martedì 16 luglio 2019
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REPORTAGE

Quel camion bianco sul ponte Morandi: Genova divisa in due, tra immobilismo italiano e il pragmatismo del suo popolo

Il ponte Morandi a Genova
Infrastrutture e trasporti, Italia | 31 Ottobre 2018

C’è un camion bianco fermo sul Morandi (come lo chiamano a Genova). E’ lì dal quattordici agosto, con il suo carico di frutta e verdura che trasportava verso il levante ligure.

Dopo aver rimosso tutti i mezzi che sono riusciti a fermarsi prima del crollo, si sono accorti che rimuovere quel camion, avrebbe compromesso ciò che rimane della stabilità del ponte”, mi racconta al telefono Patrizia, che dalla finestra di casa sua, ogni giorno guarda con dolore quelle due uniche campate del ponte rimaste –per ora- sospese fra il già e il non ancora.

Quel camion bianco, fermo lì dal quattordici agosto, è l’emblema dell’immobilismo che oggi attanaglia l’Italia. Una sorta di “vorrei (forse) ma non posso…”.

Un continuo “si, ma però…” che non riesce a nascondere quel putrido fetore che, da più di trent’anni, giustifica ingiustificatamente – eletti ed elettori.

A guardarlo da vicino, è una coltellata al cuore: anche se non sei “de Zena”. E’ uno strappo nell’anima difficile da ricucire.

Io ci passo tutti i giorni”, mi dice Simone (capo reparto, assunto a tempo determinato a l’IKEA ubicato proprio a cento metri dalla “zona Rossa”),  “Abbasso gli occhi e faccio finta che non esista quello strappo…”.

E’ sabato mattina, ed il parcheggio de l’IKEA dove Simone lavora, è semi deserto. “il mio contratto scade a fine novembre. Spero me lo rinnovino, anche se dovessi andare a lavorare in un altro negozio IKEA…

Ho davanti a me il “Morandi”. Ci sono passato sopra, di fianco e visto da un aereo, centinaia di volte nella mia vita. Vederlo così, spezzato in due, mi lascia senza fiato.

Non piove, nonostante la Protezione Civile abbia appena diffuso un “Allerta Arancione”.  A passo lento, risalgo il fianco destro del torrente Polcevera.

Cerco la “foto”, ma un SUV con sopra un lampeggiante acceso, mi si para davanti.

Mi chiede i documenti, ma guardandomi, capisce immediatamente che non sono uno degli sciacalli che dal quattordici agosto, cercano di far razzia di qualunque cosa nelle abitazioni evacuate.

Dalla diffidenza alla confidenza, è solo una semplice questione di empatia:

– Ma lei davvero viene da Napoli?
– Si (rispondo io), la famiglia di mia mamma, vive qui ormai da più di mezzo secolo.
– Non c’è nulla da fotografare, mi creda.
– Nemmeno quanto è stato fatto per mettere in sicurezza l’area sotto il ponte?

– Tutta l’area è sottoposta a sequestro cautelativo della Magistratura. Qui, senza il permesso dei PM, non si muove nulla.

– Neanche le macerie che ostruiscono il Pelcevera?!? Se qui ci piove, come l’allerta meteo dice, l’acqua potrebbe inquinare qualsivoglia reperto giudiziario!

– Torni indietro e vada via.

Loro risalgono in macchina e tornano indietro. Io, volto le spalle e ritorno sui miei passi. La DIGOS la riconosci subito, così come loro riconoscono te.

Così come, anche se da lontano, non è difficile capire che dopo il crollo, nulla è stato fatto per provare a salvaguardare, nel caso di un altro eventuale crollo, i palazzi che sono sotto il Morandi.

Basta guardare il moncone del ponte che ancora conserva due delle campate scampate al crollo. I tiranti, appaiano spaventosamente deformati. A guardarli con attenzione, sembrano una doppia U sovrapposta che a stento riesce a trattenere ciò che rimane del ponte.

Io non li ho votati”, mi racconta Rosaria, “ma devo ammettere che il Sindaco ed il Presidente della Regione, hanno affrontato l’emergenza in maniera inappuntabile.

Aldilà della propaganda, di certo le seicento anime che vivevano sotto il Morandi, beneficiano oggi di una nuova dimora e di sussidi economici.

I dispositivi di circolazione sono stati adeguati, così come il potenziamento dei mezzi per il trasporto pubblico. Ma le difficoltà rimangono, e sono evidenti.

La città è spaccata in due. Percorrerla da levante a ponente, e viceversa, è una scommessa. Antonella abita a Sampierdarena: “Per portare mio figlio a l’asilo, che è dall’altra parta del torrente Polcevera, mi tocca tirarlo giù dal letto alle cinque del mattino, o altrimenti, non potrò mai riuscire a farlo entrare alle otto.”

Nel mentre, il traffico del porto incomincia a calare: “I container con prodotti deperibili, cominciano a dirottarli altrove.” Stefano, giovane “Camallo”, mi racconta il lento declino del più grande scalo merci portuale d’Italia. “Siam tagliati fuori dal traffico verso il nord-est dell’’Europa. Lavoro al porto di Genova da più di trent’anni, e non ho bisogno di una laurea in Economia per capire che Livorno e Marsiglia, al momento, sono scali portuali economicamente più redditizi di Genova, belìn…

Genova patisce, da ponente a levante, ma lo fa in silenzio (o meglio, mugugnando).

Genova non la inganni. Genova è o bianco o nero. Genova, ed i genovesi, non conoscono le infinite sfumature del grigio. Genova è una città compressa fra le colline e il mare. Non conosce mezze misure, mediazioni, comodi compromessi. Genova è ancora quella che accoglie con diffidenza, ma che poi abbraccia con infinito amore chi gli dimostra rispetto, accettando senza remora alcuna il suo essere “superba”.

Gianni è nato in Sicilia, ma vive a Genova da sempre. Ha un bar nel quartiere Terralba.
Non mi frega chi lo rimetta in piedi, basta che lo facciano. Prima che crollasse il Morandi, la gente che lavorava qui intorno, dopo il lavoro, si fermava da me per l’aperitivo o anche solo per un caffè. Ora no, perché non sanno quanto tempo gli occorrerà per tornare a casa.

Ai genovesi non importa nulla se a far crollare il Morandi sia stata l’incuria della Società Autostrade o il destino “cinico e baro”. I genovesi sono pragmatici e pratici. Non amano le smancerie assistenzialistiche e sono ormai temprati a subire per poi ricominciare.
Abbiam patito due alluvioni in tre anni. Abbiam pianto per i nostri concittadini morti. Lo abbiam fatto mentre spalavamo via il fango con le nostre mani.”

Ma questa volta, quelle stesse mani – lasciate sole – non possono far nulla.

Francesco Bassini

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 31 Ottobre 2018 e modificato l'ultima volta il 4 Novembre 2018

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