domenica 16 dicembre 2018
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RAP E IDENTITA'

Intervista con Lucariello. "Napoli torni capitale, anche musicale"

Arte e artigianato, DueSicilieOggi, NapoliCapitale | 12 Marzo 2014

lucariello

Sulla scena musicale dagli anni ‘90, Lucariello è un rapper con profonde radici ancorate a Napoli, città che non ha mai abbandonato nel corso della sua carriera. Artista eclettico, certo non neutro, sempre pronto a denunciare le “storture” della società, già dal ’97, anno in cui fondò il suo gruppo storico Clan Vesuvio, cantava contro il potere costituito e l’Italia matrigna. Lo abbiamo incontrato nel backstage della Casa della musica, durante la tappa napoletana del “Mea Culpa Tour” di Clementino. Dietro le quinte, Luca guarda soddisfatto una nuova generazione dell’hip hop campano che cresce e che si fonde con i vecchi pilastri del genere come lui. Se ne sta quasi in disparte, con l’aria di chi, in quell’occasione, preferisce essere più spettatore, che attore. Certo, Lucariello non ha più bisogno di riflettori. Tutti coloro che seguono il genere conoscono il suo lungo percorso: dal già citato Clan Vesuvio, agli Almamegretta, concludendo con la carriera e gli album da solista, che sembra non voler smettere di “sfornare”. “Ho appena iniziato a lavorare a un nuovo disco, ma è ancora tutto in elaborazione, non c’è ancora qualcosa di pronto – ci racconta – ma posso dirvi che sto cercando di mettere insieme la caratteristica del mixtape, in cui ci saranno più voci”. Nei suoi occhi, mentre ascolta le esibizioni che si susseguono sul palco, si legge l’orgoglio di essere stato un’ispirazione per quella musica, che oggi è così seguita ed apprezzata da tutti.
Canti da quasi venti anni… chi ti piace di questa nuova generazione dell’hip hop campano?

Mi piace molto in generale la scena più giovane dell’hip hop campano: tutti i nuovi rapper che stanno emergendo, in primis Rocco Hunt. I ragazzi, oggi, a differenza nostra, hanno molta più possibilità di fare buona musica hiphop, perché loro sono già cresciuti con questo genere nelle orecchie. Mentre ai miei tempi, la massa ascoltava altra roba ed eravamo un po’ i primi a cimentarci. Non sono mai stato un purista, mi è sempre piaciuta una commistione del rap con altri stili. Già nel ’97, quando creammo il Clan Vesuvio e poi nel corso della mia carriera ho sempre mescolato il rap ad un genere più melodico, che richiamasse la sonorità delle antiche canzoni napoletane. Binomio che viene molto utilizzato anche oggi. Si pensi a pezzi come “O Vient” di Clementino o “Nu juorno buono” di Rocco Hunt. Penso che il rap campano, Old e New School, sia molto forte rispetto alla media nazionale.
Old e New… Che differenze noti nei rapper napoletani di ieri rispetto a quelli di oggi, sia musicalmente, che ideologicamente?
Nel mondo musicale di ieri c’era molta più attenzione tra i giovani rapper alla politica. In quel periodo il rap era strettamente legato al fenomeno dei centri sociali, centri di aggregazione molto forti, come Officina 99. Del resto il palco su cui mi sono esibito per la prima volta era un luogo di pura contestazione, l’habitat ideale per chi volesse fare questo tipo di musica. Oggi, invece, il primo palco di un ragazzo può essere quello di un locale, di un club. Attualmente, in ogni locale della città, in genere, c’è una serata durante la settimana dedicata all’hip hop, dove si fanno anche free-style. Oggi è diventato un fenomeno di massa. Molto ha contribuito il film di Eminem. Per la prima volta, con 8 Miles, sul grande schermo la realtà delle battle diveniva di dominio pubblico. Prima era una cosa veramente per pochi. Ora quando c’è l’esasperazione del genere diventa quasi un karaoke. Non dico di essere contrario alla diffusione del genere perché rispetto a ieri la scena è diventata molto più competitiva, ma gli aspetti negativi ci sono nel momento in cui l’hip hop si va a sciupare di contenuti. Oggi giorno, non vendendosi più tanti dischi quanto prima, trovandoci nell’era del web, ci sono gli sponsor che comandano anche a livello contenutistico. Il rap campano, però, tende sempre a non farsi limitare o censurare.

Rocco Hunt ha portato a Sanremo un pezzo che canta del riscatto del Sud, senza censure. L’hip hop campano moderno può essere ancora un mezzo di denuncia della realtà e di rivendicazione?

Si, riprendendo i vecchi “Cantastorie”, che raccontavano realtà difficili e si contrapponevano a quello che era il potere costituito, oggi l’hip hop può essere ancora un mezzo potente nelle mani di un Mc. I contenuti, poi, sono scelti da chi canta. Tanto puoi parlare soltanto delle parti basse di una donna, tanto puoi parlare di cose spirituali o politiche. In questo momento storico, i temi che sono legati alla situazione del Sud Italia sono presi in considerazione dall’hip hop e possono destare anche un certo interesse. Purtroppo, però, c’è anche molta strumentalizzazione dietro questo roba, non degli spunti concreti che possano smuovere veramente un popolo o delle coscienze. Sento molta retorica, sia in eccesso, che in difetto.
Invece, senza retorica, quale è il tuo punto di vista in merito alla situazione del Sud?

Partiamo dal fatto che scrissi un brano in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dal titolo “I nuovi mille”. Col mio solito stile, volevo creare una provocazione sul tema. Come già avevo fatto nell’altro mio pezzo: “Cappotto di legno”, che parlava di Saviano, mi ero messo nei panni di un killer, sempre a fini provocatori. Nell’operazione legata a commemorare i 150 anni d’Unità d’Italia, il mio intento era quello di prendere in giro i festeggiamenti. Il messaggio della canzone, però, è stato un po’ travisato. Non è passata la provocazione agli occhi di tutti. Alcuni ci hanno visto, addirittura, la celebrazione. Cosa che non volevo assolutamente. Ritengo che per il Sud non ci fosse e non c’è proprio nulla da festeggiare.

Per te l’Italia unita è stata la tomba del Sud? Quando oggi Grillo ed il movimento 5 stelle arrivano a parlare di secessione la ritieni una giusta soluzione?

Al momento il Movimento a 5 stelle è l’unica realtà che sento vicina. Sebbene abbia grandi limiti e sia senza un’ideologia è la sola realtà che si salva nello scenario politico nazionale odierno. Secessione? Penso che sia necessario risolvere prima il fatto che siano stati uniti forzatamente dei popoli che parlavano lingue diverse, con modi di vivere, usanze, tradizioni completamente diversi e che c’é stata una disparità di trattamento per oltre un secolo e mezzo tra le due parti del Paese, a sfavore del Sud. Oggi, le Regioni, enti che potrebbero avere un ruolo potente ed una forte autorità contro il potere centrale, non sono in grado di gestirsi, di tirare fuori un’identità regionale vera. Quindi, va rivisitato il tutto e poi si potrà decidere in merito ad un’eventuale secessione. Certo è che non si può trattare una città come Napoli, come se fosse una delle tante città d’Italia. Napoli è storicamente una Capitale, una città con un suo fondamento, con una sua cultura leggendaria, da sempre importantissima per il resto di tutto il Meridione. Fin quando sarà discriminata, non si risolverà mai la questione meridionale.

Secondo te hanno colpe anche le istituzioni locali per la mancanza di attenzione alla centralità della cultura?
Le problematiche di Napoli sono le stesse che ha il mondo intero, ma solo perché accadono qui sono ingigantite di diritto. Comunque, la questione dei luoghi comuni non è solamente legata alla disattenzione alla centralità della cultura. Le istituzioni locali, pur avendo le loro colpe, secondo me, non possono fare più di tanto, rispetto a ciò che muove il governo centrale. Quindi non mi sento tanto di criticare più di tanto quello che stanno facendo adesso rispetto a quello che è stato fatto in passato. C’è una situazione molto complicata e questi problemi dovrebbero essere risolti a livello non solo locale. Ma finché siamo in una nazione come questa la vedo dura. Per non parlare dei mass-media nazionali che sono delle pattumiere. Speriamo che internet funga da ancora di salvataggio rispetto a quest’informazione così fuorviante. La disinformazione contro Tg, tv e media deve partire dal basso, da ognuno di noi.

Il contrattacco ai mass-media puó essere sferrato anche attraverso la musica?

Ovviamente. Credo non ci sia modo migliore. Il compito di un’artista è quello di raccontare storie, il proprio modo di vivere. La musica è arte, ti permette di dire ciò che vuoi, ciò che senti, anche cose forti e dure. Bisogna far attenzione a non dare messaggi sbagliati, dato il nostro ruolo pubblico, ma non bisogna mai fingere di essere dei modelli, erigersi ad esempi di moralità o censurarsi in alcun modo… La musica é verità!

Eugenia Conti

Eugenia Conti

Classe 1990, dottoressa in legge ed esperta di black music, ha contribuito ad intervistare su Identità Insorgenti i maggiori esponenti della scena artistica rap, reggae e pop Meridionale raccogliendone le testimonianze. Ha affiancato in prima persona movimenti militanti come No al Carbone, il Popolo degli Ulivi, Ammazza che Piazza per supportarli in battaglie ambientali nella sua regione natale, la Puglia. Oggi è CEO del sito www.gege-vibes.com, una piattaforma internazionale prevalentemente dedicata alla musica di matrice afro-giamaicana che ha l’obiettivo principale di abbattere ogni forma di razzismo e di promuovere la fratellanza tra popoli.

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