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RAPPORTO SVIMEZ

Sud, PIL a picco del 9%. Persi da inizio anno 280mila posti di lavoro

Attualità, Economia | 28 Novembre 2020

Circa 280mila posti di lavoro persi da inizio anno, con una contrazione annua del PIL stimata in ben nove punti percentuali. Sono questi due dei principali dati emersi dal Rapporto SVIMEZ 2020 che ha indagato gli effetti della crisi da Coronavirus sull’economia e sulla società del Sud Italia. Secondo il Rapporto, ogni mese di lockdown ha spazzato via quasi 48 miliardi di euro, bruciando il 3,1% della ricchezza nazionale. Di questi, 10 miliardi son stati persi nel Mezzogiorno, una cifra pari al 2,8% del prodotto interno lordo locale.

Più nel dettaglio, col drastico calo atteso a fine anno, il PIL del Meridione scenderà al di sotto del minimo raggiunto nel 2014, risultando inferiore addirittura del 18% rispetto al 2007, ultimo anno prima della lunga depressione economica iniziata nel 2008. Su scala nazionale, il primato negativo spetta alla Basilicata (-12,9%), mentre perdite superiori al 10% si registrano al Sud anche in Molise (-11,7%) e in Puglia (-10,8%), seguite da Campania (-9,3%), Abruzzo (-9%), Calabria (-8,9%), Sardegna (-7,2%) e Sicilia (-6,9%).

Drammi e voragini ampliati dal virus

La pandemia da Covid-19 ha aggredito una struttura socio-economica nazionale di per sé già esposta e precaria. Nel Mezzogiorno – risparmiato sul piano sanitario dalla prima ondata, ma largamente più interessato dalla seconda – le fragilità sistemiche hanno condotto a un’enorme emergenza sociale causata da un mondo del lavoro più frammentario e da un tessuto produttivo che, già prima della pandemia, portava ancora addosso i segni e le ferite della lunga depressione post 2007.

Nonostante l’Italia sia “unita” dalla più grande recessione economica della sua storia repubblicana, la crisi – spiega lo SVIMEZ – non ha affatto rappresentato una livella, ma ha funto da acceleratore e amplificatore delle ingiustizie e delle disuguaglianze che interessano le due macro-aree del Paese.

E’ una considerazione che trova il suo fondamento non solo sull’impatto immediato della pandemia, quanto invero nelle capacità di reazione ad essa successive. Il Rapporto, infatti, prevede una crescita del PIL al Sud dell’1,2% nel 2021 e dell’1,4% nel 2022, mentre nelle regioni del Nord i valori di ripresa sono stimati tra il 4,5% del prossimo anno e il 5,3% di quello successivo.

La ripartenza, infatti, seguirà logiche differenziali su base regionale, in cui risulteranno favorite e avvantaggiate le strutture produttive con un ampio grado d’integrazione nei contesti internazionali. A tal proposito lo SVIMEZ stima che l’Emilia Romagna, la Lombardia e il Veneto – le tre regioni italiane più colpite sul piano sanitario – riusciranno solo nel 2021 a recuperare circa metà delle perdite subite nel 2020.

Al Sud, dove le dinamiche di sviluppo sono maggiormente legate al tasso di domanda interna e ai flussi di spesa pubblica, questi valori risultano essere di poco inferiori alla metà. In tal senso, gioca e giocherà un fardello decisivo la crisi occupazionale, che ha causato una forte contrazione nei redditi e nella propensione al consumo delle famiglie, solo parzialmente mitigati dal reddito di cittadinanza e dall’adozione temporanea del reddito di emergenza.

Quest’ultimo, istituito col “Decreto Agosto”, ha interessato una platea di 550mila percipienti, 350mila dei quali al Sud che vanno ad affiancarsi agli oltre 2 milioni di persone che, nel Mezzogiorno, hanno percepito il reddito di cittadinanza tra aprile 2019 e settembre 2020.

Donne e giovani: il dramma del lavoro

La crisi – prosegue il Rapporto – si è scaricata quasi interamente sulle fasce più fragili dei lavoratori. Al Sud, la riduzione dei livelli occupazionali (-4,5%) è stata di tre volte superiore rispetto al Nord. Una stima che, come detto in apertura, si è tradotta in circa 280mila impieghi in meno e ha fatto salire a oltre mezzo milione il numero totale di posti di lavoro persi nel Mezzogiorno dal 2007.

A pagare il prezzo più caro sono stati soprattutto le donne e i giovani.

Nei primi sei mesi del 2020, l’occupazione femminile si è ridotta di quasi 500mila unità. Rispetto alla precedente crisi – osserva lo SVIMEZ – gli effetti del lockdown sul mondo del lavoro si sono scaricati prevalentemente sulla componente del gentil sesso, maggiormente presente nel settore dei servizi e occupata con contratti perlopiù precari.

Una situazione già critica, che vedeva le regioni meridionali tra i fanalini di coda dell’eurozona e su cui l’impatto dell’emergenza sanitaria è stato a dir poco devastante. Basti pensare che, in un solo trimestre del 2020, è stato cancellato quasi l’80% circa dell’occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019, riportando il tasso occupazionale in rosa a poco più di un punto percentuale sopra i livelli di dodici anni fa.

Al Sud, nei primi due trimestri del 2020, l’occupazione giovanile (15-34 anni) si è invece ridotta dell’8%, mentre il livello globale di partecipazione dei giovani al mondo del lavoro è sceso al 12%. Inoltre, tra il terzo trimestre del 2019 e il suo speculare del 2020, è aumentato di 153mila unità il numero dei NEET, vale a dire di quei giovani non occupati, non in istruzione e non in formazione.

Di questi, il 92% del totale sono al Sud, il 54% del quale donne.

Sud zona “rossa” già prima della pandemia

La sanità meridionale – sottolinea lo SVIMEZ – era da considerarsi zona “rossa” già prima della pandemia. Il divario nella qualità dei servizi offerta è desumibile – si legge – dal livello di spesa sanitaria pro capite e dai punteggi riportati nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).

Nel 2018, ultimo anno disponibile e unico in cui tutte le regioni sono risultate adempienti, la differenza tra il Nord e il Sud del Paese restituisce un forte gap nel range di valori, che oscilla dai 222 punti del Veneto ai 161 della Calabria, oppure dai 221 dell’Emilia Romagna ai 170 di Campania e Sicilia. Tali divergenze si traducono in minori opportunità di cura per i cittadini, tanto in termini di accesso alle cure mediche quanto di partecipazione alle attività e ai principali programmi di prevenzione.

Più in generale, il profondo squilibrio nella quantità e nella qualità delle infrastrutture sociali e degli standard di erogazione dei diritti fondamentali di cittadinanza non riguarda solo i servizi sanitari di prevenzione e assistenza, ma interessa anche l’istruzione e l’offerta formativa sin dalla tenera età.

Ad esempio, riportando uno dei tanti dati indicati nel Rapporto, nel Mezzogiorno i posti autorizzati per asili nido sono appena il 13,5% rispetto alla media nazionale del 32%. Parimenti, la spesa pro capite sostenuta dai Comuni per i servizi educativi per bambini da 0 a 2 anni è pari a 1.468 euro nelle regioni del Centro, a 1.255 euro nel Nord-Est e di appena 277 euro nel Sud. Divari abnormi, che trovano ulteriore conferma anche nel raffronto sul tasso di abbandono scolastico che, nel 2019, ha riguardato nel Meridione circa 290mila giovani, vale a dire il 18,2% contro il 10,6% registrato nelle regioni del Centro-Nord.

Sotto tale aspetto, la pandemia e la necessità ‘forzata’ di ricorre alla didattica a distanza ha acutizzato tali divergenze, rimarcando come la carenza di strumenti e la presenza di un background familiare svantaggiato spesso coesistono. Al Sud, il 19% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni vivono in famiglie in cui non sono disponibili dispositivi informatici. Al Nord, lo stesso dato si attesta sul 7,5%.

In tal senso, le più gravi ripercussioni riguardano l’eguaglianza delle opportunità che l’istruzione dovrebbe offrire. La prospettiva concreta – secondo lo SVIMEZ – è che, a causa della pandemia, oltre un terzo di quei ragazzi più svantaggiati possa ritrovarsi escluso dal percorso formativo, alimentando ulteriormente le maglie della dispersione scolastica che, al Sud, non è mai calata negli ultimi tre anni.

Futuro: l’urgenza di un piano di rilancio

Evidenziare i problemi e le difficoltà del Mezzogiorno senza, però, avanzare proposte concrete per il suo rilancio equivale, in buona sostanza, a esercizio sterile e fine a se stesso. Sotto questo punto di vista – sottolinea lo SVIMEZ – emerge, oggi più di ieri, l’urgenza di compiere realmente quel processo di unificazione sociale ed economica del Paese.

Un argomento di discussione tangibile e centrale, intorno al quale ruota non solo l’annosa risoluzione della questione meridionale, quanto la compiuta e concreta realizzazione dell’unione politica, vera missione costitutiva dello Stato. Scendendo nel particolare, il Rapporto sottolinea come il Piano Sud 2030 rappresenti nel suo piccolo un’innovazione per la politica nazionale, in quanto prima e vera strategia tangibile di coesione territoriale dopo decenni inconcludenti in tale ambito.

La vera sfida – si legge – è quella di portare a sistema il rilancio degli investimenti pubblici e privati, anche tramite i fondi europei del Recovery Fund. A tal proposito, il Rapporto pone particolare attenzione alla transizione verde e digitale nonché alla crescita dell’agroalimentare, attuabili tramite una valida valorizzazione del Quadrilatero portuale Zes di Napoli, Bari, Taranto e Gioia Tauro che, se adeguatamente interconnesso, potrebbe attivare lo sviluppo delle zone continentali e coinvolgere direttamente oltre 12 milioni di cittadini.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 28 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Novembre 2020

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