fbpx
lunedì 30 novembre 2020
Logo Identità Insorgenti

REPRESSIONE USA

Polizia e razzismo: una lunga scia di sangue color nero senza colpevoli

Mondo | 28 Maggio 2020

“Lasciatemi, non riesco a respirare”: tutto il mondo ha visto e ascoltato le ultime, drammatiche parole di George Floyd, bloccato da un agente di polizia che gli ha tenuto premuto il collo con un ginocchio. Un video drammatico, ripreso da un passante, che ha scosso molti abitanti del pianeta, già provati dalla pandemia in atto.

Tutti abbiamo visto gli agenti che lo hanno bloccato a terra e che, mentre cercavano di ammanettarlo, gli tenevano premuto il collo con quel maledetto ginocchio. Per sette maledetti minuti. Tutti abbiamo ascoltato implorare più volte gli agenti, da George Floyd, visibilmente in sofferenza, “Please I can’t breathe”, “Per favore non riesco a respirare”, ma invano. Quando è arrivata l’ambulanza, era troppo tardi: era già morto

Le manifestazioni per George

Così centinaia di persone sono ancora una volta scese in piazza negli Stati Uniti, stavolta a Minneapolis, per manifestare contro la morte per soffocamento di George Floyd. Da due giorni è tensione con la polizia, tra proteste, scontri e  lancio di gas lacrimogeni.

La famiglia di George Floyd, intanto, chiede che i quattro agenti coinvolti nella vicenda siano incriminati per omicidio. “Lo hanno trattato peggio di un animale”, ha detto uno dei fratelli in una intervista alla Cnn. “Devono pagare per quello che hanno fatto”, ha aggiunto una cugina. Sul caso stanno indagando le autorità statali e federali ma non è ancora stato formulato un capo d’accusa. Di certo gli agenti, che indossavano body-cam, sono stati prima sospesi e poi licenziati, come ha confermato il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. “E’ la decisione piu’ giusta”, ha detto. “Quello che ho visto è terribile. Quell’uomo non avrebbe dovuto morire. Essere un nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte”, ha aggiunto il sindaco

I dati di Fatal Encounters

Invece purtroppo non è così. E non solo per i neri. La scia di sangue provocata dalla polizia statunitense è enorme, gigantesca.

Fatal Encounters è un sito americano fondato e diretto dal giornalista D. Brian Burghart nel 2000.

Il sito, attraverso una accurata rassegna stampa anche di testate minori e locali, ha raccolto in un database gli estremi di oltre 26.000 uccisioni effettuate dalla polizia statunitense dal 1° gennaio 2000 ad oggi. Gli autori della ricerca stimano che il conteggio possa non essere completo, ma di fatto Fatal Encounters è oggi la fonte più completa e affidabile su questo argomento.

Per molti anni le statistiche ufficiali delle persone uccise dalla polizia erano contenute nel rapporto annuale sulla criminalità pubblicato dal Bureau of Justice Statistics, una struttura all’interno del Federal Bureau of Investigation (FBI).

Il rapporto annuale, denominato “Crime in the United States” (CIUS), sotto la voce “justifiable homicides” (omicidi giustificati) indicava gli omicidi compiuti dagli agenti in servizio, e, a parte, dai privati cittadini per “legittima difesa”.

L’opera recente di siti come Fatal Encounters ha fatto venire alla luce il fatto che mentre il CIUS è fonte affidabile per gli omicidi “normali”, lo era molto meno per gli omicidi compiuti dalla polizia, stimati per molti anni a circa la metà dei dati reali.

E così su Fatal Encounters, alla data del 28 giugno 2019, abbiamo 26.218 vittime della polizia statunitense colpite tra il 1° gennaio 2000 e questa data. 1843 le vittime in tutto il 2019. Moltissime quelle nere, ma anche quelle ispanico americane e asiatiche.

I precedenti: Oscar Grant

E ogni volta era protesta, ogni volta un corteo. Ma quante volte ci sono state ondate di indignazione per l’uccisione di un nero? Troppe. Perché troppi sono stati i casi indegni di questi ultimi due decenni, quasi tutti conclusi con le assoluzioni piene dei poliziotti.

Quello di Oscar Grant III è stato uno dei più noti omicidi di questi decenni. Oscar era un uomo afroamericano di 22 anni che fu ucciso a colpi d’arma da fuoco nelle prime ore del mattino del primo gennaio 2009 dall’agente di polizia Bart, Johannes Mehserle a Oakland, in California. Avendo avuto notizia di una rissa su un affollato treno veloce della Bay Area di ritorno da San Francisco, gli agenti di polizia della Bart arrestarono Grant e molti altri passeggeri sul binario della stazione BART di Fruitvale. L’agente della BART Anthony Pirone si inginocchiò anche lui sulla testa Grant in testa e costrinse il disarmato Grant a giacere a faccia in giù sulla piattaforma. Mentre Pirone teneva Grant in posizione prona, Mehserle estrasse la pistola e sparò a Grant. Grant fu portato di corsa all’Highland Hospitala Oakland e dichiarato morto poco dopo. Gli eventi però furono anche stavolta ripresi da più video digitali ufficiali e privati e da telefoni cellulari di cittadini che diffusero i filmati su media e siti web. Divennero virale, scatenando nei giorni seguenti proteste violente e pacifiche.

Charleena Ryles nel 2017: incinta e disarmata

Charleena Lyles, 30 anni, madre di quattro figli, fu uccisa dalla polizia di Seattle il 18 giugno 2017. Lyles era era incinta di un quinto figlio al momento della sua morte. Nel 2017, si era trasferita in un complesso di appartamenti per persone senza fissa dimora chiamato Brettler Family Place.  Aveva chiamato la polizia per denunciare un furto con scasso. Quando gli agenti di polizia di Seattle Steven McNew e Jason Anderson arrivarono all’appartamento, trovarono Lyles che brandiva un coltello e le spararono sette volte. Tre dei figli di Lyles erano nell’appartamento. Sebbene uno degli ufficiali, agente Anderson, fosse addestrato su come usare un taser, non ce l’aveva con lui al momento delle riprese, mentre secondo la politica della polizia di Seattle tutti gli ufficiali addestrati ad usarlo dovrebbero portarlo con loro.

La famiglia di Lyles ha sempre sostenuto che la razza sia stata un fattore determinante per il suo omicidio. La sua morte suscitò proteste e disordini.

L’omicidio di Michael Brown nel 2014

Il 9 agosto 2014 fu ucciso Michael Brown a Ferguson, Missouri, un sobborgo di St. Louis. La vittima, un diciottenne afroamericano, morì dopo essere stato ripetutamente colpito da proiettili sparati da un agente bianco della polizia di Ferguson, Darren Wilson. Colpito senza essere stato trovato in possesso di armi, Brown era sospettato di un furto commesso pochi minuti prima, sebbene il contatto iniziale tra l’agente Wilson e Brown non fosse collegato alla rapina.

Questo avvenimento, oltre che proteste pacifiche, provocò manifestazioni e disordini a Ferguson, atti di vandalismo e diverse altre forme di disagio sociale proseguite per più di una settimana. Le forze dell’ordine, attraverso svariati corpi tra cui le squadre speciali SWAT, alzarono il livello di allerta, tanto da attirarsi critiche per la gestione – definita militare – dell’ordine pubblico, con dichiarazione dello stato d’emergenza del governatore del Missouri Jay Nixon e coprifuoco notturno da mezzanotte alle 5.00. Un nuovo stato di emergenza è fu dichiarato il 17 novembre 2014, alla vigilia della decisione del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti , secondo cui quella dell’agente Wilson era stata autodifesa.

L’assassino di Stephon Clark, due anni fa

Appena due anni fa, invece, nella tarda serata del 18 marzo 2018, Stephon Clark , un nero americano di 23 anni, fu ucciso a colpi di arma da fuoco a Meadowview, Sacramento, California, da Terrence Mercadal e Jared Robinet, due agenti del dipartimento di polizia di Sacramento, nel cortile della casa di sua nonna mentre aveva un telefono in mano. L’omicidio fu ripreso dalle videocamere della polizia e da un elicottero del dipartimento dello sceriffo della contea di Sacramento. Gli ufficiali dichiararono di aver sparato a Clark ben 20 colpi – di cui sei alla schiena – credendo che avesse puntato una pistola contro di loro. La polizia trovò poi solo un telefono cellulare su di lui.

Anche questo omicidio causò grandi proteste a Sacramento. Gli agenti furono assolti.

Lo sconvolgente omicidio del 12enne Tamir Rice

Altro caso pazzesco fu quello di Tamir Rice, 12enne afroamericano. Domenica 23 novembre  2014 a Cleveland, negli Stati Uniti, fu ucciso perché impugnava una pistola che poi si scoprì essere ad aria compressa. Rice fu raggiunto da due colpi sparati da uno di due agenti e morì il giorno dopo in ospedale a causa della ferite. Almeno una delle persone che avevano telefonato alla polizia aveva detto che il ragazzo stava spaventando i passanti puntando la pistola contro di loro, segnalando anche che probabilmente si trattava di una pistola finta.

Secondo la versione fornita dalla polizia, i due poliziotti arrivati nel parco avevano  ordinato a Rice di alzare le mani e Rice si era rifiutato: i due colpi di pistola furono sparati dopo che Rice aveva cercato di estrarre la pistola dalla cintura dei pantaloni. Non aveva minacciato né puntato l’arma contro gli agenti, confermà il vicecapo della polizia di Cleveland Ed Tomba. I due agenti furono messi in aspettativa: uno dei due lavorava per la polizia di Cleveland da meno di un anno, l’altro da più di dieci. Il poliziotto che gli sparò, successivamente, non è stato perseguito penalmente per decisione sempre del Gran Giurì.

La rivolta di Los Angeles e il pestaggio di Rodney King all’inizio dei ’90

Andando indietro nei decenni la situazione non era certo diversa. Lo dimostra il caso di Rodney King che il 3 marzo 1991 fu vittima di un violento pestaggio da parte di diversi agenti del Los Angeles Police Department: King, alla guida del suo taxi, era stato segnalato per eccesso di velocità ma, per paura di perdere la sua licenza, anziché fermarsi decise di darsi alla fuga, dando vita ad un inseguimento rocambolesco che si concluse dopo 13 chilometri. King scese per ultimo dal mezzo, dopo i due passeggeri che per tutto il tempo erano rimasti a bordo. Nessuno di loro era armato e il tassista si consegnò agli agenti ridendo e salutando ironicamente l’elicottero che stazionava sopra di loro. La reazione dei poliziotti fu durissima. La successiva assoluzione degli agenti coinvolti nell’aggressione fu la causa scatenante della rivolta di Los Angeles (citata nelle fonti in lingua inglese come 1992 Los Angeles Riots o anche Rodney King Uprising, sommossa di Rodney King). I disordini iniziarono a South Central Los Angeles il 29 aprile, dopo l’assoluzione dei quattro agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) per l’uso eccessivo della forza nell’arresto e nel pestaggio di King, che era stato registrato e ampiamente visto nelle trasmissioni televisive.

Le rivolte successivamente si diffusero in tutta l’area metropolitana di Los Angeles, con migliaia di persone in rivolta per un periodo di sei giorni dopo l’annuncio del verdetto. Durante i disordini si verificarono saccheggi, aggressioni, incendi dolosi e omicidi, e le stime dei danni alle proprietà superarono il miliardo di dollari. Con la polizia locale sopraffatta nel controllare la situazione, l’allora governatore della California Pete Wilson schierò la Guardia Nazionale californiana e il presidente George H. W. Bush inviò l’esercito. Con lo schieramento dei militari, l’ordine fu ristabilito in tutta la città, ma durante i disordini furono uccise 63 persone, vi furono 2.383 feriti e più di 12.000 arresti. Il capo della polizia Daryl Gates, che aveva già annunciato le sue dimissioni durante le sommosse, fu accusato della maggior parte degli incidenti.

L’omicidio divenuto “simbolo” delle lotte: Amadou Diallo

Tutti i nomi sopra citati sono divenuti simbolo delle battaglie della comunità afroamericana. Qualcuno lo è diventato più di altri. E’ il caso di Amadou Bailo Diallo uno studente Guineano, residente a New York per motivi di studio, che fu ucciso nel 1999 all’età di ventitré anni da quattro poliziotti della NYPD unità Crimini Stradali, negli anni di maggior repressione della città americana, guidata all’epoca dal giustizialista Rudolph Giuliani.

Il 4 febbraio 1999 all’indirizzo di 1157 di Wheeler Avenue, in una sezione del Bronx, in un controllo di routine, quattro poliziotti Edward McMellon, Sean Carroll, Kenneth Boss e Richard Murphy  bussarono alla sua porta e gli intimarono di farsi riconoscere. Il ragazzo mise le mani in tasca e i poliziotti, pensando all’estrazione di un’arma, fecero fuoco. Esplosero 41 colpi di pistola, colpendo Diallo per 19 volte. Diallo non aveva armi addosso, solamente il portafoglio che voleva estrarre per mostrare i propri documenti. Inoltre la quantità incredibile di colpi esplosi provocò l’accusa verso i poliziotti statunitensi di brutalità, razzismo e facilità nell’utilizzo di armi: aggravante ulteriore fu che dalle indagini condotte si scoprì che il poliziotto Edward McMellon non esplose nemmeno un colpo, aumentando quindi la media dei colpi esplosi dagli altri tre colleghi.

Nell’aprile 2002 l’unità Crimini Stradali dovette, a seguito di questa vicenda, chiudere e il dipartimento fu condannato a risarcire i familiari con tre milioni di dollari. Nel febbraio del 2000 però i quattro poliziotti, furono, dopo molti processi e ricorsi, riconosciuti innocenti dalle accuse di omicidio di secondo grado e comportamento pericoloso. Diallo però diventò icona della lotta contro la brutalità della polizia: moltissimi artisti dedicarono canzoni, scritti, apparizioni, citazioni in film e show alla disgrazia capitata il 4 febbraio 1999, generando un movimento di opinione contro il razzismo.

Un uomo di colore negli Usa ha una probabilità su 1000 di essere ucciso dalla polizia

Ma nonostante le rivolte – e questi elencati sono solo alcuni dei casi più clamorosi  e dibbattuti – la carneficina di colore nero non si ferma nel paese a stelle e strisce. La repressione tocca, certo, ogni razza: ma un uomo di colore negli Stati Uniti ha una probabilità di 1 a 1.000 di essere ucciso dalla polizia durante la sua vita, secondo un documento pubblicato  qualche anno fa negli Atti della National Academy of Sciences. Un dato che negli Stati Uniti è normalità.

E nel 2020 il razzismo e la repressione, maneggiate con disinvoltura omicida dalla polizia made in Usa, la grande finta democrazia del pianeta, si confermano purtroppo, con la morte disumana di George Floyd, vivi più che mai.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 28 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Maggio 2020

Articoli correlati

Mondo | 20 Novembre 2020

VACCINO

Pfizer, la Big Pharma più multata della storia tra condanne e class action

Mondo | 9 Novembre 2020

ELEZIONI USA

La scelta del “meno peggio” e lo Zio Sam dietro la maschera Dem

Altri Sud | 5 Agosto 2020

LIBANO

Esplosione a Beirut, oltre 135 morti e circa 5000 feriti tra i civili

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi