martedì 22 ottobre 2019
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RAPPORTO SVIMEZ

Dramma emigrazione al Sud: quasi un milione di giovani partiti in 15 anni

Rapporto Svimez
Senza categoria | 2 Agosto 2019

Come ormai accade ogni anno le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ presentate ieri nella sede romana dell’istituto hanno creato il solito scompiglio mediatico destinato poi a scemare nel giro di qualche ora. Dopo un triennio 2015-2017 di (pur debole) ripresa del Mezzogiorno – fanno sapere – si riallarga la forbice con il Centro-Nord. Tengono solo gli investimenti in costruzioni, crollano quelli in macchinari e attrezzature. Prosegue il declino dei consumi e degli investimenti pubblici. Al Mezzogiorno mancano quasi 3 milioni di posti di lavoro per colmare il gap occupazionale col Centro-Nord ma il dramma maggiore è l’emigrazione verso il Centro-Nord e l’estero.

I segnali di rallentamento apparsi in Europa nella prima metà del 2018 hanno ridotto le prospettive di crescita dell’intera area, tuttavia l’Italia subisce un rallentamento che riallarga la forbice rispetto alla media europea. Come previsto nel Rapporto dello scorso anno, se l’Italia rallenta, il Sud subisce una brusca frenata. Una notizia che a dire il vero neanche ci sorprende più, la crisi da queste parti è fin troppo tangibile e i comunicati Svimez che si ripetono anno dopo anno fanno il paio con il disinteresse della politica per il Mezzogiorno, ormai, come ogni colonia che si rispetti, considerato solo per il suo bacino di voti e come mercato d’acquisto per i prodotti del Nord.

La vera emergenza al Sud: più emigrati che immigrati

Il dato più allarmante, a nostro giudizio, riguarda piuttosto il dramma dell’emigrazione. In quindici anni una popolazione vasta quanto la città di Napoli è stata interamente cancellata dal Mezzogiorno. L’emigrazione è il dramma più sottovalutato al mondo, un fenomeno capace di mutilare per sempre le nostre famiglie, di disgregare la società creando vuoti generazionali irreparabili e di reprimere ogni possibilità di sviluppo del territorio. Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno – fa sapere la Svimez – sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità.

Nel solo 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità. La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali. In base alle elaborazioni della SVIMEZ, infatti, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017. Questi numeri dimostrano che l’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile, e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze. Tale dinamica determina soprattutto per il Mezzogiorno una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5 mila abitanti.

Crollo degli investimenti pubblici al Sud

La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi tre anni, aveva più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Nel 2018, stima la SVIMEZ, sono stati investiti in opere pubbliche nel Mezzogiorno 102 euro pro capite rispetto a 278 nel Centro-Nord (nel 1970 erano rispettivamente 677 euro e 452 euro pro capite).

Si riallarga la forbice occupazionale tra Sud e Centro-Nord

La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%).

La SVIMEZ ha stimato che il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 è stato pari a 2 milione 918 mila persone. È interessante notare che la metà di questi riguardano lavoratori altamente qualificati e con capacità cognitive elevate. I settori nei quali vi sono i maggiori gap sono i servizi (1 milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (1 milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi (che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità).

I divari nei diritti di cittadinanza e il deficit di infrastrutture sociali

Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.

Per la prima volta nella storia repubblicana aumenta l’abbandono scolastico

Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise.

Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido.

Antonio Corradini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 2 Agosto 2019 e modificato l'ultima volta il 2 Agosto 2019

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