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REPORTAGE

Nel mare di carta di Port’Alba, tra i librai che “navigano” controcorrente

Cultura | 1 Maggio 2020

Port’Alba, in questi giorni, appare come un mare senza vento. Una bonaccia di anime ammantata di silenzio. Normalmente, qui è un fiume brulicante di studenti, professori, professionisti, viaggiatori e perdigiorno, tutti ad annerirsi i polpastrelli rovistando fra i banchetti stracolmi di vecchie edizioni e libri dimenticati e introvabili. Oggi il ghibli dell’epidemia ha spazzato via la consueta folla di gambe, braccia e voci, trasformando questa bicca di centro storico in un deserto stralunato.

Un mare piatto senza correnti.

Una calma surreale ancora più straniante della tempesta che forse sta passando, ma che ancora serpeggia infida, alimentando una paura che gioca a nascondino con la voglia di rimboccarsi le maniche e rimettersi a vivere.

Tullio Pironti, a Piazza Dante, mi vede chiacchierare con i Pacifico e mi si avvicina, con l’aria di un pater familias, il viso di legno scolpito di uno che le ha viste tutte. Parla senza emettere suoni, con quel sorriso tagliente di un decano lascia parlare gli altri.

Gira i tacchi e resta a guardare la piazza vuota. Ha detto tutto e resta in disparte ad ascoltare Gianfranco Pacifico che racconta del padre Vincenzo e della malinconia di riaprire la storica libreria di Piazza Bellini chiusa dal 9 marzo: “Tu lo sai, papà è anziano. Era diffucile pure prima. Adesso è… Come mettersi in mare alzando la vela. Ma non c’è vento, non si muove niente. Stiamo dando aria alle pagine, ma la gente non c’è. Ha paura”.

Varcato l’arco, Nunzio Pironti sta rientrando dentro. Mi vede e si ferma sulla soglia. Mi sorride con gli occhi, l’unica cosa che la mascherina, grazie al cielo, ci lascia scoperta: “Lo sapevo che venivi. State passando tutti, gli amici. Lo vedi tu stesso, com’è, qua. Non passa nessuno. Solo i nostri clienti fissi che vengono qui apposta. E lo sai? Ognuno compra qualcosa, come spinto da uno spontaneo dovere morale di sostenerci, dare un modesto contributo alla sopravvivenza di questi luoghi, del mestiere del libraio. Io sono commosso, da tutto questo”.

Parla e racconta aneddoti, elegantemente appoggiato a una pila di libri, come un gentiluomo imbevuto di ironia pungente e modi gentili. Salgo in quel giardino dell’Eden di carta che è il piano di sopra a cercare un Jorge Amado promesso alla mia amica Viviana, aggirandomi come in una placenta protettiva. Torno giù e lui è lì a guardare fuori, come se scrutasse l’orizzonte.

I banchetti carichi di pagine hanno rivisto la luce dopo due mesi di buio. Anna Maria Ortese si appoggia sulla schiena di William Faulkner, Luigi Compagnone gioca a scacchi con Jorge Amado, Domenico Rea prende un caffè con Publio Ovidio Nasone. E tutti respirano quest’aria stranamente rarefatta e silenziosa: “Ma dove sono finiti tutti?”

S’incontrano come navigatori in mezzo al mare, i librai di Port’Alba. Si fanno cenni, si scambiano sguardi: non arriva una refola di vento per nessuno. Passa Pasquale Langella, che ha appena chiuso un po’ prima delle due: “E che ti devo dire? Stiamo mangiando malinconia”. Si lascia fotografare paziente, uomo senza fronzoli e tanta sostanza: “Aspettiamo il 4 maggio, perché finchè non c’è gente, qua navighiamo nel deserto”.

Lina Pacifico ha il sorriso freschissimo di una ragazza luminosa come poche. Non lo vedi, sotto la mascherina, ma sai che c’è, sotto quel trabocco di occhi vivissimi pieni di umanità e trasporto: “Ma io come faccio a chiamarlo” dipendente”, lui? Abbiamo cominciato da ragazzini, siamo amici. Tiene tre figli. Non riesco neanche a immaginarmelo, senza lavoro. Io ce la devo fare non solo per me, ma per loro e per i loro figli. Qua non c’è in gioco solo il mio destino, ma quello di altre persone a cui io voglio bene”.

E mi parla di com’era difficile anche prima: “Noi amici siamo cresciuti scambiandoci i libri, vivendo nei libri, nelle edizioni, nelle pagine. Oggi è tutto uno scambiarsi pdf, libri digitali… Potrei lasciare il campo a una bella paninoteca, a un lounge bar, ma noi abbiamo un dovere morale: remare controcorrente. Noi dobbiamo resistere alla tempesta dell’incultura che vuole spacciarci via. Alla fine vinceranno loro, ma noi dobbiamo stare qua e remare, finché non saremo cancellati. È questo il nostro destino”. Passa una signora a chiedere un libro di kanji giapponesi e lei, paziente, lo cerca. Poi un cliente che chiede lo sconto e lei sottrae il 10% di 9 euro, con un’espressione che è la sintesi perfetta tra dolcezza, dignità e realismo.

“È questo il nostro destino”.

Qualcuno ha scritto che gli scrittori ci danno occhi per vedere e i libri sono il collirio del mondo. Ecco: i librai sono i farmacisti che somministrano cure per pochi spiccioli.

Port’Alba è un baluardo di umanità sopravvivente. Un porto sicuro dove ritrovare un senso alla nostra esistenza.

Aiutiamo questi navigatori a portare in giro le parole. Si sono rimessi in mare per farci navigare. Andiamo a soffiare nelle loro vele.

Maurizio Amodio

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Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 1 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 1 Maggio 2020

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