non ce la facevo più, mi facevano male i piedi, avevo freddo e molta fame.

Don Nicola ci ha fatto entrare in una casa enorme e bellissima. C’era la televisione, un tavolo al centro del grande salone e qualche stanza con i letti veri.
Disse a mamma che potevamo restare lì tutte le notti che volevamo. All’inizio mamma non voleva, faceva sempre un sacco di problemi. Io a volte, proprio non la capisco. Speravo solo che, prima o poi, si convinceva a restare.

È stata la notte più bella della mia vita. Ho fatto una doccia caldissima e mi sono insaponato con un sacco di bagnoschiuma. Don Nicola mi ha portato dei vestiti nuovi e mi ha dato pure un pigiama pulito per la notte. Per la prima volta, tra le coperte, prima di prendere sonno, ho fatto una preghiera. In realtà non è che lo facevo spesso, non sapevo nemmeno bene come si faceva. Allora, mi sono concentrato e ho detto: “Caro Dio, grazie intanto perché ci hai fatto incontrare don Nicola che stasera ci ha offerto pure la pizza e ci ha dato un letto dove dormire. Ti prego perché io voglio restare qui sempre, non ci voglio più tornare in mezzo alla strada, soprattutto quando il tempo non è buono. Ti prometto che mi comporto bene, che non litigo più con Gennaro e che non faccio arrabbiare mai più mamma”.

Io Dio non l’ho mai visto e non so nemmeno come può essere fatto. Ogni tanto, un po’ come faccio con il mio papà, qualche volta mi sono messo a immaginarlo. Qualunque sia il suo aspetto, la cosa importante è che quella notte mi ha ascoltato davvero.

Mamma ha scelto di restare e don Nicola ci ha assicurato che potevamo stare con lui fino a quando io e Gennaro non diventavamo più grandi. Adesso a scuola ci vado davvero, frequento la quinta A e ho conosciuto un sacco di nuovi amici che vogliono giocare a pallone con me.
Da grande voglio sempre fare il calciatore e per questo don Nicola mi ha iscritto alla scuola calcio, però mi ha detto pure che devo andare bene a scuola e fare tutti i compiti, altrimenti non mi ci manda più.

Pure Gennaro va a scuola, sta in terza media. Lui dice di essere bravo, ma io non ci credo. Secondo me lo dice solo per farsi bello davanti a Giovanna. Vive insieme a noi e io mi sono accorto di come la guarda.

Mamma non è più arrabbiata e mi ha pure detto che non vorrà stare con nessun altro fidanzato e questa cosa mi rende felice. Io quelle persone che incontrava proprio non le sopportavo e poi se un fidanzato non ti fa stare bene e ti fa solo dispiacere, che razza di fidanzato è?

Provo a tirare dentro tutta l’aria possibile. Soffio forte e le candele le spengo tutte, in un colpo soltanto. La canzoncina comunque non mi piace, ma è bellissimo pensare che adesso ho pure io una grande famiglia che la canta per me.
Certo, questi non sono proprio i miei parenti stretti, ma mi voglio bene e, alla fine, è questa la cosa più importante.

Ho appena compiuto undici anni. Non sono grande, però ho imparato che la vita te la salva solo chi ti ama davvero.
Da grande voglio sempre fare il calciatore, però voglio pure essere uno capace di salvare la vita alla gente, come queste persone hanno fatto con me. Mi impegnerò con tutto me stesso, quant’è vero che mi chiamo Salvatore.

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Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 13 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 13 Marzo 2019
#Caserta   #Napoli   #racconti  

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