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Renato Carosone, boom di ascolti: perché la fiction Rai ci ha convinti fino alla fine

Musica | 19 Marzo 2021

C’è una scena, nel biopic su Renato Carosone andato in onda ieri sera su Rai Uno, che racchiude in sè lo spirito di un’epoca: un breve fotogramma in cui il musicista, con la moglie Lita e il figlio Pino, attraversa Piazza del Gesù, di ritorno da 12 anni di gavetta, prima in Africa poi in giro per il mondo.

È il 1949 e dietro di lui si staglia la sagoma ferita di ciò che resta della chiesa di Santa Chiara, centrata da uno dei 400 ordigni che il 4 Agosto del 1943 devastarono il centro di Napoli.

Ci sarebbero voluti 10 anni per riconsegnare alla città uno dei suoi massimi capolavori e quella in cui Carosone tornò dopo quella lunga gavetta all’estero era una città martoriata, affamata, umiliata, in gran parte in macerie.

Lui e le sue canzoni l’aiutarono a rimettersi in piedi.

Figlio della Napoli popolare del Lavinaio

Classe 1920, figlio della Napoli paludosa e popolare del Lavinaio, partorito a due passi dai luoghi di Masaniello e Corradino di Svevia, Carosone resta orfano di madre a 7 anni, a 14 già compone musica e a 17 si diploma al Conservatorio di San Pietro a Majella.

Un genio precoce, capace di spaziare da Bach e Chopin suonati anche senza spartito al jazz di Duke Ellington. Un napoletano cosmopolita affamato di conoscenza, aperto ad ogni influenza, un uomo modernissimo che sposa una ballerina già ragazza madre di un figlio che lui adotterà senza il minimo dubbio. In quegli anni in cui per molto meno si gridava allo scandalo.

Un rivoluzionario operaio in grado di padroneggiare ogni genere

Renato Carosone fu un rivoluzionario operaio.

Talento assoluto in grado di padroneggiare ogni genere, fu soprattutto campione di umiltà, suonando in ogni night club, ogni balera che lo scritturasse, da Asmara nel 1937, dove ogni sera le truppe coloniali del nord Italia non capivano il suo repertorio in napoletano, fino alle proverbiali serate al Rancio Fellone di Ischia Ponte.

Dalle serate nei locali di Capri fino al leggendario Carnegie Hall di New York, prima di Miles Davis, unico musicista italiano oltre a Modugno ad aver scalato le classifiche americane con brani non cantati in inglese.

Renato Carosone genio iconoclasta e precursore

Carosone fu un genio iconoclasta, un precursore, un mescolatore di generi ante-litteram, capace di miscelare in uno stesso brano rumba, swing, cha-cha, melodia classica napoletana e jazz. Solo a un genio potrebbe venire in mente di ficcare un’ocarina dentro un pezzo swing e inserire un assolo di mandolino dentro un pezzo boogie-woogie. Carosone, come un Picasso della musica, smontava i generi e li rimontava in una forma nuova mai sentita prima. Lo fece per primo, si dirà. Non è vero.

La musica napoletana è sempre stata un melting pot di influenze

La musica napoletana è sempre stato un melting pot d’influenze, fin dai suoi albori. Un miscuglio di influenze spagnole, francesi, portoghesi che nei secoli si è costantemente arricchito. Fino a quella “Tammurriata nera” che durante l’occupazione americana dopo le 4 giornate del 1943 mise in canto la stretta attualità della prostituzione e della fame di una città in ginocchio.

E avrebbe continuato ad esserlo dopo, con il Bob Dylan flegreo di Edoardo Bennato, la fusion dei Napoli Centrale, il blues mediterraneo di Pino Daniele, la ricerca cosmopolita di Daniele Sepe e i suoni di Bristol calati nei vicoli degli Almamegretta. Perchè Napoli, a dispetto di ogni clichè, è sempre stata avanguardia, spugna culturale onnivora che ha sempre assorbito ogni cosa.

Renato Carosone è stato la quintessenza di tutto ciò e ne ebbe piena coscienza. Una coscienza che si fece ironia, sberleffo, satira di un mondo nuovo tutto “ammericano” che Napoli assorbiva e risputava dopo averlo masticato con la tradizione.

Lasciò le scene al culmine del successo

Coerente e intellettualmente onesto fino all’estremo, lasciò le scene al culmine del successo, nel corso di una trasmissione televisiva il 7 settembre del ’59. Nessuno seppe spiegare, all’epoca, il perchè di un tale gesto.

Solo col ritorno ai concerti nel ’76 fu chiaro: aveva scelto di abbandonare un attimo prima di “musealizzarsi”, evitando a sè stesso e al suo pubblico di ripetersi, di diventare macchietta ripetitiva priva di evoluzione e ricerca. Una scelta di assoluta integrità morale: “Lascio perchè fra poco non avrò nulla di nuovo da dire”.

Dopo la musica Renato Carosone si dedicò con impegno e passione alla pittura

Chi lo farebbe, oggi, in un mondo in cui cantantucoli improvvisati pianificano carrierucce precarie sulle scrivanie di gelidi consulenti di marketing…?

Nel 1978 quest’uomo varcò la soglia dell’Accademia d’arte di Brera. Da lì in poi il genio si sarebbe dedicato alla pittura. L’ultimo concerto nel 1998, a Piazza Plebiscito, davanti a duecentomila napoletani.

Il film ha reso omaggio in modo garbato a Renato Carosone

Il film di ieri sera gli ha reso omaggio in modo garbato, corretto, non agiografico. Con una regia solida, dialoghi credibili e mai retorici e, vivaddìo, una compagine di attori giovani, seri, professionali e dotati. Su tutti, un nome che mette i brividi: Eduardo Scarpetta. Sì, discendente di QUELLO Scarpetta lì: “Qui rido io”. Cotanto cognome sarebbe un fardello per chiunque, ma il ragazzo ha le spalle larghe, un talento che sta affinando con una dura gavetta e, soprattutto, ha una faccia antica. Autentica. Sincera. Umile.
E gli auguriamo una gran carriera.

Dimenticare Carosone stava diventando una faccenda imperdonabile, in questa Italietta che sta smarrendo le sue tracce. Ieri sera s’è posto rimedio nel modo migliore.

Gli ascolti tv di Carosello Carosone

Su Rai 1 Il film tv Carosello Carosone ha registrato 5.518.000 telespettatori, share 22,9% contro il 17,9 di share di Canale 5 dove L’Isola dei Famosi ha registrato 3.047.000 telespettatori.

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 19 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 19 Marzo 2021

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